KARL OVE KNAUSGARD.
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L'ISOLA DELL'INFANZIA. 2015.
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Parte 1.
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Ciclo: Min Kamp (La mia lotta) n. 3.
Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Lisola dellinfanzia  un romanzo sulla famiglia, la memoria e su come non possiamo mai veramente diventare quel che vorremmo.
La memoria non  affatto una misura affidabile e responsabile di una vita. E non lo  per il semplice motivo che la memoria non mette la verit al primo posto. La memoria  pragmatica,  subdola e astuta, ma non in modo ostile n maligno".
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Una famiglia di quattro  madre, padre e i due figli  si trasferisce sullisola di Tromya, al largo della costa meridionale della Norvegia, in una casa nuova. Sono i primi anni settanta, i bambini sono piccoli, i genitori giovani e il futuro aperto. Dagli immensi boschi carichi di promesse e misteri, meta prediletta delle scorribande del piccolo Karl Ove, descritto con ossessiva meticolosit, si apre lappassionato racconto delle sue esperienze e scoperte. La felicit della scuola e lo sforzo per trovarvi un proprio posto; le gratificazioni e le frizioni dellamicizia; leccitazione della vita allaria aperta con le sue avventure; lincontro con lamore, le sue gioie, le sue amarezze; i vestiti, la lettura, la musica, lo sport; e, soprattutto, la famiglia, con le sue due figure antagoniste, luna pi sfumata, laltra onnipresente: confortevole e serena la madre, autoritario e terrificante il padre, sempre vigile, sempre pronto a esaminare e sanzionare con violenza qualsiasi scivolata. 
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La presente traduzione  stata pubblicata grazie al sostegno economico di NORLA, Norwegian Literature Abroad.
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Un giorno mite e nuvoloso dellagosto 1969, per una strada stretta che si snodava allestremit di unisola della Norvegia meridionale tra rocce e giardini, prati e boschetti, su e gi lungo leggeri pendii e tornanti, a volte con gli alberi che si ergevano su entrambi i lati a mo di galleria, a volte quasi a picco sul mare, stava sopraggiungendo una corriera. Apparteneva allArendal Dampskibsselskab e come tutti i pullman di quella compagnia era verniciata di marrone scuro nella parte inferiore e di color nocciola chiaro in quella superiore. Dopo aver attraversato un ponte e mentre costeggiava uninsenatura, messa la freccia a destra, il mezzo si ferm. La porta si apr, ne discese una famigliola. Il padre, un uomo alto e snello con indosso una camicia bianca e un paio di pantaloni chiari in terylene, aveva due valigie. La madre, con il soprabito beige e un foulard azzurro avvolto intorno ai capelli lunghi, spingeva con una mano una carrozzina mentre con laltra stringeva quella di un bambino. Il gas di scarico grigio e untuoso emesso dal tubo di scappamento della vettura aleggi per un attimo sullasfalto dopo che il mezzo si era allontanato.
C da camminare per un po, disse il padre.
Ce la fai, Yngve? domand la madre abbassando lo sguardo verso il piccolo, che annu.
Certo, rispose questi.
Aveva quattro anni e mezzo, i capelli chiari, quasi bianchi e la pelle abbronzata dopo una lunga estate trascorsa al sole. Suo fratello, che aveva a malapena otto mesi, era sdraiato nella carrozzina e con gli occhi puntati verso lalto fissava il cielo, ignaro di dove fossero e di dove si stessero recando.
Iniziarono lentamente a risalire il pendio. La strada coperta di ghiaia era piena di buche pi o meno grandi scavate dalla pioggia. Su entrambi i lati si estendevano i campi. Al limitare di quella zona pianeggiante, lunga forse cinquecento metri, cominciava un bosco che digradava verso le spiagge di ciottoli ed era formato solo da piante basse, come se fosse stato compresso dal vento che soffiava dal mare.
Una casa di recente costruzione si stagliava sul lato destro. Per il resto non si vedevano altre abitazioni.
Si sentiva il cigolio delle grandi molle della carrozzina. Il beb chiuse a poco a poco gli occhi, cullato nel sonno da quel meraviglioso dondolio. Il padre, che aveva i capelli corti e scuri e una barba nera e compatta, appoggi a terra una valigia prima di asciugarsi con la mano il sudore dalla fronte.
Accidenti che afa, comment.
S, rispose lei. Forse  pi fresco vicino al mare".
Speriamo, le rispose prima di afferrare nuovamente il bagaglio.
Quella famiglia ordinaria sotto tutti i punti di vista, dove i genitori erano giovani come lo erano tutti i genitori di quel periodo, e il numero di figli era pari a due, cos come era consuetudine allepoca averne due, si era trasferita da Oslo, dove per cinque anni aveva abitato in Thereses gate nei pressi dello Bislett Stadion, allisola di Tromya, dove in una zona residenziale in continua espansione era in costruzione la loro nuova casa. Mentre aspettavano che la villetta fosse pronta, ne avrebbero presa in affitto unaltra, una vecchia abitazione che si trovava allinterno dellex campo militare di Hove. A Oslo di giorno lui aveva studiato, inglese e norvegese, mentre la notte lavorava come guardiano, lei aveva frequentato il corso di infermiera professionale presso la Ullevl sykepleierskole. Anche se non aveva concluso gli studi universitari, lui aveva cercato e ottenuto il posto di insegnante alla scuola media di Roligheden, mentre lei avrebbe lavorato al Sanatorio Kokkeplassen per malati di nervi. Si erano conosciuti a Kristiansand allet di diciassette anni e, quando ne avevano diciannove, lei era rimasta incinta e si erano sposati a venti nella piccola fattoria in cui era cresciuta nella Norvegia occidentale. Nessuno della famiglia dello sposo era presente al matrimonio e anche se lui appare sorridente in tutte le foto che erano state scattate,  come circondato da unaura di solitudine, si vede che non fa del tutto parte della cerchia di fratelli e sorelle, zie e zii, cugini e cugine di lei.
Adesso hanno ventiquattro anni e davanti a loro si apre quella che sar la loro vera vita. Un lavoro proprio, una casa propria, figli propri. Sono loro due e anche il futuro a cui stanno andando incontro  loro.
Lo ?
Erano nati nello stesso anno, il 1944, e appartenevano alla prima generazione del dopoguerra che sotto molti punti di vista si trovava ad affrontare qualcosa di nuovo, soprattutto perch per la prima volta nella storia della Norvegia il corso della loro esistenza si sarebbe svolto in seno a una societ pianificata su larga scala. Gli anni cinquanta rappresentarono lepoca in cui si assistette allenorme sviluppo degli enti pubblici  il sistema scolastico, quello sanitario, quello previdenziale e quello dei trasporti, dellamministrazione e delle opere pubbliche, attuato grazie a una centralizzazione in grande stile che in un arco di tempo sorprendentemente breve ebbe grandi conseguenze sui modi di vivere le singole esistenze. Il padre di lei, nato allinizio del Novecento, veniva dalla fattoria in cui lei stessa era cresciuta, a Srbvg nellYtre Sogn, e non aveva nessuna istruzione. Il nonno paterno di lei veniva da una delle isole che costellavano il fiordo, e lo stesso valeva probabilmente per suo padre e il padre di suo padre. La mamma della sposa proveniva da una fattoria nel comune di Jlster, a circa un centinaio di chilometri di distanza, e neppure lei era mai andata a scuola ed esistevano testimonianze che indicavano che la sua stirpe era vissuta in quei luoghi a partire dal 1500. Per quanto riguarda gli antenati di lui, si trovavano su un gradino pi alto della scala sociale, nel senso che sia il padre sia i fratelli di questultimo possedevano unistruzione superiore. Eppure anche loro abitavano nello stesso posto dei propri genitori, cio nella cittadina di Kristiansand. La madre di lui, che non aveva mai studiato, era di sgrdstrand, il padre di lei faceva il pilota marittimo e tra gli antenati di lei cerano anche dei poliziotti. Quando conobbe il futuro marito, si trasfer con lui nella citt dorigine di questultimo. Quella era la regola. Il mutamento che avvenne negli anni cinquanta e sessanta rappresent una vera e propria rivoluzione, seppur priva della violenza e dellirrazionalit che normalmente le contraddistinguono. Non solo i figli dei pescatori e dei contadini, degli operai e dei commessi cominciarono a frequentare luniversit e a studiare per diventare insegnanti e psicologi, storici e assistenti sociali, ma molti di loro andarono a vivere in luoghi anche assai distanti dalle zone di provenienza delle loro famiglie. Che facessero tutto questo con la pi grande naturalezza la dice lunga sulla potenza dello spirito di quellepoca. Lo spirito del tempo proviene dallesterno, ma funge allinterno. Per esso tutti sono uguali, ma esso non  uguale per nessuno. Per la giovane madre appartenente agli anni sessanta sarebbe stato un pensiero assurdo sposarsi con uno che proveniva da una delle fattorie limitrofe e trascorrere l il resto della propria esistenza. Lei voleva andarsene! Voleva una vita tutta sua! Lo stesso valeva per suo fratello e le sue sorelle, e questo riguardava anche le famiglie sparse in tutta la Norvegia. Ma perch volevano questo? Da dove aveva origine una convinzione cos forte? S, da dove scaturiva il nuovo? Nella famiglia di lei non esisteva nessuna tradizione in quel senso: lunico che se nera andato era stato il fratello di suo padre, Magnus, che si era recato in America spinto dalla povert e dalla miseria, ma lesistenza che aveva condotto laggi non fu molto diversa da quella che aveva trascorso nella Norvegia occidentale. Per il giovane padre degli anni sessanta le prospettive erano diverse, la sua famiglia si aspettava che studiasse, ma forse non che si sposasse con la figlia di un contadino che veniva da una piccola fattoria della Norvegia occidentale e si trasferisse in un nuovo quartiere residenziale ancora in costruzione alla periferia di una minuscola cittadina della Norvegia meridionale.
E invece eccoli l a camminare in quella giornata calda e nuvolosa dellagosto del 1969, diretti verso la loro nuova casa, lui mentre trascina due pesanti valigie stracolme di abiti degli anni sessanta, lei mentre spinge una carrozzina modello anni sessanta dentro cui c un neonato vestito con indumenti anni sessanta, cio bianchi e pieni di pizzi, e tra di loro, mentre avanzava ciondolando, felice e curioso, eccitato e pieno di aspettative, il loro primogenito Yngve. Attraversata la zona pianeggiante e la minuscola fascia boschiva, giunsero al portone dingresso, che era aperto, prima di procedere allinterno di quella grande area che costituiva il campo. A destra cera una autofficina di propriet di un certo Vraaldsen, a sinistra alcune grandi baracche rosse delimitavano uno spiazzo coperto di ghiaia dietro cui cominciava una pineta.
A un chilometro di distanza in direzione est si trovava la chiesa di Tromy, era in pietra e risaliva al 1150, anche se alcuni suoi elementi erano ancora pi antichi: probabilmente era una delle chiese pi vecchie di tutta la Norvegia. Si ergeva su una piccola altura e fin dalla notte dei tempi doveva essere stata usata come punto di riferimento dalle navi di passaggio dal momento che era segnalata su tutte le carte nautiche. Su Mrd, una delle isolette che componevano quellarcipelago, spiccava la vecchia abitazione di un comandante di navi a testimonianza del periodo di massimo splendore che aveva conosciuto quella zona nel Settecento e nellOttocento, quando il commercio con il mondo esterno, soprattutto di legname, era fiorente. Durante la visita allAust-Agder museet alle scolaresche venivano mostrati oggetti antichi olandesi e cinesi che risalivano a quel periodo o a epoche ancora precedenti. Sullisola di Tromya si trovavano piante rare ed esotiche, erano giunte con le navi che svuotavano le loro acque di zavorra, e a scuola si imparava che fu proprio a Tromya che per la prima volta fu coltivata la patata in Norvegia. Nelle saghe sui re nordici di Snorre lisola veniva citata pi volte, scavando nel terreno dei prati e dei campi era possibile estrarre punte di frecce risalenti allet della pietra, mentre tra i ciottoli delle sue lunghe spiagge si trovavano resti fossili.
Ma nel momento in cui quel nucleo familiare si stava trasferendo e percorreva lo spazio aperto portandosi appresso tutto il suo armamentario, non era stato il Novecento o il milleduecento, il milleseicento o il milleottocento ad aver lasciato le proprie impronte sullambiente che li circondava, ma lo aveva fatto la Seconda guerra mondiale. Quellarea era stata utilizzata dai tedeschi durante la guerra: erano stati loro a costruire le baracche e molte delle abitazioni presenti. Nel bosco si trovavano ancora bunker bassi in muratura perfettamente intatti, e in cima alle scogliere postazioni fortificate munite di cannoni. In quella zona si trovava addirittura un piccolo aeroporto tedesco.
La casa in cui avrebbero abitato nellanno a venire si trovava isolata nel bosco. Era dipinta di rosso con gli infissi delle finestre bianchi. Dal mare, che non era visibile, ma che si trovava a poche centinaia di metri di distanza, giungeva un brusio costante. Si sentiva lodore di bosco e di acqua salata.
Dopo aver appoggiato le valigie, il padre estrasse la chiave e apr la porta. Allinterno cerano un corridoio, una cucina, un soggiorno con un camino a legna, un bagno che fungeva anche da lavanderia, e al primo piano tre camere da letto. Le pareti non erano isolate, la cucina era attrezzata in modo spartano. Nessun telefono, nessuna lavastoviglie, nessuna lavatrice, nessun televisore.
Eccoci qui, esclam il padre prima di portare le valigie in camera da letto mentre Yngve correva da una finestra allaltra sbirciando fuori e la madre parcheggiava la carrozzina con dentro il bambino che dormiva sulla veranda in legno, davanti alla porta.
Ovviamente io non ricordo niente di quel periodo.  del tutto impossibile identificarsi in quel neonato a cui i miei genitori facevano foto, s, cos difficile che sembra quasi sbagliato servirsi della parola io al riguardo, mentre se ne sta sdraiato sul fasciatoio, per esempio, con la pelle insolitamente arrossata, le gambine divaricate e le braccia spalancate e il faccino distorto in un pianto di cui nessuno pi ricorda il motivo, o disteso su una pelle di pecora sul pavimento, con indosso un pigiamino bianco, sempre rosso in viso, con gli occhioni scuri leggermente strabici.  quella creatura la stessa che adesso  seduta qui a Malm e che sta scrivendo tutto questo? E quella creatura seduta a Malm che sta scrivendo tutto questo, ora quarantenne, in una nuvolosa giornata di settembre dentro una stanza colma del ronzio proveniente dal traffico esterno e dal vento autunnale che fischia attraverso lantiquato impianto di ventilazione,  lo stesso vegliardo grigio e rattrappito che tra quarantanni si trover forse tremante e sbavando in una casa di riposo da qualche parte in un bosco svedese? Per non parlare di quel corpo che un giorno si trover steso sul tavolo di un obitorio? Si continuer a chiamarlo Karl Ove? In fondo non  incredibile che un semplice nome sia capace di comprendere tutto questo? Che corrisponda al feto che si trova nella pancia, al neonato disteso sul fasciatoio, al quarantenne seduto davanti al computer, al vecchio sulla sedia, al cadavere sul lettino? Non sarebbe stato pi naturale operare con nomi diversi, dal momento che la loro identit e la percezione di s si contraddistinguono in modo cos netto? Che si fosse potuto chiamare Jens Ove, per esempio, e il neonato Nils Ove, il bambino dai cinque ai dieci anni Per Ove, quello dai dieci ai dodici Geir Ove, dai tredici ai diciassette Kurt Ove, dai diciassette ai ventitr John Ove, dai ventitr ai trentadue Tor Ove, dai trentadue ai quaranta Karl Ove  eccetera, eccetera? In questo caso il primo nome avrebbe rappresentato lunicit implicita nellet, il secondo la continuit e il cognome lappartenenza alla famiglia.
No, non ricordo niente di quel periodo, non so neppure quale fosse la casa in cui abitavamo, anche se una volta mio padre me laveva indicata. Tutto quello che so di quei tempi si basa su ci che i miei genitori mi hanno raccontato e sulle foto che ho visto. Linverno in cui cerano metri e metri di neve, proprio come sa accumularsi nella Norvegia meridionale, e la strada che conduceva alla casa assomigliava a un piccolo crepaccio. Ecco Yngve che arriva spingendo una carrozzina con dentro me, ai piedi ha i suoi minuscoli sci mentre sorride al fotografo. In casa ride puntando il dito verso di me, oppure sono da solo e mi tengo al lettino con le sbarre per riuscire a stare in piedi. Lo chiamavo Aua, fu la mia prima parola. Yngve era lunico in grado di capire quello che dicevo, da quanto mi  stato detto, e traduceva a mamma e pap. So anche che Yngve girava di casa in casa suonando a tutti i campanelli per chiedere se l ci fossero dei bambini, quellaneddoto la nonna paterna ce lo raccontava sempre. Qui c un bambino? imitava con voce infantile prima di scoppiare a ridere. So anche di essere caduto gi per le scale e di aver subito una specie di choc, avevo smesso di respirare, ero diventato completamente bluastro in faccia ed ero stato preso dalle convulsioni, la mamma si era messa a correre con me in braccio fino allabitazione pi vicina che aveva il telefono. Pensava che si trattasse di epilessia, ma non fu cos, non era niente. E poi so che a pap piaceva fare linsegnante, che era un bravo pedagogo e che in uno di quegli anni era andato in gita in montagna con la sua classe. Ci sono delle foto scattate in quelloccasione, in tutte ha un aspetto giovane e felice ed  circondato da adolescenti che vestivano in quel modo morbido caratteristico dei primi anni settanta. Maglioni fatti a mano, pantaloni ampi, stivali di gomma. I loro capelli erano voluminosi, ma non voluminosi e raccolti come negli anni sessanta, ma voluminosi e morbidi e incorniciavano sciolti i loro volti morbidi di adolescenti. Una volta la mamma mi ha detto che forse mio padre non era mai stato cos felice come allora. E poi ci sono le foto della nonna paterna, Yngve e me  due scattate davanti a un laghetto ghiacciato, sia io sia Yngve abbiamo indosso un ampio cardigan, entrambi confezionati ai ferri dalla nonna, il mio color senape e marrone  e due scattate sulla veranda della loro casa a Kristiansand, in una lei in piedi con la guancia premuta sulla mia,  autunno, il cielo  azzurro, il sole basso, fissiamo la citt che si estende davanti a noi, io avevo probabilmente due o tre anni.
Si sarebbe portati a credere che queste fotografie rappresentino una specie di memoria, un insieme di ricordi, anche se privi di quellio da cui essi normalmente scaturiscono. Viene allora naturale chiedersi che cosa significhino. Ho visto un numero infinito di foto, scattate in quegli anni, di famiglie di amici e di fidanzate che sembrano cos paradossalmente uguali da confondersi. Gli stessi colori, gli stessi abiti, gli stessi spazi, le stesse occupazioni. Eppure a queste immagini io non collego niente, in un certo senso risultano prive di significato, insignificanti, e questo aspetto diventa ancora pi palese quando io osservo le foto delle generazioni precedenti, si tratta soltanto di un aggregato di essere umani, con indosso indumenti esotici insoliti, che stanno per compiere qualcosa che mi risulta imperscrutabile.  il tempo quello che noi ritroviamo nelle foto, non gli esseri umani che vi compaiono, loro non si lasciano catturare. E questo valeva anche per le persone che facevano parte della mia cerchia pi intima e ristretta. Chi era quella donna che si era messa in posa davanti ai fornelli nellappartamento in Thereses gate, con indosso un abito azzurro chiaro, con un ginocchio premuto contro laltro e i polpacci separati, in quella posizione tipica degli anni sessanta? Quella con i capelli raccolti e cotonati? Gli occhi azzurri e quel sorriso dolce che era cos dolce da non parere quasi un sorriso? Con lei che stringe una mano intorno al manico del bollitore di metallo dal coperchio rosso che si usava per preparare il caff? S, era proprio mia madre, la mamma in persona, ma chi era? A cosa stava pensando? Come vedeva la propria vita, quella che aveva vissuto fino a quel momento, e quella che laspettava? Lo sa solo lei, e la foto non dice niente di tutto questo. Una sconosciuta in una stanza sconosciuta, tutto l. E quelluomo che dieci anni dopo  seduto su una roccia e sta bevendo il caff dallo stesso coperchio rosso poich si  dimenticato di infilare nello zaino due tazze quando sono partiti, chi ? Dalla barba nera, ben curata e i capelli neri e folti? Quelluomo dalle labbra sensibili e gli occhi allegri? Oh s, certo, era mio padre, il mio pap in persona. Ma chi era per se stesso, in quel momento come in tutti gli altri, nessuno lo sa pi. E questo vale anche per tutte le altre foto, incluse quelle che mi ritraggono. Sono completamente vuote, lunico significato che  possibile leggere e dedurre da esse  quello che il tempo vi ha impresso. Eppure queste immagini sono una parte di me e della mia storia pi intima, come quelle degli altri fanno parte della loro. Carico di significato, privo di significato, significativo, insignificante, questa  londa che attraversa la nostra esistenza e che costituisce la sua tensione di base, la sua tensione fondamentale. Attingo a tutto quello che ricordo dei miei primi sei anni di vita, a tutto quello che esiste sotto forma di immagini e oggetti di quel periodo, essi rappresentano una componente importante della mia identit, riempiono di significato e continuit questa periferia per il resto vuota e priva di ricordi dellio. Partendo da questi tasselli e frammenti mi sono costruito sia un Karl Ove, sia un Yngve, una mamma e un pap, una casa a Hove e una casa a Tybakken, una nonna paterna e un nonno paterno, una nonna materna e un nonno materno, un vicinato e un mucchio di bambini.
Questo elemento di provvisoriet dal vago sapore di baraccopoli  quella che io chiamo la mia infanzia.
La memoria non  affatto una misura affidabile e responsabile di una vita. E non lo  per il semplice motivo che la memoria non mette la verit al primo posto. Non  lesigenza di verit che determina se la memoria riproduce un avvenimento in modo corretto o meno. Ma lo decide il proprio interesse personale, il proprio tornaconto. La memoria  pragmatica,  subdola e astuta, ma non in modo ostile n maligno: al contrario fa di tutto per soddisfare il suo padrone. Qualcosa spinge un ricordo nel vuoto delloblio, qualcosa lo distorce fino a renderlo irriconoscibile, qualcosa lo fraintende in modo galante, qualcosa, anche se questo  pari al nulla, lo recupera in modo nitido e chiaro. Ci che viene ricordato in modo corretto non  mai qualcosa che pu essere stabilito e deciso da te.
Per quanto mi riguarda il ricordo dei primi sei anni  praticamente inesistente. Non rammento quasi niente. Non ho idea di chi si fosse preso cura di me, di cosa facessi, con chi giocassi, tutto  come spazzato via, gli anni che vanno dal 1968 al 1974 rappresentano un nulla enorme della mia vita. Quel poco che mi viene in mente non vale molto: mi trovo su un ponticello di legno dentro un bosco rado che sembra quasi di alta montagna, sotto di me si sente il brusio di un ruscello che scorre, lacqua verdastra, io saltello, il ponticello oscilla e io rido. Accanto a me c Geir Prestbakmo, il mio vicino di casa, anche lui saltella ridendo. Sono seduto sul sedile posteriore dellauto, ci fermiamo a un semaforo, pap si gira per dirci che siamo a Mjndalen. Stiamo andando a vedere la partita dello Start, cos mi  stato detto, ma non ricordo nulla n del tragitto, n della partita, n del viaggio di ritorno. Sto risalendo il pendio davanti a casa mentre spingo un grande camion di plastica,  giallo e verde, e questo mi d una fantastica sensazione di ricchezza, benessere e gioia.
 tutto. Sono i miei primi sei anni.
Ma questi sono i ricordi canonizzati, gi esistenti quando avevo sette, otto anni. La magia dellinfanzia: le primissime cose che ricordo! Al contempo esistono anche altri tipi di ricordi. Quelli che non sono rimasti impressi e che non si lasciano richiamare con uno sforzo della volont, ma che di tanto in tanto sembrano staccarsi ed emergere nella coscienza di se stessi e per un attimo beccheggiano, ondeggiano in essa come una specie di meduse trasparenti, riportate in vita da un odore preciso, un sapore preciso, un suono preciso Con essi segue sempre una sensazione immediata di felicit. Poi ci sono i ricordi che sono connessi al corpo, spuntano nel momento in cui si compie qualcosa che si era fatto un tempo, si alza un braccio per proteggersi dal sole, si blocca un pallone, si corre in un prato con il filo di un aquilone nella mano e i propri figli alle calcagna. Esistono ricordi che sono scaturiti dai sentimenti: la rabbia improvvisa, il pianto improvviso, la paura improvvisa, e ci si trova di colpo dove si era, come scagliati a ritroso in se stessi, catapultati a gran velocit attraverso le diverse et. E poi ci sono i ricordi legati al paesaggio. Perch il paesaggio connesso allinfanzia non  uguale a quelli che seguiranno, quelli sono in un certo senso gi carichi. In quel paesaggio ogni singola pietra, ogni singolo albero avevano un loro significato: sia perch tutto veniva visto per la prima volta sia perch veniva rivisto cos tante volte da depositarsi e sedimentarsi nelle profondit della coscienza, non soltanto in modo vago e approssimativo, cos come appare il paesaggio esistente davanti alla casa di un adulto se si chiudono gli occhi e lo si deve evocare, ma in modo quasi mostruosamente preciso e dettagliato. Con il pensiero mi basta semplicemente aprire la porta e uscire affinch le immagini affluiscano copiose verso di me. La ghiaia del passo carrabile, in estate dal colore quasi bluastro. Per non parlare dei vialetti daccesso dellinfanzia! E delle macchine anni settanta che vi erano parcheggiate! Maggiolini, Squali, Taunus, Granada, Ascona, Kadette, Ford Consul, Lada, Amazon Okay e poi, sopra la ghiaia, lungo la staccionata spalmata di mordente marrone, al di l del basso fossato che delimitava la nostra strada, Nordsen Ringvei, da quella di Elgstien, che attraversava lintera zona e costeggiava, oltre alla nostra, altre due aree edificabili dove stavano costruendo nuove abitazioni. Il pendio scosceso fatto di terra grassa e scura che dal ciglio della strada digradava fino al bosco! Il modo in cui gli steli piccoli, sottili e verdi avevano cominciato quasi immediatamente a spuntare dal terreno: delicati e come del tutto soli in quel nero enorme e nuovo, per poi passare a quella variet cos ampia e quasi brutale che era esplosa lanno successivo, quando il pendio era stato ricoperto da un manto fertile e compatto di cespugli e piante. Alberelli, erba, denti di leone, felci e arbusti che cancellavano definitivamente quella divisione prima esistente tra la strada e il bosco. In cima a quel pendio, lungo il marciapiede dai bordi sottili in muratura, e, oh, lacqua che sgocciolava e scorreva e inondava quando pioveva! Il sentierino sulla destra, una scorciatoia per arrivare fino al nuovo supermercato B-Max. La piccola palude accanto, non pi grande dei due spiazzi di un parcheggio, le betulle che sembravano pendere assetate su di essa. La casa degli Olsen in cima a quella piccola altura e la strada sul retro che sembrava come incisa nel terreno. Grevlingveien si chiamava. Nella prima abitazione sul lato sinistro abitavano John e la sorella Trude, era stata edificata su un terreno paragonabile a una pietraia. Io avevo sempre paura quando dovevo passare davanti a quella casa. In parte perch John era capace di starsene l sdraiato a lanciare sassi o palle di neve a tutti i bambini che gli capitavano a tiro, in parte perch avevano un cane lupo Quel cane lupo Oh, adesso ricordo. Che razza di bestione era quellanimale. Legato sulla veranda o lungo il passo carrabile, abbaiava a tutti quelli che passavano, si muoveva furtivamente avanti e indietro nello spazio concessogli dalla corda mentre ululava e guaiva. Era magro, con gli occhi gialli e malati. Una volta punt verso di me mentre stavo scendendo lungo il pendio, con Trude alle calcagna, il guinzaglio che gli pendeva dietro. Avevo sentito dire che non bisognava mettersi a correre quando un animale ti aveva preso di mira, per esempio un orso nel bosco, si doveva stare assolutamente immobili e fare finta di niente, cos fu quello che feci, mi bloccai allistante quando lo vidi arrivare. Non serv a niente. Incurante del fatto che io non muovessi neppure un muscolo, apr la bocca e mi addent lavambraccio, quasi allaltezza del polso. Trude ci raggiunse un secondo dopo e dopo aver afferrato il guinzaglio, gli diede uno strattone cos forte da strappare via il cane di peso. Io piangevo mentre mi allontanavo di corsa. Quellanimale mi spaventava a morte. Il suo abbaiare, gli occhi gialli, la bava che gli colava dal muso, i denti aguzzi e tondi che adesso mi erano rimasti incisi nel braccio. A casa non dissi niente di quello che era successo per paura che mi sgridassero perch in quel genere di situazioni le possibilit di beccarsi una lavata di capo erano numerose: cosa ci facevo l o non avrei dovuto piangere, un cane, non era mica qualcosa di cui avere paura? Da quel giorno in poi mi sentivo sopraffatto dal terrore ogni volta che vedevo il cane. Ed era catastrofico perch non solo avevo sentito dire che bisognava stare immobili quando un animale pericoloso attaccava, ma avevo anche sentito dire che un cane  in grado di sentire lodore della paura. Non so chi lo avesse detto. Ma era una delle cose che era stata detta e che tutti sapevano: i cani sono in grado di percepire con lolfatto se hai paura. Allora possono impaurirsi a loro volta o diventare aggressivi, e poi attaccare. Se uno non ha paura, sono docili e mansueti.
Quanto meditai sopra quelle affermazioni. Come facevano a sentire lodore della paura? Che odore aveva la paura? Ed era possibile far finta di non averla in modo che i cani non la fiutassero, e non notassero invece la sensazione vera nascosta?
Anche i Kanestrm, che abitavano due case davanti alla nostra, avevano un cane. Era un golden retriever, si chiamava Alex ed era mite come un agnellino. Trotterellava dietro il signor Kanestrm dovunque andasse, ma anche dietro qualsiasi dei quattro figli quando doveva. Occhi buoni e movimenti morbidi, amichevoli. Eppure avevo paura anche di quel cane. Perch quando uno compariva e si faceva avanti per andare a suonare il campanello, si metteva ad abbaiare. Non in modo cauto, gentile, meravigliato, ma con fare potente, profondo e rimbombante. Allora mi bloccavo.
Ciao, Alex, ero capace di dire se non cera nessuno nelle vicinanze. Io non ho paura, sai. Ma non  questo il punto".
Se invece cera qualcuno, ero semplicemente costretto ad andarmene facendo finta di niente, quasi come se mi aprissi un varco attraverso quellabbaiare, e quando se ne stava l davanti a me con le fauci spalancate mi chinavo in avanti e gli davo un paio di colpetti di lato mentre il cuore mi batteva in petto e tutti i muscoli erano come indeboliti dalla paura.
Stai zitto, Alex! gli poteva dire Dag Lothar se spuntava correndo sul sentierino di ghiaia dalla porta dello scantinato o si precipitava fuori da quella dingresso.
Quando abbai spaventi Karl Ove, stupido di un cane".
Non  vero, replicavo allora. Dag Lothar si limitava a guardarmi con una specie di sorriso irrigidito, significava che non dovevo neanche provarci.
Poi andavamo.
Dove andavamo?
Nel bosco.
Gi fino allinsenatura di Ubekilen.
Gi dai pontili galleggianti per le barche.
Su fino al ponte.
Gi fino a Gamle Tybakken.
Fino alla fabbrica dove producevano barche di plastica.
Su in montagna.
Su fino al B-Max.
Gi fino al distributore della Fina.
Altrimenti correvamo nella strada dove abitavamo, oppure ce ne stavamo a bighellonare davanti a una delle case, o sedevamo sul bordo del marciapiede o in cima a quel grande ciliegio che non era di propriet di nessuno.
Era tutto. Era il mondo.
Ma che mondo!
Unarea edificabile residenziale non ha nessuna radice nel passato, neppure alcun ramo proteso verso il cielo del futuro, come avevano invece un tempo le periferie delle citt. Quelle aree spuntavano come una sorta di risposta pragmatica a una domanda pratica, dove vivranno tutte le persone che si trasferiranno qui, s, il bosco laggi, rendiamo edificabili alcuni terreni e li mettiamo in vendita. Lunica casa che cera gi da prima apparteneva a una famiglia che si chiamava Beck, il padre era originario della Danimarca e aveva costruito quellabitazione con le proprie mani, proprio in mezzo al bosco. Non avevano lautomobile e neppure la lavatrice e il televisore. Niente giardino, soltanto una specie di aia in terra battuta tra gli alberi. Cataste di legna tagliata sotto i teloni impermeabili, e dinverno una barca rovesciata. Le due sorelle, Inga Lill e Lisa, frequentavano la scuola media e nei primi anni che abitavamo l facevano da babysitter a me e a Yngve. Il fratello si chiamava John, aveva due anni pi di me, indossava sempre degli indumenti strani, fatti a mano in casa, non mostrava nessun interesse verso quello che invece interessava a noi, era rivolto verso qualcosaltro che noi non sapevamo cosa fosse. A dodici anni si costru la propria barca. Non come noi, quelle zattere che cercavamo di mettere insieme spinti dai sogni e dalla voglia di avventura, ma una vera e propria barca a remi. Avrebbe dovuto finire vittima di episodi di bullismo, ma cos non fu, la distanza era in un certo senso troppo grande. Non era uno di noi e non gli interessava esserlo. Il padre, il danese in bicicletta, che forse aveva cullato il desiderio di abitare da solo nei boschi fin da quando viveva in Danimarca, doveva essere rimasto deluso quando vennero esposti e approvati i piani per la costruzione di case e proprio davanti alla sua i primi macchinari edili fecero il loro ingresso attraverso il bosco. Le famiglie che si sarebbero trasferite l venivano da tutta la Norvegia e tutti avevano figli. Nella casa sullaltro lato della strada abitavano i Gustavsen, lui era pompiere, lei casalinga, erano di Honningsvg, i figli si chiamavano Rolf e Leif Tore. In quella dirimpetto alla nostra abitavano i Prestbakmo, lui era insegnante di scuola media, lei era infermiera, venivano dalla contea settentrionale di Troms, i figli si chiamavano Gro e Geir. Ancora pi in l abitavano i Kanestrm, lui lavorava alla posta, lei era casalinga, erano di Kristiansund, i figli si chiamavano Steinar, Ingrid Anne, Dag Lothar e Unni. Sullaltro lato i Karlsen, lui era marinaio, lei commessa in un negozio, venivano dalla Norvegia meridionale, i figli si chiamavano Kent Arne e Anne Lene. Dopo di loro i Christensen, lui marinaio, non conoscevo la professione di lei, le figlie si chiamavano Marianne ed Eva. Sullaltro lato abitavano i Jacobsen, lui era tipografo, lei casalinga, tutti e due di Bergen, i figli si chiamavano Geir, Trond e Wenche. Dopo di loro, i Lindland, venivano dalla Norvegia meridionale, i figli si chiamavano Geir Hkon e Morten. A partire da quel punto cominciavo a non starci pi dietro, perlomeno su come si chiamavano i genitori e che cosa facevano. Bente, Tone Elisabeth, Tone, Liv Berit, Steinar, Kre, Rune, Jan Atle, Oddlaug, Halvor si chiamavano i bambini in quella zona. La maggior parte di loro erano miei coetanei, i pi vecchi avevano sette anni pi di me, i pi giovani quattro. Cinque di loro avrebbero frequentato la mia classe.
Ci trasferimmo l nellestate del 1970. In quel momento la maggior parte delle case che facevano parte di quella zona residenziale era ancora in costruzione. Il suono stridulo della sirena che preannunciava unesplosione era un rumore normale durante la mia infanzia e quella sensazione tutta speciale di fine del mondo improvvisa che si sente quando le onde durto dovute allesplosione si propagano nel sottosuolo facendo tremare il pavimento della casa era un sentimento normale. Che esistessero vie di comunicazione e connessioni sopra la crosta terrestre era naturale  strade e cavi elettrici e boschi e il mare , ma che ci esistesse anche sotto di essa, era pi inquietante. Ci su cui stavamo non avrebbe dovuto essere qualcosa di assolutamente saldo e impenetrabile? Al contempo tutte le aperture che presentava la terra esercitavano su di me e sugli altri bambini con cui ero cresciuto unattrazione molto particolare. Non erano poche le volte in cui ci assiepavamo intorno a una delle tante buche che venivano scavate nel vicinato, poteva trattarsi di condotti fognari o elettrici da installare, o allo scopo di gettare le fondamenta in cemento per costruire una cantina. Scrutavamo dentro quelle profondit, gialla dove cera sabbia, nera, marrone o marroncino tendente al rosso dove cera la terra, grigia se si trattava di argilla, e con un fondo che prima o poi era sempre coperto da una superficie giallastra e impenetrabile di acqua, forse interrotta dalla punta di un masso o due. Sopra il buco giganteggiava un escavatore scintillante di giallo o di arancione, non dissimile da un uccello, con la benna alla stregua di un becco posto allestremit del lungo collo, accanto un camion parcheggiato, i cui fari assomigliavano a degli occhi, la griglia una bocca e il pianale coperto dal telone, una schiena. Quando si trattava di progetti pi grandi, ci potevano anche essere bulldozer o mezzi dopera, il pi delle volte gialli, con pneumatici enormi in cui le scanalature erano profonde come le nostre mani. Se eravamo fortunati, trovavamo mucchi di cavi da detonazione o dentro o nelle vicinanze del buco, e li prendevamo perch avevano un valore molto alto come merce di scambio e duso. Se no cerano sempre nelle vicinanze tamburi alti come persone, costruzioni in legno che ricordavano dei rocchetti, da cui si srotolavano i cavi, e pile di tubi in plastica lisci e di colore rossastro con un diametro che corrispondeva quasi ai nostri avambracci. Poi cataste di tubi di cemento e pozzetti di calcestruzzo prefabbricati, cos ruvidi e belli, un po pi alti di noi, perfetti per arrampicarsi; tappeti lunghi e inamovibili di vecchi copertoni dauto tagliati, che venivano usati durante le esplosioni; pile di pali del telefono in legno, di colore verde per via della sostanza che era stata usata per impermeabilizzarli; casse di dinamite; le baracche dove gli operai si cambiavano e mangiavano. Quando erano presenti, ci tenevamo a rispettosa distanza mentre osservavamo quello che facevano. Se invece non cerano, scendevamo dentro il buco, ci arrampicavamo sugli pneumatici dei mezzi dopera, ci tenevamo in equilibrio sulle pile di tubi, toccavamo le porte delle baracche e sbirciavamo dalle finestre, ci calavamo dentro i pozzetti di calcestruzzo, tentavamo di far rotolare i tamburi, ci riempivamo le tasche di pezzi di fili recisi, giunti di plastica, cavi da detonazione. Nel nostro mondo nessuno godeva di quotazione maggiore di quei lavoratori, nessuna professione sembrava pi importante e significativa della loro. I dettagli tecnici, di cui essa si componeva, non minteressavano, lo stesso valeva per i modelli e le case costruttrici dei mezzi presenti nel cantiere. Per me lelemento pi degno di nota, oltre al mutamento che causavano al paesaggio, erano le tracce della loro vita privata che li seguiva. Quando dalla tuta arancione o dai pantaloni blu, molli, quasi sformati estraevano un pettine e si pettinavano, con il casco sottobraccio, in mezzo a tutti quei macchinari e alle loro attivit rombanti e martellanti, per esempio, oppure lattimo misterioso, quasi incomprensibile, di quando uscivano dalla baracca il pomeriggio, con indosso abiti normalissimi, e dopo essere saliti in auto, si allontanavano come uomini normalissimi.
Cerano anche altre categorie di lavoratori che seguivamo con attenzione e instancabilmente. Se nelle vicinanze compariva qualcuno della Televerket, la notizia si diffondeva in un baleno tra i bambini. Ecco l il furgoncino, ecco l loperaio, il tecnico specializzato in impianti di telecomunicazioni, e laggi cerano i suoi FANTASTICI ramponi da fissare alle scarpe! Con essi ai piedi e la cintura porta attrezzi intorno alla vita, fissava con un clic una cinghia che racchiudeva sia lui sia il palo e poi con movimenti lenti e ben ponderati, ma per noi COMPLETAMENTE incomprensibili, cominciava ad arrampicarsi. Comera POSSIBILE? Con la schiena dritta, senza nessuno sforzo apparente, senza ricorrere alluso visibile della forza fisica, SCIVOLAVA verso lalto fino a raggiungere la cima. Con gli occhi sgranati lo fissavamo mentre lavorava lass, non se ne parlava proprio di andarcene, perch presto sarebbe ridisceso, con le stesse movenze leggere, sciolte e incomprensibili. Pensa ad avere un paio di scarpe cos con quella barretta di metallo che sembrava una proboscide e che si attorcigliava intorno al palo, che cosa non si sarebbe potuto fare allora?
E poi cerano quelli che lavoravano agli impianti di scarico delle acque reflue. Quelli che parcheggiavano la vettura accanto a uno dei tanti tombini presenti sulla strada che si trovavano inseriti nellasfalto stesso o erano stati murati in leggere protuberanze del terreno in qualche punto nei paraggi, e che dopo essersi infilati gli stivali che gli arrivavano fino in VITA! con una leva di ferro sollevavano quellenorme coperchio di metallo rotondo e pesantissimo, lo appoggiavano di lato e cominciavano la discesa. Il modo in cui scomparivano prima i polpacci mentre scendevano dentro il buco, poi le cosce, poi la pancia, poi il petto, poi alla fine la testa E che cosa cera sotto, se non un tunnel? Dove scorreva lacqua? Dove si poteva andare a finire? Oh, era davvero fantastico. Magari adesso quelluomo si trovava da qualche parte, forse accanto alla bicicletta di Kent Arne, che era stata abbandonata sul marciapiede, a circa venti metri di distanza, per sotto terra! Oppure quei tombini erano soltanto delle specie di stazioni, dei pozzi dove si poteva controllare i tubi e andare a prendere lacqua quando cera un incendio? Non lo sapeva nessuno. Ci dicevano sempre di stare lontani quando si infilavano l dentro. Chiederglielo era qualcosa che nessuno di noi aveva il coraggio di fare. Sollevare da soli quei coperchi di metallo pesante e che assomigliavano a delle monete: nessuno di noi era abbastanza forte per riuscirci. Quindi rimaneva un mistero, come molte altre cose a quel tempo.
Persino prima di cominciare la scuola, eravamo liberi di andare dove volevamo, con due eccezioni. La prima era lo stradone, quello che partiva dal ponte e proseguiva fino alla stazione di benzina della Fina. La seconda era al mare. Mai andare da soli fino al mare! ci avevano inculcato gli adulti. Ma perch no poi? Pensavano forse che saremmo caduti in acqua? No, non era per quello, aveva detto uno mentre ce ne stavamo seduti sulla roccia vicino al piccolo prato dove ogni tanto giocavamo a calcio mentre guardavamo di sotto verso lacqua in cui la parete rocciosa finiva a strapiombo, forse trenta metri sotto di noi. Era per via del nkk. Quella creatura sovrannaturale che viveva nei corsi dacqua e che, dopo aver assunto sembianze umane, rapiva i bambini.
E chi lo dice?
Mamma e pap".
Ed  qui?
S".
Abbassammo lo sguardo scrutando la superficie grigiastra del mare nellinsenatura di Ubekilen. Non era improbabile che l sotto ci fosse qualcosa.
Soltanto qui? comment un altro. E allora basta andare da unaltra parte, no? Tjenna?
O Lille-Hawaii?
L ce ne sono altri. Sono pericolosi.  vero. Lo dicono la mamma e pap. Prendono i bambini e li affogano".
Ma pu arrivare fino a qui sopra?
Questo non lo so. No, non credo. No.  troppo lontano.  soltanto sul bordo che  pericoloso".
Da quel momento avevo paura del nkk, ma non quanto ne avevo per le volpi, il solo pensiero mi terrorizzava e quando vedevo muoversi un cespuglio e sentivo qualcosa frusciare, allora non cera altro da fare che mettersi a correre per raggiungere un luogo sicuro, cio uno spazio aperto nel bosco oppure larea edificabile dove le volpi non avevano il coraggio di andare. S, avevo cos tanta paura delle volpi che a Yngve bastava dire Io sono una volpe, adesso vengo a prenderti, mentre se ne stava sdraiato nel lettino superiore con me sotto di lui, da farmi raggelare dallo spavento. No, tu non sei una volpe, rispondevo. S invece, insisteva e chinandosi sopra la sponda del letto mi colpiva con la mano. Anche se le cose stavano cos, anche se a volte mi spaventava, sentivo la sua mancanza quando ognuno di noi ebbe la sua cameretta e io fui costretto di colpo a dormire da solo. Andava bene, era sempre dentro la casa, anche quella nuova, ma non era come quando lui era l con me, nel letto sopra il mio. Allora potevo chiedergli senza problemi per esempio, Yngve, adesso hai paura? e lui poteva rispondermi, no-o, perch dovrei? Qui non c niente di cui avere paura e per me era importante sapere che aveva ragione e che quindi potevo tranquillizzarmi.
La paura per le volpi svan allet di sette anni. Il vuoto lasciato fu colmato velocemente da altre cose. Una mattina stavo passando davanti al televisore, era acceso anche se nessuno stava guardando, trasmettevano un film e in quel momento, o no, un uomo senza testa stava salendo una scala! Ooohh! Mi precipitai in camera, ma non serv a niente, l ero ugualmente solo e indifeso, quindi lunica cosa da fare era cercare la mamma, se era a casa, o Yngve. Limmagine delluomo senza testa mi perseguitava, e non soltanto al buio. Come facevano le altre paure che avevo. No, luomo senza testa era capace di assalirmi allimprovviso in pieno giorno, allora io ero da solo, e non serviva a nulla che il sole scintillasse e gli uccelli cantassero, il mio cuore martellava e la paura attanagliava il pi piccolo filamento nervoso. Era ancora peggio che ci fossero le tenebre anche nella luce. S, se cera qualcosa di cui avevo davvero paura era loscurit della luce. La cosa pi terribile era che non cera niente da fare. Non serviva gridare per chiedere aiuto, non serviva starsene in piedi in uno spiazzo aperto, non serviva correre. Poi cera anche la copertina de Detektiv-magasinet che una volta mi mostr pap, un giornalino che aveva da piccolo, su cui cera uno scheletro con un uomo sulla schiena, lo scheletro aveva girato la testa e mi fissava con le sue orbite vuote. Avevo paura anche di quello, pure lui appariva in tutte le situazioni possibili e impossibili. Avevo paura anche dellacqua calda in bagno. Quando si girava il rubinetto, attraverso i tubi giungeva un suono stridulo, e subito dopo, se non si era abbastanza veloci da richiuderlo, cominciavano a rimbombare. Quei rumori erano cos violenti e forti da terrorizzarmi. Esisteva un modo per evitarli, bisognava aprire prima il rubinetto dellacqua fredda e poi far uscire quasi con cautela quella calda. Mamma, pap e Yngve facevano cos. Io ci avevo provato, quel suono lacerante che tagliava le pareti, e che era seguito da quel martellare dalla frequenza sempre pi alta, come se qualcuno l sotto si stesse per arrabbiare, cominciava esattamente nel momento in cui io aprivo il rubinetto dellacqua calda, e lo richiudevo con quanta velocit avevo, prima di correre fuori con la paura che mi martellava in tutto il corpo. Cos o mi lavavo con lacqua fredda o la mattina utilizzavo quella sporca ma tiepida lasciata da Yngve.
I cani, le volpi e i tubi dellacqua erano minacce fisiche e concrete, e questo mi serviva per tenerle a bada, o cerano o non cerano. Ma luomo senza testa e lo scheletro che ridacchiava, quelli appartenevano ai morti e quindi non era possibile tenerli allo stesso modo al loro posto, potevano essere ovunque, nellarmadio quando lo si apriva al buio, sulla scala quando si saliva o si scendeva, nel bosco, s, persino sotto il letto o in bagno. Limmagine di me che si rifletteva nelle finestre la collegavo a queste creature provenienti dal mondo dei morti, forse perch compariva soltanto quando fuori era buio, ma era un pensiero terribile, vedere la propria immagine riflessa in quel vetro scuro della finestra e pensare che non fosse me, ma un morto che mi fissava.
Lanno in cui cominciammo la scuola, nessuno di noi credeva pi a nkker, nisser o troll, ridevamo di quelli che lo facevano, ma limmagine dei fantasmi e degli spettri, quella invece era rimasta, forse perch non avevamo il coraggio di staccarcene: in fondo i morti esistevano, lo sapevamo tutti quanti. Le altre immagini che avevamo e che giungevano dallo stesso ambito composito, cio quello della mitologia, erano pi luminose e innocenti, come per esempio lidea secondo cui alla fine dellarcobaleno fosse sepolto un tesoro. Ancora lautunno in cui frequentavamo la prima ci credevamo a tal punto da metterci a caccia. Doveva essere un sabato di settembre, la pioggia era caduta per tutta la mattinata, stavamo giocando per strada sotto la casa dove abitava Geir Hkon, o per meglio dire, nel fossato completamente allagato. Proprio in quel punto la strada costeggiava una parete rocciosa che era stata fatta saltare e dalla cui cima coperta di muschio, erba e terriccio, lacqua scendeva sgocciolando. Indossavamo stivali di gomma, spessi pantaloni impermeabili con la pettorina e giacche impermeabili dai colori chiari, i cappucci legati cos bene sulla testa che tutti i suoni risultavano differiti: il proprio respiro e i propri movimenti del capo, l nel punto in cui le orecchie strofinavano contro linterno del cappuccio, risuonavano per tutto il tempo forti e chiari, mentre il resto veniva attutito ed era come se accadesse in lontananza. Tra gli alberi sullaltro lato della via, e in cima alla montagna che ci sovrastava, la nebbia era densa. I tetti arancioni delle case che si stagliavano su entrambi i lati della via che scendeva splendevano opachi nella luce grigiastra. Oltre al bosco in fondo al pendio il cielo giaceva come un ventre rigonfio, pervaso da quella pioggia insistente e leggera che per tutto il tempo crepitava debolmente sul cappuccio e sulle orecchie rese per loccasione ipersensibili.
Costruimmo una diga, ma la sabbia che raccoglievamo con le palette scivolava via in continuazione e quando notammo la macchina dei Jacobsen che stava risalendo il pendio, non esitammo ma, gettate via le palette, ci mettemmo a correre in discesa verso la loro casa, dove lauto si ferm in quel momento. Una striscia bluastra di fumo si libr nellaria appena dietro il tubo di scappamento. Da un lato scese il padre, magro come un chiodo, con un mozzicone di sigaretta allangolo della bocca, si chin, sollev la levetta in fondo al sedile e lo spinse in avanti, in modo che i suoi due figli maschi Store-Geir e Trond potessero scendere a loro volta, mentre al contempo la madre, piccola e grassoccia, dai capelli rossi e pallida, faceva lo stesso dal proprio lato con la figlia Wenche.
Ciao, esordimmo.
Ciao, risposero Geir e Trond.
Dove siete stati?
In citt".
Salve ragazzi, disse il padre.
Salve".
Volete sapere come si dice settecentosettantasette in tedesco? chiese.
S".
Siebenhundert-und-siebundsiebsich! pronunci la sua voce roca. Ah, ah, ah!
Ridemmo anche noi. La sua risata si trasform in una serie di colpi di tosse.
Allora..". riprese quando gli fu passato e dopo aver infilato la chiave nella serratura della portiera, la gir. Per tutto il tempo le sue labbra si contrassero a scatti, e anche un occhio.
Dove state andando? domand Trond.
Non sappiamo, risposi.
Posso venire con voi?
Ma certo".
Trond aveva la stessa et mia e di Geir, ma era molto pi piccolo di corporatura. I suoi occhi erano tondi, il labbro inferiore carnoso e rosso, il naso piccolo. Su quel volto che assomigliava quasi a quello di una bambola i capelli crescevano chiari e a boccoli. Il fratello aveva un aspetto completamente diverso: gli occhi erano sottili e furbi, il sorriso spesso beffardo, i capelli piatti e castani chiari, la radice del naso lentigginosa. Per anche lui era piccolo.
Mettiti la giacca impermeabile, gli disse la madre.
Me la infilo e arrivo subito, esclam Trond correndo in casa. Aspettammo senza dire una parola, le braccia lungo i fianchi come due pinguini. Aveva smesso di piovere. Un venticello leggero faceva ondeggiare le cime dei pini alti e slanciati che si ergevano qua e l nei giardini. Un piccolo ruscello scorreva in discesa lungo il ciglio della strada, portandosi dietro in qualche punto mucchietti di aghi, quelle v gialle o lische gialle che giacevano sparse dappertutto.
Dietro di noi la coltre di nubi che copriva il cielo si era squarciata. Il paesaggio in cui ci trovavamo, con tutti i suoi tetti, prati rasati, gruppetti dalberi, alture e pendii, era avvolto da una specie di bagliore. Dalla collina davanti a casa nostra, che noi chiamavamo La montagna, si lev un arcobaleno.
Guardate, dissi. Larcobaleno!
Ohh! esclam Geir.
Trond si stava richiudendo la porta di casa alle spalle. Corse verso di noi.
C un arcobaleno sulla montagna! disse Geir.
Andiamo a cercare il tesoro?
S! rispose Trond.
Ci mettemmo a correre in discesa. Sul prato dei Karlsen cera Anne Lene, la sorellina di Kent Arne, che ci seguiva con gli occhi. Aveva indosso una bretella di sicurezza fissata a una corda in modo che non potesse allontanarsi. La macchina rossa della madre era parcheggiata sul vialetto. Una luce brillava in una lanterna a muro appesa alla parete. Davanti alla casa dei Gustavsen Trond rallent.
Leif Tore vuole sicuramente venire anche lui, disse.
Non credo che sia a casa, commentai.
Chiediamo lo stesso, rispose Trond prima di superare le due colonne del cancello in muratura, che non erano collegate da nessun cancello e che erano oggetto di battute da parte di mio padre, e risalire il vialetto. Su ognuna delle colonne era stato fissato un globo cavo di metallo da cui spuntava una freccia, tutto questo sostenuto da un uomo nudo dalla schiena curva. Era una meridiana e mio padre si faceva beffe anche di esse perch cosa se ne faceva uno di due meridiane?
Leif Tore! grid Trond. Esci fuori!
Ci guard. Ci mettemmo a urlare tutti e tre.
Leif Tore! Esci fuori!
Trascorsero alcuni secondi. Poi la finestra della cucina si apr e la madre sporse la testa.
Sta arrivando. Si sta mettendo la giacca e i pantaloni impermeabili. Adesso non avete pi bisogno di strillare".
Avevo unidea ben precisa della natura di questo tesoro. Una marmitta grande e nera con tre gambe piene di cose luccicanti. Oro, argento, diamanti, rubini, zaffiri. Si trovava ai piedi dellarcobaleno, una a ogni estremit. Gi una volta eravamo andati alla sua ricerca, ma senza fortuna. Bisognava spicciarsi, gli arcobaleni non duravano mai a lungo.
Leif Tore, che per un po era rimasto solo unombra dietro il vetro giallo della porta dingresso, finalmente lapr. Unondata di aria calda fuoriusc intorno a lui. A casa loro faceva sempre cos caldo. Avvertii un debole sentore di qualcosa che era al contempo aspro e dolce. Era quello lodore che cera da loro. Tutte le case a parte la nostra avevano il proprio, quello era il loro.
Cosa facciamo? disse sbattendo la porta con tanta forza da far tintinnare il vetro.
Sulla montagna c un arcobaleno, andiamo a cercare il tesoro, gli rispose Trond.
Allora forza! replic Leif Tore mettendosi a correre. Lo seguimmo lungo lultima parte del pendio prima di imboccare la strada che saliva verso la montagna.
La bicicletta di Yngve non era ancora al suo posto, vidi, ma cerano invece il maggiolino verde della mamma e la Kadett rossa di pap. La mamma aveva passato laspirapolvere quando stavo uscendo, la cosa che pi detestavo, odiavo quel suono, era come se una parete premesse contro di me. Poi aprivano le finestre quando stavano facendo le pulizie, in casa laria era gelida ed era come se quel freddo si trasmettesse anche alla mamma, in lei non cera pi nulla in esubero quando se ne stava china sul secchio e torceva lo strofinaccio, o quando passava la scopa o laspirapolvere sul pavimento, e dal momento che soltanto in ci che cera in esubero, cera anche posto per me, anchio diventavo freddo in quelle mattine di sabato, in effetti cos freddo che il gelo mi penetrava dentro la testa e mi rendeva difficile starmene sdraiato a letto a leggere i fumetti, cosa che io del resto adoravo, tanto che alla fine non avevo altra scelta che quella di vestirmi e uscire di corsa nella speranza che l fuori accadesse qualcosa.
Da noi pulivano sia mamma sia pap, non era una cosa cos usuale: da quanto ne sapevo, non cera nessuno degli altri padri che lo facesse, forse con leccezione di Prestbakmo, ma io non lavevo mai visto in azione e in realt dubitavo che si occupasse di faccende di casa.
Ma quel giorno pap era andato con lautomobile in citt a comprare i granchi al molo dove vendevano il pesce, dopo si era seduto nel suo ufficio, fumando sigarette e forse correggendo dei temi, forse leggendo dei documenti, forse divertendosi con la sua collezione di francobolli, forse leggendo lUomo mascherato.
Davanti alla staccionata in legno su cui era stato applicato del mordente color nero e che delimitava il nostro giardino, l nel punto in cui cominciava il sentiero che portava al supermercato B-Max, lacqua fuoriuscita da un tombino aveva allagato il sottobosco. Rolf, il fratello di Leif Tore, alcuni giorni prima aveva detto che era responsabilit di pap. Responsabilit non era una di quelle parole che lui avrebbe usato normalmente, cos mi resi conto che laveva presa dal padre. Pap faceva parte del consiglio comunale, erano loro che decidevano sullisola, ed era quello che Gustavsen, il padre di Leif Tore e Rolf, intendeva dire. Pap doveva far presente quellallagamento in modo che avrebbero potuto mandare qualcuno a ripararlo. Mentre stavamo salendo, posai ancora una volta gli occhi su quella quantit dacqua cos innaturalmente grande che scorreva tra gli alberi piccoli ed esili e dove fluttuava anche qualche pezzo di carta igienica. Decisi di dirlo a pap qualora ne avessi avuto loccasione. Riferirgli che doveva comunicarlo durante la riunione del luned.
Eccolo l. Con indosso la sua giacca impermeabile blu, senza il cappuccio in testa, i jeans blu di quando lavorava in giardino, e gli stivali verdi alti fino al ginocchio, apparve da dietro langolo di casa. Il busto era leggermente piegato perch tra le mani stringeva una scala a pioli che lui teneva in equilibrio mentre la portava verso il prato. Dopo averla piantata a terra, la raddrizz prima di appoggiarla sul tetto di casa.
Mi rigirai e accelerai il passo per raggiungere gli altri.
Larcobaleno  ancora l! esclamai.
Lo vediamo pure noi! comment Leif Tore.
Li raggiunsi nel punto in cui cominciava il sentiero, camminavo appena dietro la schiena gialla di Trond mentre ci inoltravamo tra gli alberi, da cui cadevano gocce dacqua ogni volta che qualcuno scostava un ramo, e proseguimmo fino alla casa marrone di Molden, che non aveva figli piccoli, ma solo un giovane dai capelli lunghi, gli occhiali grandi, gli abiti marroni e i pantaloni a zampa delefante. Non sapevamo neanche il suo nome e per questo chiamavamo Molden anche lui.
La via migliore per raggiungere la cima della montagna costeggiava il loro giardino, che stavamo percorrendo in quel momento, lentamente, perch era ripido e lerba alta e gialla che vi cresceva era scivolosa. Ogni tanto mi aggrappavo a un alberello per spingermi in avanti. Proprio sotto la sommit, la montagna si faceva brulla e pendeva verso lesterno, impossibile procedere in salita, perlomeno quando era tutto cos bagnato come adesso, ma sul bordo cera un crepaccio tra la montagna e una piccola sporgenza rocciosa su cui era possibile appoggiare i piedi e percorrere facilmente gli ultimi metri che rimanevano per raggiungere la cima.
Ma dov finito? esclam Trond che era arrivato per primo.
Ma era l! disse Geir indicando alcuni metri pi in l su quel piccolo altipiano.
Oh no, comment Leif Tore.  laggi. Guardate!
Tutti si girarono per guardare in basso. Larcobaleno si stagliava sopra la foresta molto pi sotto. Una estremit finiva sopra gli alberi davanti alla casa di Beck, laltra quasi sul pendio erboso che portava gi allinsenatura.
Andiamo l sotto, allora? disse Trond.
Magari il tesoro  ancora qui, sugger Leif Thore. Possiamo provare a cercarlo". Pronunci quelle parole con la cadenza e il dialetto che usavamo quando parlavamo.
Tanto non c, replicai. C solo dove  larcobaleno".
E chi lavrebbe tolto? Sentiamo, ribatt Leif Tore.
Ma nessuno, dissi. Sei del tutto scemo o cosa? E non c neanche nessuno che lo porta, se  quello che credi.  larcobaleno".
Lo scemo sei tu, rispose Leif Tore. Non pu sparire da solo".
Certo che s, commentai.
No, insistette Leif Tore.
Invece s, dissi. E allora mettiti a cercare, vediamo se lo trovi!
Anchio voglio vedere, intervenne Trond.
Anchio, si aggiunse Geir.
Io no, sentenziai.
Si girarono e presero a inoltrarsi verso linterno mentre sbirciavano da una parte allaltra. Io avevo voglia di seguirli, mi resi conto, ma adesso non era possibile. Invece mi misi a guardare il paesaggio. Quello era il punto migliore in assoluto. Si vedeva il ponte che sembrava quasi spuntare dalle chiome degli alberi, si vedeva lo stretto, dove cerano sempre delle imbarcazioni, e si vedevano le enormi cisterne di gas di colore bianco che si trovavano sullaltro lato. Si vedeva Gjerstadholmen, si vedeva la nuova strada, il basso ponte di cemento armato su cui passava, si vedeva Ubekilen allinterno. E si vedeva larea edilizia residenziale. Tutti i tetti rossi e arancioni tra gli alberi. La via. Il nostro giardino, il giardino di Gustavsen, il resto era nascosto.
Adesso il cielo sopra quellarea in parte abitata in parte in costruzione era quasi completamente azzurro. Le nuvole verso il centro della citt, bianche. Mentre dallaltra parte, dietro Ubekilen, erano ancora grigie e pesanti.
Laggi potevo vedere pap. Una figura piccolissima, non pi grande di una formica, in cima alla scala appoggiata al tetto.
Chiss se era in grado di vedermi mentre me ne stavo quass?
Giunse una folata di vento.
Mi voltai per cercarli con lo sguardo. Due chiazze gialle e una verde chiaro che si muovevano avanti e indietro tra gli alberi. La roccia dellaltipiano era di un grigio scuro, quasi dello stesso colore del cielo in lontananza, ma tra le fessure spuntava lerba gialla, quasi bianca in alcuni punti. Un ramoscello, il cui ramo non toccava terra in quel punto, sembrava riposare sereno sui numerosi rametti laterali e sottili come aghi. Era una vista strana.
Il bosco che cominciava subito dopo lo conoscevo appena, ci ero stato solo una volta. Il punto pi lontano che avevo raggiunto in quella direzione era fino a un grosso albero sradicato che si trovava forse a una trentina di metri allinterno. Da l lo sguardo cadeva su un versante dove non cresceva altro che erica. Con quei pini lunghi ed esili che si ergevano su entrambi i lati e gli abeti che si stagliavano pi compatti e sembravano fare da parete sullo sfondo, pareva una grande stanza.
Geir sosteneva che quella volta aveva visto una volpe. Io non gli credevo, ma non si scherza con le volpi, cos per sicurezza portammo la merenda al sacco e le bottiglie di sciroppo diluito con acqua sul limitare della montagna, dove giaceva sotto di noi tutto il mondo conosciuto.
Eccolo! grid Leif Tore. Cazzo! Il tesoro!
Cazzo! esclam Geir.
Tanto non mi fate fesso! urlai a mia volta.
Ah! disse ad alta voce Leif Tore. Siamo ricchi!
Porca puttana! proruppe Trond.
Poi si fece silenzio.
Lavevano trovato per davvero?
No. Mi stavano prendendo in giro.
Eppure lestremit dellarcobaleno prima era proprio in quel punto.
E se era vero quello che aveva detto Leif Tore, che la marmitta non scompariva con larcobaleno?
Feci qualche passo in avanti cercando di vedere attraverso gli arbusti di ginepro dietro cui si trovavano.
Oh! Guardate qui! disse Leif Tore.
Mi decisi in un attimo e mi affrettai verso linterno, procedevo quasi correndo fra i tronchi e, superati i cespugli, mi fermai.
Mi guardarono.
Ci sei cascato! Ah ah ah! Ci sei cascato!
Tanto lo sapevo, risposi. Sono soltanto venuto a prendervi. Larcobaleno scompare se non ci muoviamo".
S, come no, comment Leif Tore. Ti abbiamo fregato. Ammettilo".
Vieni, Geir, dissi. Andiamo a cercare il tesoro l sotto".
Guard Leif Tore e Trond, si sentiva a disagio. Ma lui era il mio migliore amico e mi segu. Trond e Leif Tore ci raggiunsero trotterellando.
Devo pisciare, esclam Leif Tore. Facciamo a gara? A pisciare al di l del bordo? Chiss che getto lunghissimo!
Pisciare cos mentre pap era sotto e poteva vedere?
Leif Tore si era gi abbassato i pantaloni impermeabili con la pettorina e adesso stava trafficando con la cerniera della patta. Geir e Trond si erano posizionati accanto a lui, uno su ogni lato, ed erano intenti a calarsi i pantaloni impermeabili dimenando il sedere.
Io non devo pisciare, dissi. Lho appena fatto".
Non  vero, disse Geir girando la testa verso di me, mentre con entrambe le mani si teneva luccello.  tutto il giorno che stiamo insieme".
Ho pisciato mentre stavate cercando il tesoro, risposi.
Un secondo dopo si lev intorno a noi il vapore della piscia. Feci qualche passo in avanti per vedere chi aveva vinto. Abbastanza sorprendentemente, Trond.
Rolf ha piegato la pelle delluccello, comment Leif Tore mentre si tirava su la cerniera. Cos ha pisciato molto pi distante".
Larcobaleno non c pi, disse Geir mentre si scrollava il pisello unultima volta prima di rimetterlo al suo posto.
Tutti guardarono in basso.
E adesso che cosa facciamo? chiese Trond.
Non lo so, rispose Leif Tore.
Andiamo gi alla rimessa delle barche? proposi.
A fare cosa? disse Leif Tore.
Arrampicarci sul tetto, per esempio, replicai.
S! esclam Leif Tore.
Scendemmo di traverso lungo il pendio facendoci strada tra la fitta pineta per ritrovarci cinque minuti dopo sulla stradina coperta di ghiaia che costeggiava linsenatura. Dinverno eravamo soliti sciare lungo la china coperta derba che si trovava sullaltro lato. Destate e in autunno ci recavamo laggi raramente, tanto cosa avremmo potuto fare? Linsenatura era bassa e melmosa, non ci si poteva fare il bagno, il molo era fatiscente e il minuscolo isolotto che si trovava sullaltro lato era completamente ricoperto degli escrementi dei gabbiani che avevano l la loro colonia. Quando ci passavamo per caso, era come quella mattina, senza uno scopo. In cima, tra il terreno digradante e il limitare del bosco, cera una vecchia casa bianca dove abitava unanziana dai capelli bianchi. Non sapevamo niente di lei. N come si chiamasse, n cosa ci facesse l. Ogni tanto sbirciavamo dentro labitazione, appoggiate le mani sulla finestra, premevamo la faccia contro il vetro. Non per qualche motivo speciale, e neanche per curiosit, ma semplicemente perch era possibile farlo. Allora guardavamo dentro un soggiorno dai mobili vecchi o dentro una cucina piena di oggetti antiquati. Accanto allabitazione, sullaltro lato della stradina coperta di ghiaia, cera un fienile rosso che sembrava afflosciato su di s. E proprio in fondo, vicino al ruscello che scorreva sbucando dal bosco, si trovava una vecchia rimessa per le barche che non era verniciata e con il cartone catramato sul tetto. Lungo il letto del corso dacqua crescevano felci e piante dalle foglie enormi se paragonate agli steli esili: se le si scostava di lato con le mani, con quel movimento natatorio che si usava per superare con lo sguardo le cose che cedevano, il terreno pareva spoglio, come se la vegetazione volesse ingannarci facendoci credere che l fosse verde e lussureggiante, mentre in realt sotto quelle fitte foglie cera soltanto terriccio. Pi in basso, pi vicino allacqua, la terra o largilla o quello che era, era rossiccia, pressappoco dello stesso colore della luce. Ogni tanto rimanevano impigliate cose diverse, il brandello di un sacchetto di plastica o un preservativo, ma non in giorni come quello, quando lacqua scorreva copiosa e a fiotti dal tubo posto sotto la strada e smetteva di spumeggiare soltanto in quella piccola area che assomigliava a un minuscolo delta dove si allargava prima di raggiungere linsenatura.
La rimessa per le barche era ormai completamente grigia per via dellincuria e del tempo. In alcuni punti si poteva infilare una mano tra le assi, ecco perch sapevamo comera allinterno anche se nessuno di noi era mai stato dentro. Dopo aver sbirciato per un attimo tra quelle fessure, dirigemmo la nostra attenzione verso il tetto su cui avremmo tentato di salire. Per riuscirci dovevamo trovare qualcosa su cui arrampicarci. Nulla di quello che cera nelle vicinanze sembrava utilizzabile, cos furtivamente ci dirigemmo verso il fienile e poi ci guardammo intorno. Prima ci assicurammo che non ci fosse parcheggiata nessuna automobile sul lato esterno, ogni tanto accadeva, il proprietario era un uomo, forse il figlio della donna anziana, ed era capace di vietarci di correre attraverso il cortile le volte che noi avevamo allungato il tragitto passando di l, cosa che lei non aveva mai fatto. Quindi stavamo attenti a lui.
Nessunauto.
Alcune taniche bianche di plastica appoggiate a casaccio alla parete. Le riconobbi perch le avevo viste alla fattoria della nonna e del nonno materni: acido formico. Una botte arrugginita. Una porta scardinata.
Ma l, s! Un bancale!
Lo sollevammo. Era quasi incollato al terreno. Brulicava di onischi e minuscoli insetti simili a ragni strisciarono via da tutte le parti quando lo staccammo da terra. Poi lo trasportammo di peso per tutto il tragitto fino alla rimessa delle barche. Lappoggiammo di traverso alla parete. Leif Tore, noto per essere il pi coraggioso di noi, fu il primo a tentare. Stando in piedi sul bancale riusc ad appoggiare un gomito sul tetto. Con laltra mano ne afferr il bordo e poi lanci una gamba in aria. Riusc a farla passare e per un attimo essa si trov appoggiata al tetto, ma appena cerc di caricare anche il peso del corpo, gli scivolarono le mani e cadde di sotto come un sacco senza nessuna possibilit di proteggersi. Atterr su un fianco sul bancale inclinato prima di finire a terra.
Oh! disse. Porca di quella troia! Oohhh! Oh! Oh! Oh!
Si alz lentamente e, dopo essersi guardato le mani, si strofin una natica.
Mamma che male! Adesso avanti un altro!
Mi guard.
Non ho abbastanza forza nelle braccia, commentai.
Ci posso provare io, intervenne Geir.
Se Leif Tore era famoso per essere coraggioso, Geir era famoso per essere scatenato. Non perch fosse cos, infatti se avesse potuto fare di testa sua se ne sarebbe rimasto chiuso in casa a disegnare e a scoreggiare tutto il tempo, ma lo diventava quando veniva sollecitato. Forse si faceva irretire un po troppo facilmente. Quellestate io e lui avevamo costruito una soap box, con un bel po daiuto da parte di suo padre, e il giorno in cui la macchinina era pronta, riuscii a convincerlo a spingerla ovunque con me dentro, dicendogli semplicemente che in questo modo uno diventava forte. Semplice da ingannare, ma anche temerario, a volte era come se ogni limite non avesse pi valore per lui e in quel caso era capace di qualsiasi cosa.
Geir scelse un metodo diverso da quello adottato da Leif Tore. In piedi sul bancale strinse con entrambe le mani il bordo sporgente del tetto, poi cerc di camminare sulla parete mentre le dita con cui si teneva aggrappato dovevano sostenere tutto il peso. Era una scemenza. Anche se ce lavesse fatta, si sarebbe trovato in orizzontale sotto il tetto, una posizione decisamente peggiore di quella da cui era partito.
Le mani gli scivolarono e cadde prima con il sedere sul bancale, su cui poi picchi la nuca.
Emise un leggero grugnito. Quando si alz, mi resi conto guardandolo che aveva preso una bella botta. Fece qualche passo ostinato avanti e indietro, grugn nuovamente. Nghn! Poi si arrampic unaltra volta. Adesso si serv del metodo di Leif Tore. Dal momento in cui riusc a far superare alla gamba il bordo, fu come se venisse attraversato da una serie di scariche elettriche, la gamba and a picchiare contro il cartone catramato, il corpo si contorse e, voil, allimprovviso era inginocchiato lass mentre ci guardava dallalto.
Facile! esclam. Forza! Posso tirarvi su!
No, non ci riesci. Non sei abbastanza forte, disse Trond.
Ma possiamo provare, insistette Geir.
Vedi di scendere, intervenne Leif Tore. Tanto tra poco devo andare a casa".
Anche io, dissi.
Eppure lui da lass non sembrava minimamente deluso. Piuttosto, deciso.
Salto gi".
Non  un po troppo alto? osserv Leif Tore.
Ma no, rispose Geir. Devo soltanto concentrarmi un po".
Rimase a lungo accucciato a fissare il terreno mentre espirava e inspirava profondamente come se avesse intenzione di immergersi sottacqua. Per un attimo scomparve ogni tensione dal suo corpo, doveva aver cambiato idea, ma poi, dopo essersi irrigidito nuovamente, salt. Cadde, rotol e balz in piedi come una molla, cominci a spazzolarsi la coscia per segnalare di essere assolutamente rilassato quasi ancora prima di essere tornato in posizione eretta.
Se fossi stato io lunico ad arrampicarmi sul tetto, sarebbe equivalso a un grande trionfo. In quel caso Leif Tore non avrebbe mai mollato. Se anche si fosse arrampicato e caduto per tutta la sera, avrebbe continuato per annullare lo squilibrio emerso di colpo. Ma con Geir era diverso. In effetti era in grado di fare cose incredibili, come saltare gi da cinque metri per finire in un cumulo di neve dinverno, cosa che nessun altro aveva osato fare, senza che questo avesse alcuna conseguenza su di lui. Non contava sul serio. Geir rimaneva soltanto Geir, indipendentemente dalle sue trovate.
Senza ulteriori esitazioni ci mettemmo a risalire il pendio. In alcuni punti lacqua aveva staccato parti della pavimentazione stradale, in altri cerano delle buche. Ci fermammo per un attimo a sprofondare i talloni in una parte molto molle, la ghiaia bagnata ci lambiva il perimetro degli stivali, era una bella sensazione. Sentivo un po di freddo alle mani. Quando le premevo, le dita lasciavano dei segni bianchi in tutto quel rosso. Ma le verruche, tre su un pollice, due sullaltro, una sullindice, tre sul dorso della mano, non cambiarono colore, erano leggermente rossastre come sempre e piene di puntini a cui si poteva togliere la pelle. Poi ci dirigemmo verso laltra parte del terreno, quello che terminava allaltezza del recinto in pietra e del bosco che cominciava dietro di esso, quasi incorniciato da un crinale coperto in lunghezza da abeti, alquanto ripido, forse alto dieci metri e da cui spuntavano qua e l sporgenze di roccia nuda. Quando camminavo da quelle parti, o in posti simili, mi rallegravo spesso al pensiero che il paesaggio assomigliasse a quello che cera in mare aperto. Che il prato fosse la superficie del mare da cui spuntavano la roccia e gli isolotti.
Oh, poter navigare con una barca a vela attraverso il bosco! Poter nuotare tra gli alberi! Quello s che sarebbe stato qualcosa!
Ogni tanto ci recavamo in automobile fino allestremit dellisola quando il tempo era bello, parcheggiavamo in un vecchio campo di tiro e scendevamo fino agli scogli lisci dove avevamo un posto fisso, non lontano dalla spiaggia di Spornes, dove ovviamente avrei preferito stare dal momento che l cera la sabbia e io potevo sguazzare nellacqua scegliendo la profondit che preferivo. Invece in prossimit degli scogli era subito alta. A dire il vero cera una cala, una specie di spaccatura piuttosto stretta colma dacqua, ci si poteva scendere per raggiungerla, si poteva fare il bagno, ma era piccola e il fondo era sconnesso, coperto da balanidi, alghe e conchiglie. Le onde si infrangevano contro la roccia dallesterno, allora lacqua allinterno saliva, a volte fino alla gola, e i pezzi di polistirolo contenuti nel giubbotto di salvataggio che indossavo si sollevavano fino alle orecchie. Le ripide pareti amplificavano il gorgogliare e lo sciabordare dellacqua rendendo quei suoni in un certo senso cavernosi. Terrorizzato mi trovavo l, di colpo incapace di respirare se non come se annaspassi alla ricerca dellaria ed emettendo sospiri grandi e tremanti. Altrettanto spaventoso era quando le onde si ritraevano e la quantit dacqua si abbassava con un rumore che ricordava qualcuno che sorbiva rumorosamente del liquido. Quando il mare era tranquillo, capitava che pap gonfiasse il materassino giallo e verde su cui potevo sdraiarmi oscillando in prossimit della terraferma, e sul quale io, con la pelle nuda appiccicata sulla plastica bagnata e la schiena asciutta e calda dal sole cocente, sguazzavo intorno con laiuto di piccoli movimenti delle mani immerse nellacqua, cos fresca e salata, mentre osservavo di sottecchi le alghe che ondeggiavano lentamente avanti e indietro lungo gli scogli lisci a cui erano aggrappate, guardavo alla ricerca di pesci o di granchi, seguivo con lo sguardo una barca in lontananza. Al pomeriggio arrivava la grande nave traghetto che faceva spola con la Danimarca, potevamo vederla allorizzonte quando arrivavamo e trovarcela l davanti nello stretto quando ce ne andavamo, imponentemente bianca e potente tra gli scogli bassi e lisci e quelli frastagliati. Era la Venus? O la Christian Quart? I bambini che vivevano lungo tutto il lato meridionale e occidentale dellisola, e probabilmente anche quelli che abitavano sullaltra sponda dello stretto di Galtesundet, su quella che per noi era la sconosciuta isola di Hisy, avevano labitudine di fare il bagno quando arrivava la nave perch le onde che si levavano dalla sua scia erano grandi e famigerate. Un pomeriggio di quelli, mentre me ne stavo sdraiato sul materassino a pagaiare con le braccia, le onde improvvise mi costrinsero a drizzarmi quasi in piedi con il risultato che finii in acqua. Sprofondai come un sasso. Forse l cerano tre metri di profondit. Dibattevo braccia e gambe, mi misi a urlare in preda al panico, bevvi, cosa che non fece che aumentare il panico che probabilmente non dur pi di venti secondi perch pap aveva visto tutto. Si tuff e mi riport sulla terraferma. Rigurgitai dellacqua, avevo un po freddo e tornammo a casa. In realt non cera mai stato nessun pericolo e la cosa non aveva lasciato alcuna traccia dentro di me, a parte la sensazione che mi riemp quando, arrivato a casa, risalii il pendio per andare a raccontare quello che era successo a Geir: il mondo era qualcosa sulla cui cima io camminavo, era impenetrabile e duro, impossibile precipitare, anche se poteva sollevarsi fino a diventare una ripida parete rocciosa o cadere in valli profonde. In fondo sapevo che era cos, ma non lo avevo mai percepito prima: quella su cui camminavamo era una superficie.
Nonostante quellepisodio e il disagio che a volte avvertivo quando facevo il bagno in quella piccola cala, apprezzavo molto quelle gite. Starmene seduto su un telo accanto a Yngve a guardare quel mare azzurro chiaro e lucido come uno specchio che si perdeva allorizzonte, dove passavano grandi navi che lentamente scivolavano via come le lancette di un orologio, oppure osservare i due fari a Torungen che si delineavano in maniera netta con il loro bianco su quel cielo blu: non erano tante le cose migliori di quelle. Le bibite conservate nella borsa termica a quadrettini rossi, mangiare biscotti, magari seguire pap con gli occhi quando si dirigeva verso il limitare della roccia, abbronzato e muscoloso, per poi tuffarsi qualche secondo dopo dentro il mare che si trovava due metri sotto di lui. Il modo in cui scuoteva la testa e si scostava allindietro i capelli dagli occhi quando riemergeva, il brusio delle bollicine intorno a lui, quella rara gioia negli occhi quando tornava a nuoto a riva con le sue bracciate pesanti e lente mentre dondolava tra le onde lunghe. Oppure dirigersi verso le due marmitte dei giganti che si trovavano nella montagna a poca distanza, una profonda come laltezza di un uomo, con degli evidenti segni a spirale sulla parete, colma di acqua di mare salata, coperta sul fondo da una vegetazione marina e da grandi agglomerati di alghe, laltra pi bassa ma non per questo meno bella. Oppure su fino alle pozze basse ed estremamente salate e calde che riempivano i punti in cui la roccia si era affossata e dove il ricambio dacqua avveniva soltanto quando cera tempesta, la superficie satura di piccoli insetti che ronzavano e il fondo coperto di alghe gialle dallaspetto malato.
In uno di quei giorni pap aveva deciso di insegnarmi a nuotare. Mi chiese di seguirlo fino al bordo dellacqua. L cera una piccola roccia liscia e coperta di alghe, forse cinquanta centimetri sotto la superficie del mare, su cui sarei dovuto stare. Lui raggiunse a nuoto uno scoglio che si trovava a quattro, cinque metri dalla terraferma. Si gir verso di me.
Adesso mi raggiungi a nuoto, disse.
Ma  profondo! esclamai. Perch lo era, si riusciva a intravedere a malapena il fondo tra due piccoli scogli, forse cerano tre metri.
Sono qui, Karl Ove. Non credi che riuscirei a salvarti se tu dovessi affondare? Dai, nuota. Non c nessun pericolo! Lo so che ce la puoi fare. Buttati in avanti e comincia a muovere le braccia e le gambe. Se lo farai, saprai nuotare,  cos! Allora sarai capace di nuotare!
Mi accovacciai nellacqua.
Il fondo si intravedeva verdognolo in lontananza. Avrei dovuto lasciarmi scivolare sopra di esso?
Il cuore mi martellava nel petto come faceva soltanto quando avevo paura.
Non riesco! gridai.
Ma certo che ci riesci! grid a sua volta pap.  cos facile! Devi solo lasciarti scivolare in acqua, fare un paio di bracciate ed eccoti qui".
Non riesco! dissi.
Mi guard. Dopo aver sospirato, mi raggiunse a nuoto.
Okay, comment. Nuoto accanto a te. Ti posso tenere la mano sotto la pancia, in questo modo  impossibile affondare!
Ma io non ci riuscivo. Perch non lo capiva?
Mi misi a piangere.
Non ci riesco, dissi.
Labisso era nella mia testa e nel mio petto. Labisso era nelle braccia e nelle gambe, nelle dita dei piedi e delle mani. Labisso colmava tutto me stesso. Sarei stato in grado di allontanare dalla mia mente quel pensiero?
I sorrisi erano finiti. Con unespressione adirata dipinta sul viso pap usc dallacqua, si diresse verso le nostre cose, torn con il mio giubbotto di salvataggio.
Mettiti questo, allora, mi disse lanciandolo verso di me. Cos non puoi affondare neanche se ci provi finch vuoi".
Me lo infilai, anche se sapevo che non sarebbe cambiato nulla.
Si allontan nuovamente a nuoto. Si volt verso di me.
Forza, adesso vieni! disse. Raggiungimi!
Mi accovacciai. Lacqua mi lambiva il costume. Immersi le braccia.
S, cos! esclam pap.
Si trattava soltanto di lasciarsi cadere in avanti, eseguire qualche bracciata e tutto sarebbe finito.
Eppure non ci riuscivo. Mai e poi mai sarei riuscito a scivolare sopra quellabisso.
Le lacrime mi rigavano le guance.
Dai, su, ragazzo! grid pap. Non abbiamo tutto il giorno a disposizione!
NON CI RIESCO, urlai a mia volta. MI SENTI!
Si irrigid mentre mi guardava con occhi di colpo furiosi.
Ti stai impuntando?
No, risposi senza riuscire a reprimere un singhiozzo. Mi tremavano le braccia.
Ritorn a nuoto, me ne strinse forte uno.
Vieni qui". Cerc di costringermi a entrare in acqua. Io contorsi il corpo verso la terraferma.
Non voglio, dissi.
Dopo aver mollato la presa, inspir profondamente.
No, comment. Adesso lo sappiamo".
Poi si diresse verso il punto dove avevamo le nostre cose, afferr lasciugamano con entrambe le mani e si strofin il viso. Dopo essermi tolto il giubbotto, lo seguii, mi fermai a qualche metro di distanza da lui. Sollev un braccio e si asciug di sotto, poi fu la volta dellaltro. Si chin in avanti e pass alle cosce. Dopo aver gettato lasciugamano, raccolse la camicia che cominci ad abbottonare mentre guardava il mare calmo come lolio. Quando ebbe finito, si infil un paio di calze e poi mise i piedi nelle scarpe. Erano un paio di calzature marroni di pelle senza lacci che non si abbinavano n alle calze n al costume da bagno.
Che cosa stai aspettando? mi disse.
Mi misi la maglietta azzurra con la scritta Las Palmas che mi avevano regalato la nonna e il nonno paterni, e allacciai le scarpe da ginnastica blu. Pap infil le bottiglie vuote delle bibite e la buccia dellarancia nella borsa termica e dopo essersela appesa sulla spalla si incammin, con lasciugamano bagnato tenuto appallottolato nellaltra mano. Rimase in silenzio fino allauto. Apr il bagagliaio, vi infil la borsa termica, mi tolse dalle mani il giubbotto di salvataggio e ce lappoggi accanto insieme al suo telo. Che anchio avessi un asciugamano non sembrava un dettaglio a cui stesse pensando e comunque io non avevo nessuna intenzione di disturbarlo facendoglielo presente.
Anche se aveva parcheggiato allombra, lautomobile era al sole. I sedili neri erano bollenti e bruciavano sulle cosce. Per un attimo presi in considerazione lipotesi di coprire il mio con lasciugamano bagnato. Ma se ne sarebbe accorto. Invece appoggiai il palmo delle mani sul sedile e mi ci sedetti sopra, il pi possibile sul bordo.
Accesa la macchina, pap cominci a guidare a passo duomo: quella distesa ghiaiosa che veniva chiamata campo di tiro era piena di grossi sassi. La strada che invece imbocc poco dopo aveva anche delle buche, quindi continu a guidare con la stessa lentezza. I rami e i cespugli verdi sfioravano il cofano e il tetto dellauto, a volte con dei piccoli colpi, quando il ramo opponeva resistenza. Il palmo delle mani mi bruciava ancora, ma adesso con minore intensit. Fu soltanto in quel momento che mi venne in mente che anche pap era seduto con i pantaloni corti sul sedile ustionante. Guardai velocemente il suo volto riflesso nello specchietto. Era adirato e chiuso, ma che lui se ne stesse l seduto con le cosce che gli bruciavano era impossibile capirlo.
Quando sbuc sulla strada davanti alla chiesa, acceler notevolmente e percorse i cinque chilometri che ci dividevano da casa infrangendo il limite di velocit.
Ha paura dellacqua, disse alla mamma quel pomeriggio. Non era vero, ma io non dissi niente, non ero mica stupido.
Una settimana dopo arrivarono il nonno e la nonna materni. Era la prima volta che venivano a trovarci a Tybakken. Nella fattoria a Srbvg non esisteva la minima parvenza che in loro ci fosse qualcosa di strano, si adattavano perfettamente a quel contesto, il nonno con le sue tute da lavoro e i berretti neri dalla tesa corta, i lunghi stivali di gomma marroni e quel suo continuo sputare tabacco, la nonna con i suoi vestiti a fiori logori ma puliti, i capelli grigi e il fisico corpulento, con le mani che le tremavano sempre leggermente. Ma quando scesero dallauto nel vialetto davanti alla nostra casa, dopo che pap era andato a prenderli allaeroporto di Kjevik, vidi immediatamente che con quel posto non avevano nulla a che fare. Il nonno indossava il suo completo grigio della festa, una camicia azzurra e un cappello grigio, in mano teneva la sua pipa, non per il manico come faceva pap, ma con le dita strette intorno alla testa. Usava il manico per indicare, vidi, quando in seguito fu mostrato loro il nostro giardino. La nonna indossava un cappotto grigio chiaro, scarpe grigie chiare e al braccio teneva una borsa. Qui nessuno si vestiva a quel modo. Neppure in citt si vedeva gente portare abiti simili. Era come se arrivassero da un altro tempo.
Riempirono le nostre stanze con la loro estraneit. Anche la mamma e il pap cominciarono a comportarsi di colpo in modo diverso, soprattutto pap, quando a Natale si trasformava a quel modo. I suoi continui no si trasformavano in perch no?, lo sguardo vigile che aveva con noi diventava amichevole e gentile, poteva accadere persino che una mano di passaggio venisse appoggiata in modo cameratesco sulla spalla mia e di Yngve. Ma anche se parlava interessato con il nonno, notavo che in realt non lo era, cerano sempre brevi attimi in cui allontanava lo sguardo e in quei momenti i suoi occhi potevano essere completamente spenti. Il nonno, allegro e solerte, ma in un certo senso pi piccolo e vulnerabile, non diede mai limpressione di accorgersi di quel tratto di pap. Oppure faceva semplicemente finta di non accorgersene.
Una di quelle sere in cui erano da noi, pap compr dei granchi. Per lui si trattava assolutamente di cibo da servire in occasioni di festa, e anche se la stagione era solo agli inizi quelli che riusc a trovare avevano gi abbastanza polpa. Ma i nonni, i granchi non li mangiavano. Quando al nonno capitava di trovarne qualcuno rimasto impigliato nella rete da pesca, s, lo ributtava in mare. In seguito pap avrebbe commentato che la considerava una cosa buffa, che si trattava di una specie di superstizione, secondo cui i granchi sarebbero meno puliti dei pesci soltanto perch correvano avanti e indietro sul fondo del mare e non nuotavano liberamente nellacqua. Forse i granchi si nutrivano di cadaveri, visto che mangiavano tutto quello che precipita sui fondali, ma quante probabilit cerano che proprio quei granchi quella sera si fossero imbattuti in qualche morto laggi negli abissi dello Skagerrak?
Un pomeriggio eravamo seduti in giardino a bere caff e succhi, dopo ero andato in camera mia dove, sdraiato a letto, stavo leggendo dei fumetti, quando sentii il nonno e la nonna salire per le scale. Senza dire niente, arrancavano con passo pesante sui gradini prima di entrare in soggiorno. La luce che illuminava la parete della mia stanza era dorata. Il prato allesterno aveva grandi spazi di giallo e addirittura di marrone bench pap mettesse in funzione lirrigatore a partire dallattimo stesso in cui si aveva lautorizzazione a farlo. Tutto quello che io vedevo lungo la via, tutte le case, tutti i giardini con i mobili da esterno e i giocattoli, tutte le macchine e tutti i piccoli attrezzi che erano appoggiati alle pareti o alle verande in legno, sembrava stessero dormendo, mi veniva da pensare. Il mio petto sudato si appiccicava sgradevolmente al copripiumino. Mi alzai e aperta la porta mi diressi in soggiorno dove la nonna e il nonno sedevano ognuno nella propria poltrona.
Volete vedere la tv, per caso? dissi.
S, tra poco non c il Dagsrevyen? rispose il nonno. A noi il telegiornale interessa, sai".
Andai verso il televisore e laccesi. Ci volle qualche secondo prima che giungesse limmagine. Poi lo schermo si illumin lentamente. La N di Dagsrevyen si ingigant sempre pi mentre si sentiva quel segnale semplice che ricordava il suono di uno xilofono, din-don-din-dooon, anchesso allinizio debole, ma che poi crebbe dintensit. Arretrai di un passo. Il nonno si chin in avanti sulla poltrona con il manico della pipa che spuntava dalla mano e indicava.
Ecco, dissi.
A essere sinceri non avevo il permesso di accendere il televisore da solo, neanche la grande radio che si trovava sulla mensola della libreria lungo la parete, ma dovevo sempre chiedere a mamma o pap se potevano farlo per me qualora io volessi vedere o ascoltare qualcosa. Ma adesso lo stavo facendo per la nonna e il nonno, lui non poteva aver niente da ridire al riguardo.
Di colpo limmagine si mise a vibrare violentemente. I colori si distorsero. Dopo segu una raffica di luce, seguita da un sonoro puff e lo schermo si anner.
Oh no.
Oh no, oh no, oh no.
Che cos successo al televisore? domand il nonno.
Si  rotto, risposi con gli occhi gonfi di lacrime.
Ero stato io ad averlo rotto.
Sono cose che capitano, comment il nonno. E a dire il vero noi preferiamo ascoltare le notizie alla radio".
Si alz dalla poltrona e con i suoi passettini si diresse verso la radio. Io andai in camera mia. Avevo i sudori freddi dalla paura e sentivo la pancia contorcersi, mi sdraiai sul letto. Il copripiumino era fresco sulla pelle pallida e nuda. Presi un giornalino dalla pila che tenevo sul pavimento. Eppure non riuscivo a leggere. Tra non molto sarebbe rientrato in casa, sarebbe andato verso il televisore e lavrebbe acceso. Se si fosse rotto mentre ero solo, avrei forse potuto fare finta di niente in modo da spingerlo a credere che fosse andato in pezzi per i fatti suoi. Ma probabilmente anche in quel caso avrebbe capito che ero stato io, perch era come se lui riuscisse a fiutarle le cose, bastava unocchiata su di me per fargli intuire che qualcosa non andava e poi tirava le somme. Adesso non era possibile fare finta di niente perch era accaduto alla presenza dei nonni, gli avrebbero raccontato quello che era successo e se io avessi cercato di nasconderglielo tutto sarebbe stato molto, molto peggio.
Mi misi a sedere sul letto. Qualcosa mi premeva sullo stomaco, ma non aveva niente in s del calore e della morbidezza della malattia, era freddo e faceva male, ed era l, cos duro e attaccato cos tenacemente che nessuna lacrima sarebbe stata in grado di scioglierlo.
Piansi per un po.
Se soltanto Yngve fosse stato a casa. Avrei potuto starmene con lui in camera sua il pi a lungo possibile. Ma lui era fuori a fare il bagno con Steinar e Kre.
La sensazione che io mi sarei sentito pi vicino a lui qualora fossi entrato nella sua stanza, per quanto fosse vuota, fece s che mi alzassi. Aprii la porta e, dopo aver percorso con cautela il corridoio, vi entrai. Il suo letto era dipinto di blu, il mio di arancione, cos come le ante del suo armadio erano verniciate di blu e le mie di arancione. Tutto l dentro aveva lodore di Yngve. Andai verso il letto e mi ci sedetti sopra.
La finestra era socchiusa!
Era pi di quanto avessi osato sperare. In questo modo avrei potuto sentire le loro voci gi in terrazza senza che loro sapessero che io ero l. Se la finestra fosse stata chiusa, sarei stato smascherato nel momento in cui lavessi aperta.
La voce di pap saliva e scendeva con quel modo tranquillo con cui parlava quando era di buon umore, ed era intervallata da quella pi chiara e dolce della mamma. Dal soggiorno giungeva il suono della radio. Per qualche motivo mi venne da pensare che la nonna e il nonno stessero dormendo, seduti ognuno nella propria poltrona con la bocca aperta e gli occhi chiusi, forse perch li avevo visti cos ogni tanto quando andavamo a trovarli a Srbvg.
Allesterno si sentiva il tintinnio delle tazze.
Stavano sparecchiando e portando tutto dentro?
S, perch poco dopo si sent il clic clac dei sandali della mamma mentre faceva il giro della casa.
Allora avrei avuto modo di averla tutta per me! Allora avrei potuto dirlo per prima a lei!
Aspettai di sentire il rumore della porta che veniva aperta al piano di sotto. Poi, nellattimo in cui la mamma stava salendo per le scale portando un vassoio pieno di tazze, piattini, bicchieri e il bollitore di metallo lucido da caff con il coperchio rosso, appoggiato su una ghirlanda di mollette da bucato che Yngve aveva fatto durante il doposcuola, uscii in corridoio.
Te ne stai qui rintanato con questo bel tempo? mi disse.
S, le risposi.
Stava per proseguire quando si ferm.
 successo qualcosa? domand.
Abbassai lo sguardo.
E sarebbe?
Si  rotto il televisore, dissi.
Oh, no, comment. Che peccato. La nonna e il nonno sono in soggiorno?
Annuii.
Pensavo di venire a prenderli. Fuori c una splendida serata. Vieni anche tu, no? Se vuoi, puoi bere ancora un po di succo".
Scossi la testa prima di ritornare nella mia stanza. Mi fermai subito dietro la porta. Forse la cosa pi furba da fare era stare fuori con loro? Lui non avrebbe fatto niente quando cerano anche loro, anche se fosse venuto a sapere che io avevo rotto il televisore.
Ma proprio quel dettaglio avrebbe potuto farlo infuriare ancora di pi. Lultima volta che eravamo stati a Srbvg eravamo tutti seduti a tavola per cenare e Kjartan aveva raccontato che Yngve aveva fatto a botte con Bjrn Atle, il bambino che abitava nella fattoria vicina. Tutti avevano riso, incluso pap. Ma quando la mamma mi aveva portato con s al negozio e gli altri stavano facendo una pennichella dopo mangiato e Yngve era andato a sdraiarsi sul letto con un giornalino, il pap era entrato in camera, lo aveva fatto alzare e dopo averlo scosso per bene lo aveva sbattuto contro la parete perch aveva fatto a pugni.
No, la cosa migliore era rimanere l. Se i nonni avessero detto che la televisione si era rotta, forse la sua rabbia sarebbe sbollita mentre sedeva con loro.
Mi sdraiai nuovamente sul letto. Il petto fu percorso da un tremore incontrollato, fui sopraffatto da una nuova ondata di lacrime.
Ohohohohoh. Ohohohoh. Ohohohohoh.
Tra non molto sarebbe arrivato.
Lo sapevo.
Tra poco sarebbe arrivato.
Mi coprii le orecchie con le mani e chiusi gli occhi nel tentativo di far finta che non esistesse niente. Solo quel buio e quel respiro.
Ben presto per quel sentirmi indifeso ebbe il sopravvento e io feci il contrario, mi misi in ginocchio sul letto e guardai fuori dalla finestra, quel fiume di luce che cadeva sul terreno, le tegole che ardevano, le finestre che scintillavano.
La porta del pianterreno fu aperta e richiusa violentemente.
Mi guardai disperatamente intorno. Mi alzai, presi la sedia della scrivania, mi sedetti.
Dei passi risuonarono sulle scale. Erano pesanti, era lui.
Non potevo rimanere seduto con la schiena rivolta verso la porta, cos mi alzai nuovamente, andai a sedermi sul bordo del letto.
Apr la porta di scatto. Fece un passo nella stanza e si ferm, mi guard.
I suoi occhi erano sottili, le labbra contratte.
Cosa stai combinando, ragazzo? disse.
Niente, risposi abbassando lo sguardo.
Guardami quando parli con me! esclam.
Lo guardai. Ma non era possibile, riabbassai gli occhi.
Hai anche problemi di udito? GUARDAMI".
Lo guardai. Ma il suo sguardo, quello non ero in grado di incrociarlo.
Fece tre passi veloci in avanti e mi prese per un orecchio, lo torse mentre mi tirava su di peso.
Che cosa ti avevo detto a proposito di accendere la televisione? disse.
Singhiozzavo e non riuscivo a rispondere.
CHE COSA TI HO DETTO? ripet torcendo con pi forza.
Che io che io nnonon devo farlo, risposi.
Dopo avermi lasciato lorecchio, mi afferr per le braccia e cominci a scuotermi.
GUARDAMI! grid.
Alzai la testa. Le lacrime lo cancellavano quasi completamente.
Le sue dita strinsero pi forte.
Non ti ho forse detto che devi stare lontano dal televisore? Cosa? Non te lho detto? Adesso dobbiamo comprare un televisore nuovo e dove andiamo a prendere i soldi? Sai rispondere a questa domanda?
N-n-noo, singhiozzai.
Mi gett sul letto.
Da questo momento rimarrai chiuso nella tua stanza fino a quando te lo dico io. Hai capito?
S, risposi.
Rimarrai in castigo stasera e rimarrai in castigo domani".
S".
Poi scomparve. Piangevo cos tanto da non riuscire a sentire dove stesse andando. Quando inspirai, il mio respiro era spezzettato, come se cercasse di muoversi salendo su una scala. Mi tremava il petto, mi tremavano le mani. Piansi sdraiato sul letto, forse per venti minuti. Poi cominci a passarmi. Mi misi in ginocchio sul materasso per sbirciare fuori dalla finestra. Le gambe continuavano tremarmi, lo stesso con le mani, ma, notai, meno di prima, era come se fossi entrato in una stanza silenziosa dopo una tempesta.
Dalla finestra vedevo la casa dei Prestbakmo e tutta la parte antistante del loro giardino, che confinava con il nostro, labitazione e il giardino dei Gustavsen, una parte di quella dei Karlsen e un pezzetto della casa dei Christensen. Per quanto riguardava la strada, la mia visuale arrivava fino alla tettoia dove cerano le cassette della posta. Il sole, che nel pomeriggio pareva pi corposo, pendeva in cielo sopra gli alberi che si ergevano in cima alla collina. Laria era perfettamente immobile, non si muoveva n una pianta n un cespuglio. La gente non sedeva mai nel giardino che si trovava davanti alla facciata anteriore delle loro case, sarebbe stato come mettersi in mostra, come diceva spesso pap quando commentava il fatto di rendersi visibili a tutti: per questo motivo nel nostro vicinato larredamento da esterno e i grill si trovavano sul retro.
Di colpo avvenne qualcosa. Dalla porta dingresso dei Karlsen usc Kent Arne. Vidi soltanto la testa spuntare lungo il tetto della macchina parcheggiata, i capelli di un bianco accecante scivolarono via simili a un burattino in un teatro di marionette. Una manciata di secondi dopo era sparito: riapparve in sella alla sua bicicletta. In piedi sui pedali frenava a scatti, poi si butt in strada e dopo aver raggiunto una velocit considerevole quasi inchiod prima di imboccare il vialetto che conduceva a casa dei Gustavsen. Aveva perso il pap due anni prima, suo padre faceva il marinaio, mi ricordavo vagamente di lui, s, in effetti avevo soltanto unimmagine che lo riguardava, quella volta in cui stavamo scendendo lungo il pendio insieme a lui, faceva freddo e cera il sole, ma non cera neve, in mano tenevo i miei minuscoli pattini arancioni, quelli con tre lame e i lacci per poterli fissare alle scarpe, dovevamo essere diretti al lago di Tjenna. Ricordavo anche il momento in cui venni a sapere che era deceduto. Leif Tore si trovava davanti allo stretto bordo in pietra che separava le due vie, proprio davanti alla nostra casa, e aveva detto che il padre di Kent Arne era morto. Mentre pronunciava quelle parole, aveva guardato di sottecchi la loro casa. Aveva cercato di tirar fuori qualcuno da una cisterna che stavano pulendo, conteneva ancora del gas e gli uomini al suo interno erano svenuti, poi aveva perso i sensi anche lui ed era morto. Non parlavamo mai di suo padre quando Kent Arne era presente, neppure della morte. Un altro uomo si era appena trasferito da loro, e fatto alquanto strano si chiamava anche lui Karlsen.
Se Dag Lothar era il numero uno, Kent Arne era il numero due, anche se aveva un anno meno di noi e due meno di Dag Lothar. Leif Tore era il numero tre, Geir Hkon il numero quattro, Trond il numero cinque, Geir il numero sei e io il numero sette.
Leif Tore, esci? grid Kent Arne davanti alla casa. Linterpellato comparve un attimo dopo, indossava soltanto un paio di pantaloncini di jeans blu e le scarpe da ginnastica, and a sedersi sulla bici di Rolf e i due scomparvero gi per la discesa e fuori dal mio campo visivo. Il gatto di Prestbakmo rimase disteso immobile sulla roccia piatta che si trovava tra la propriet dei Gustavsen e quella degli Hansen.
Mi sdraiai nuovamente sul letto. Letti alcuni giornalini, mi alzai e appoggiai lorecchio alla porta per sentire se stava succedendo qualcosa in soggiorno, neanche un rumore, erano ancora fuori. La nonna e il nonno erano in visita, quindi era impensabile che qualcuno mi preparasse lo spuntino serale. O no?
Li sentii salire le scale mezzora dopo. Uno di loro and nel bagno, che era adiacente alla mia camera. Non era pap, lo capii dai passi che erano pi leggeri dei suoi. Non ero in grado di stabilire se fosse la mamma, la nonna o il nonno finch il brusio proveniente dalla toilette fu seguito da un martellare potente che si diffuse nei tubi dellacqua calda, cosa che soltanto il nonno o la nonna potevano aver provocato.
Adesso avevo veramente fame.
Allesterno le ombre che cadevano sul terreno erano ormai cos lunghe e distorte da non avere pi nessuna somiglianza con le forme che le avevano generate. Come se fossero scaturite partendo da un proprio diritto acquisito, come se in effetti esistesse una realt parallela fatta di buio, composta da recinti-buio, alberi-buio, case-buio, abitata da uomini-buio, che in qualche modo si era arenata l in tutta quella luce, dove esse apparivano tanto deformi e indifese quanto ci si poteva immaginare lo fosse uno scoglio coperto di alghe, conchiglie e granchi nel momento in cui lacqua si era ritirata. Oh, non  per questo che le ombre si allungano sempre pi nel corso della sera? Tendono verso la notte, questa marea di buio che si riversa inondando la terra e che per qualche ora esaudisce gli aneliti pi intimi insiti nelle ombre.
Guardai lorologio. Erano le nove e dieci. Tra venti minuti sarebbe scattata lora di andare a dormire.
La cosa peggiore di doversene stare chiusi in casa in castigo durante il pomeriggio era non poter uscire mentre dalla finestra si vedevano tutti gli altri fuori. La sera invece la cosa peggiore era che non esisteva pi una divisione netta tra le diverse fasi di cui era composta normalmente una sera. Quel rimanere sveglio per un po seduto nella mia stanza prima di spogliarmi e andare a coricarmi. La differenza tra quei due stati, che normalmente era grande, quando uno era in castigo veniva quasi cancellata del tutto, e ci implicava il fatto che io acquisissi consapevolezza di me stesso in un modo che non mi era usuale. Era come se quello che ero, mentre compivo una qualsiasi azione, come consumare uno spuntino serale, lavarmi i denti, la faccia, infilarmi il pigiama, non fosse soltanto qualcosa di tangibile, ma anche colmasse tutto il mio essere dal momento che di colpo non cera altro. Ero esattamente lo stesso quando sedevo sul letto vestito come quando ero sdraiato svestito. Dunque non esistevano linee n di divisione n di transizione.
Era una sensazione che mi tormentava.
Andai verso la porta per origliare. Prima regn il silenzio, poi sentii alcune voci e dopo si rifece silenzio. Piansi per un po prima di togliermi la maglietta e i pantaloncini e sdraiarmi sul letto con il piumino tirato fino al mento. Il sole continuava a risplendere sulla parete opposta. Lessi qualche fumetto, poi dopo averli appoggiati per terra chiusi gli occhi. Che non fosse colpa mia fu lultimo pensiero che ebbi prima di addormentarmi.
Mi svegliai, guardai lorologio che portavo al polso. I due serpentelli luminosi indicavano le due e dieci. Rimasi per un po immobile sul letto nel tentativo di scoprire che cosa mi avesse svegliato. A parte le pulsazioni che battevano come un sussurro nellorecchio, non si sentiva nessun rumore. Non cerano automobili per strada, n imbarcazioni nello stretto, nessun aereo in cielo. Nessun passo, n voci, niente. Neppure dalla nostra casa.
Sollevai leggermente la testa in modo che le orecchie non entrassero in contatto con nulla e trattenni il respiro. Dopo qualche secondo sentii un suono provenire dal giardino. Un rumore cos nitido e forte che allinizio non fui in grado di coglierlo, ma nellattimo in cui me ne resi conto, fui preso dal terrore.
Iiii-iiiiiiiii-iii-iiiiiiiiiiiiiiiiiii-iii-iiiiiiiiii.
Mi misi in ginocchio sul letto, scostai la tendina e sbirciai fuori dalla finestra. Il prato era inondato da una luce fioca: sopra la nostra casa la luna era piena. Un colpo di vento diede limpressione che lerba scivolasse via correndo. Un sacchetto di plastica bianco rimasto impigliato allestremit della siepe sventolava e pensai che se qualcuno non fosse stato a conoscenza dellesistenza del vento, avrebbe creduto che fosse il sacchetto stesso a muoversi. Come se mi fossi trovato in alto su una vetta, avvertii un formicolio alle dita dei piedi e delle mani. Nel petto il cuore batteva veloce. I muscoli dello stomaco si contrassero, deglutii, deglutii una seconda volta. La notte era lora dei fantasmi e degli spettri, la notte era lora delluomo senza testa e dello scheletro che sogghignava. E ci che mi separava da tutto questo era una parete sottile.
Di nuovo quel rumore!
Iiii-iiiiiiiii-iii-iiiiiiiiiiiiiiiiiii-iii-iiiiiiiiii.
Lasciai vagare lo sguardo sul prato grigio. Laggi vicino alla siepe, forse a cinque metri di distanza, vidi il gatto dei Prestbakmo. Disteso sullerba stava percuotendo ripetutamente qualcosa con la zampa. Quella cosa che stava colpendo, un grumo grigio che sembrava pietra o argilla, fu scagliato qualche metro pi vicino alla finestra. Il gatto si alz e lo segu. Il mucchietto giaceva immobile nellerba. Il gatto lo tocc con cautela pi volte con la zampa, poi chinata la testa si avvicin e prese a spingerlo con il muso prima di aprire le mascelle e prenderlo in bocca. Quando quella specie di gemito ricominci, intuii che si trattava di un topo. Quel suono improvviso sembr confondere il gatto, che comunque con un movimento della testa lo scagli via. Questa volta il topo non rimase immobile, ma schizz via con tutte le sue forze sfrecciando lungo il prato. Il gatto rimase immobile mentre lo seguiva con lo sguardo. Pareva quasi che volesse lasciarlo andar via. Ma poi, proprio nellattimo in cui il topo aveva raggiunto laiuola che si trovava davanti alla cancellata che dava sul giardino dei Prestbakmo, lo segu. Tre balzi e lo aveva catturato nuovamente.
Dalla stanza accanto giunse di colpo la voce di pap. Era bassa, simile a un borbottio, quasi senza capo n coda, cos come risuonava sempre quando parlava nel sonno. Un attimo dopo qualcuno si alz dal loro letto. Dalla leggerezza dei passi che seguirono capii che si trattava della mamma. Allesterno il gatto aveva cominciato a saltellare. Pareva una specie di danza. Un nuovo colpo di vento fece ondeggiare lerba. Lanciai unocchiata in direzione del pino e vidi i suoi rami morbidi e sensibili oscillare leggermente, neri ed esili su quella luna gialla e pesante. La mamma apr la porta del bagno. Quando la sentii abbassare la tavoletta del gabinetto, mi premetti le mani sulle orecchie e mi misi a canticchiare. I suoni che lei produceva in quei momenti, quasi paragonabili a un sibilo, come se stesse fuoriuscendo del vapore, erano in assoluto tra i peggiori che conoscessi. Lo scroscio quasi roboante di pap era anchesso qualcosa che ero solito escludere dal mio campo uditivo, anche se non era cos difficile da sopportare come il sibilo della mamma. Aaaaaaaaaaaaaa, dicevo mentre al contempo contavo lentamente fino a dieci seguendo il gatto con gli occhi. Apparentemente stanco di quel gioco prese il topo in bocca e scivol attraverso la siepe e, dopo aver attraversato la strada, si avvi lungo il vialetto dei Gustavsen, dove lo appoggi per terra davanti alla roulotte. Rimase per un po a fissarlo. Il topo giaceva immobile come soltanto alcune creature sono in grado di fare. Saltato sul muretto, il gatto si mosse in modo felpato verso una delle meridiane a forma di globo terrestre che si trovavano su uno dei pilastri in fondo. Tolsi le mani dalla testa e smisi di canticchiare. In bagno si sentiva il fischio dello sciacquone. Il gatto si gir di colpo e lanci unocchiata in direzione del topo che era ancora perfettamente immobile. Il getto dacqua del rubinetto rimbalz schizzando sulla porcellana del lavandino. Il gatto salt gi dal muretto e dopo essere ridisceso per strada si accucci come un piccolo leone. Proprio nel momento in cui la mamma abbass la maniglia della porta e lapr, il topo fu percorso da un tremito come se quel rumore avesse scatenato in lui una specie di impulso e listante successivo si lanci nuovamente in una corsa disperata nel tentativo di sfuggire al gatto, che evidentemente aveva calcolato anche quella possibilit dal momento che gli ci volle soltanto la frazione di un secondo per passare da una posizione di riposo a una di caccia. Ma questa volta era in ritardo. Una lastra bianca di eternit che era stata lasciata sul prato rappresent la salvezza del topo, che riusc a infilarci sotto un secondo o due prima di essere raggiunto dal gatto.
Fu come se i movimenti veloci di quei due animali continuassero dentro di me: ancora molto tempo dopo che mi ero coricato nuovamente, il cuore continuava a battermi forte nel petto. Forse perch anchio ero un animaletto? Dopo un po cambiai ancora una volta posizione, misi il guanciale ai piedi del letto e scostai leggermente la tendina in modo da potere rimanere sdraiato a guardare il cielo, cosparso di stelle, cos simili a chicchi di sabbia, una spiaggia dal perimetro a noi invisibile su cui si infrangeva il mare.
Ma che cosa cera in realt al di l delluniverso?
Dag Lothar sosteneva che non ci fosse niente. Secondo Geir lass cerano delle fiamme ardenti. Era quello che pensavo anchio, limmagine del mare era pi perch il firmamento aveva laspetto che aveva.
Nella camera da letto di mamma e pap si fece di nuovo silenzio.
Tirai la tendina e chiusi gli occhi. Pervaso dalla pace che avvolgeva la casa e dal buio, in un attimo mi addormentai profondamente.
Quando mi alzai il mattino dopo, la nonna e il nonno erano seduti in soggiorno insieme alla mamma a bere il caff. Allesterno pap stava attraversando il prato armato di irrigatore. Lo appoggi sul bordo in modo che i sottili getti dacqua, somiglianti a una mano che si agitava, non cadessero soltanto sullerba, ma anche sullorto che si trovava pi in basso. I raggi del sole, che adesso pendevano sullaltro lato della casa, sopra il bosco a est, inondavano il giardino. Il cielo era velato, lo era quasi sempre di mattina. Seduto a tavola in cucina, Yngve stava mangiando. Le uova bianche contenute nei portauova marroni mi ricordarono che era domenica. Mi accomodai al mio posto.
Ma cosa  successo ieri? mi chiese sottovoce. Perch sei in castigo?
Ho rotto il televisore, risposi.
Mi guard con espressione interrogativa mentre teneva la fetta di pane imburrate in mano appena sotto la bocca.
S, lho solo acceso per i nonni. Ha fatto puff. Non ti hanno detto niente?
Yngve addent il pane su cui aveva disposto del formaggio ai chiodi di garofano scuotendo la testa. Con la lama del coltello tranciai la cima delluovo e, dopo averlo aperto come se si fosse trattato di un coperchio, con il cucchiaino estrassi quel bianco morbido che si trovava allinterno, poi mi allungai per prendere la saliera a cui diedi dei colpetti con lindice in modo da far scendere alcuni granelli. Imburrai una fetta con la margarina, versai del latte in un bicchiere. Al pianterreno pap apr la porta. Mangiai lalbume prima di infilare il cucchiaino dentro il tuorlo per vedere se era sodo o alla coque.
Sono in castigo anche oggi, aggiunsi.
Tutto il giorno? O soltanto la sera?
Mi strinsi nelle spalle. Luovo era sodo, il rosso si sbriciol contro il bordo del cucchiaino.
Fuori la strada era deserta, scintillava in tutto quel sole. Ma gi nel fossato, sotto i rami fitti degli abeti, era buio e ombreggiato.
Una bicicletta discese il pendio a gran velocit. Il ragazzo sul sellino, poteva avere quindici anni, teneva una mano sul manubrio, laltra su una tanica rossa di benzina che aveva legato con una corda al portapacchi. I capelli neri svolazzavano al vento.
Sulla scala si sentirono i passi di pap. Mi raddrizzai sulla sedia prima di lanciare unocchiata in direzione della tavola per vedere se tutto era a posto. Alcune briciole di uovo erano cadute fuori dal portauovo, le spinsi verso il bordo facendole cadere nella mia mano in attesa, poi le appoggiai sul piatto. Yngve aspett fino allultimo istante, quasi troppo tardi, per avvicinare la sedia al tavolo e raddrizzarsi, ma soltanto quasi, perch quando pap comparve sulla porta e fece il suo ingresso nella stanza, lui era seduto dritto come un fuso e con i piedi piantati a terra.
Andate a prendere loccorrente per il mare, disse. Faremo un giro fino a Hove".
Anchio? stavo per dire, ma mi trattenni perch poteva aver dimenticato che ero in castigo, cosa che la mia domanda gli avrebbe fatto ricordare. E anche se ne fosse stato consapevole, ma aveva cambiato idea, la cosa migliore era non nominarglielo perch lo si sarebbe potuto interpretare come un segno che il giorno prima lui si era sbagliato, che aveva commesso un errore, e io non volevo che lo pensasse. Cos andai a prendermi il costume e un asciugamano che erano appesi nella stanza della caldaia, li infilai in un sacchetto di plastica insieme alla maschera da sub, che sarebbe tornata utile se ci fossimo recati a una delle due spiagge a Hove, e mi sedetti in camera in attesa di partire.
Mezzora dopo eravamo diretti verso la parte esterna dellisola in quella che forse era la giornata pi bella dellanno, dove il mare era cos calmo e piatto da non emettere quasi alcun rumore e ci conferiva allambiente circostante, gli isolotti gi da prima silenziosi e i boschi gi da prima taciturni, la parvenza di qualcosa di irreale, dove ogni passo sulla roccia e ogni tintinnare di bottiglia risuonavano come se si trattasse della prima volta, e il sole, che ardeva in cielo allo zenit, appariva come qualcosa di profondamente primitivo e alieno, in quel giorno, quando si poteva vedere il mare incresparsi e scomparire tra gli abissi dietro lorizzonte, su cui il cielo, con il suo azzurro chiaro, pastello e quella lieve foschia, si librava leggero, e sia Yngve sia io, mamma e pap ci infilammo il costume e ognuno di noi a modo suo permise allacqua tiepida di abbracciare i nostri corpi bollenti di sole, mentre la nonna e il nonno rimanevano seduti nei loro abiti della festa, come indifferenti allambiente e a quello che accadeva loro, come se quella componente anni cinquanta e lessere originari della Norvegia occidentale presente in quei nonni fosse non soltanto qualcosa che li caratterizzava in superficie attraverso labbigliamento, i modi di fare e il dialetto, quindi qualcosa di esterno, ma al contrario proveniva da dentro, dalla profondit delle loro rispettive anime, dallintimit dei loro rispettivi caratteri. Era cos strano vederli l, seduti sugli scogli, mentre guardavano con gli occhi socchiusi quella luce tagliente che ci investiva da tutti i punti, parevano cos estranei.
Il giorno dopo tornarono a casa. Dopo averli accompagnati a Kjevik, gi che cera pap sfrutt loccasione per andare a trovare i suoi genitori mentre la mamma avrebbe portato me e Yngve al lago di Gjerstadvannet, lidea era fare il bagno, mangiare biscotti e godere di quel tempo insieme, ma come prima cosa la mamma non riusc a trovare una strada che portasse fino alla riva, cos fummo costretti a camminare a lungo in un bosco pieno di arbusti e cespugli, come seconda quella parte di lago che noi riuscimmo finalmente a raggiungere era verde di alghe e la roccia era liscia e viscida, come terza cosa si mise a piovere quasi nello stesso momento in cui avevamo appoggiato a terra la borsa termica e il cestino con i biscotti e le arance.
In quellistante provai una grande compassione per la mamma che voleva farci fare una bella gita, ma senza riuscirci. Non esisteva alcun modo per comunicarglielo. Apparteneva a quel genere di cose che bisognava semplicemente dimenticare il pi presto possibile. E non era affatto difficile, erano tante le novit che ci aspettavano nelle settimane a venire. Innanzitutto avrei cominciato la scuola e questo comportava il fatto che tutta una serie di oggetti nuovi sarebbero diventati miei. A cominciare dalla cartella, che mi recai a comprare in citt insieme alla mamma il sabato successivo. Era quadrata, la parte esterna blu era lucida e scintillante, le bretelle bianche. Allinterno aveva due comparti, in cui infilai subito lastuccio arancione nuovo che avevo ricevuto, con dentro una matita, una penna, una gomma per cancellare e un temperamatite, e lunico quaderno che avevamo comprato, con quei quadretti marroni e arancioni sulla copertina, proprio come Yngve aveva sui suoi, oltre ad alcuni giornalini che vi misi per riempirla. L, appoggiata alla gamba della scrivania, era tutte le sere quando andavo a dormire, non senza che la cosa mi tormentasse perch mancava ancora molto al grande giorno, quando io insieme a quasi tutti quelli che conoscevo avremmo cominciato la prima. Eravamo gi stati a scuola per un giorno, era stato in primavera, avevamo conosciuto colei che sarebbe stata la nostra maestra, e avevamo disegnato un po, ma adesso si trattava di qualcosa di molto diverso, non era pi quasi per finta, ora era per davvero. Cerano alcuni che asserivano di odiare la scuola, s, quasi tutti i bambini pi grandi dicevano di odiare la scuola, e in effetti sapevamo che anche noi avremmo dovuto farlo, ma al contempo era cos allettante, quello che sarebbe successo, ne sapevamo cos poco e ci aspettavamo cos tanto, inoltre il fatto stesso che noi avremmo cominciato la scuola ci elevava istantaneamente allo stesso rango a cui appartenevano tutti i bambini pi grandi facendoci diventare di colpo come loro, e allora s che avremmo potuto permetterci di odiare la scuola, ma non ora Parlavamo di altre cose? Quasi mai. Listituto scolastico a cui appartenevamo in base al nostro indirizzo era quello di Roligheden, dove lavoravano sia pap sia il padre di Geir, e che frequentavano tutti gli altri bambini pi grandi, ma non cera posto anche per noi, il numero di richiedenti era troppo grande, troppe famiglie si erano trasferite in quella zona, cos saremmo andati in una scuola che si trovava sul lato orientale dellisola, a forse cinque, sei chilometri di distanza, insieme a tutti i bambini che non conoscevamo e che vivevano da quella parte, e ci avrebbero portati in autobus. Si trattava di un grande privilegio e di unavventura. Una corriera sarebbe venuta a prenderci tutti i giorni!
Mi comprarono anche un paio di pantaloni azzurri, una giacca azzurra e un paio di scarpe da ginnastica blu scuro con le righe bianche sopra il collo del piede. Quando pap era fuori, indossai pi volte gli indumenti nuovi prima di andare a piazzarmi davanti allo specchio che si trovava in corridoio, a volte con la cartella sulle spalle, cos quando arriv finalmente il grande giorno e io mi misi in posa sul vialetto davanti alla porta in modo che la mamma mi scattasse una foto, quel solletico che provavo allo stomaco non era dovuto soltanto alleccitazione e allincertezza, ma anche a quella sensazione particolare, quasi di trionfo, che avvertivo quando ero vestito particolarmente bene.
La sera prima avevo fatto il bagno e la mamma mi aveva lavato i capelli e quando mi svegliai la mattina avvenne in una casa immersa nel silenzio e ancora addormentata, con un sole ancora impegnato ad arrampicarsi dietro gli abeti che costeggiavano la strada. Oh, che gioia prendere finalmente i vestiti nuovi dallarmadio e indossarli! Allesterno gli uccelli cinguettavano, era ancora estate, dietro il velo di foschia il cielo era azzurro e immenso, e le case che su entrambi i lati della strada erano ancora avvolte nel silenzio, tra non molto sarebbero ribollite di impazienza e aspettativa come se si fosse trattato della festa nazionale. Dopo aver tolto i fumetti dalla cartella, me la misi sulla spalla per regolare le bretelle prima di rimetterla al suo posto. Alzai e abbassai la cerniera della giacca mentre meditavo: stava meglio con la zip alzata, ma in quel caso non si vedeva la maglietta sotto Andai in soggiorno, guardai fuori dalla finestra, osservai il sole che si mostrava rossastro e fiammeggiante dietro gli alberi verdi, mi diressi in cucina, senza toccare niente, lanciai unocchiata in direzione della casa dei Gustavsen, da cui non proveniva nessun segno di vita. Mi misi davanti allo specchio in corridoio, tirai su e gi la cerniera alcune volte anche la maglietta era bella, peccato che non la si vedesse
Avrei potuto lavarmi i denti!
Via dentro il bagno, vai con lo spazzolino preso dallapposito bicchiere, sopra un goccio dacqua e il dentifricio bianco. Spazzolai con forza e a lungo mentre mi guardavo allo specchio. Il rumore dello spazzolino sui denti mi riemp quasi la testa dallinterno, cos mi resi conto che pap si era alzato soltanto quando apr la porta. Aveva indosso le mutande e basta.
Ti lavi i denti prima di aver fatto colazione? Che sciocchezza  mai questa? Metti subito via lo spazzolino e fila in camera tua!
Non avevo ancora appoggiato il piede sulla moquette rossa del corridoio che gi aveva sbattuto la porta dietro di s e si era messo a pisciare rumorosamente nel gabinetto. Mi misi a sedere in ginocchio sul letto e guardai in direzione della casa dei Prestbakmo. Erano due teste quelle che vedevo nel buio della finestra della cucina? S, doveva essere cos. Erano in azione. Come mi sarebbe piaciuto avere in quel momento un walkie-talkie, cos avrei potuto parlare con Geir! Sarebbe stato perfetto!
Pap usc dal bagno e and in camera. Sentii la sua voce e poi quella della mamma. Allora anche lei era sveglia!
Rimasi in camera mia fino a quando si fu alzata e si stava dirigendo in cucina, dove pap stava armeggiando da un po. Protetto dalla schiena della mamma, andai a sedermi al mio posto. Avevano comprato i corn flakes, non li avevamo quasi mai, e dopo che mi ebbe messo davanti un piatto fondo e un cucchiaio, mentre versavo il latte su quelle scaglie dorate, leggermente perforate e dalle forme alquanto irregolari, decisi che era allora, quando i corn flakes erano croccanti, quindi prima che il latte avesse avuto il tempo di inzupparli, che erano al meglio. Ma dopo che li ebbi mangiati per un po e avevano cominciato a diventare molli, in un certo senso carichi sia del proprio sapore sia di quello del latte, oltre a quello dello zucchero, di cui li avevo abbondantemente cosparsi, cambiai idea: era in quel momento che erano al meglio.
O no?
Pap and in soggiorno con una tazza in mano, di solito non faceva colazione, ma si sedeva l a fumare e a bere il caff. Arriv Yngve che prese posto senza dire una parola e dopo essersi versato nel piatto il latte e i corn flakes e averli cosparsi di zucchero, si mise a divorarli.
Non vedi lora, vero? disse dopo un po.
Un po, risposi.
Guarda che non  proprio il caso, comment.
Invece s, figuriamoci, intervenne la mamma. Anche tu non vedevi lora di andare a scuola, almeno allinizio. Me lo ricordo bene. E tu?
S-, disse Yngve. Immagino di s".
Andava a scuola in bicicletta, la maggior parte delle volte un po prima che pap uscisse di casa, a meno che pap non avesse qualche lavoro da sbrigare prima dellinizio della prima ora, a volte capitava. Yngve non aveva il permesso di andare in macchina con lui, se non in situazioni particolari, come per esempio se durante la notte aveva nevicato molto, perch non doveva godere di alcun vantaggio per il fatto che suo padre insegnava nella stessa scuola.
Finita la colazione e dopo che se nerano andati, rimasi per un po in cucina con la mamma. Lei leggeva il giornale, io parlavo.
Secondo te ci faranno scrivere durante la prima ora, mamma? chiesi. O si fa aritmetica? Leif Tore dice che disegneremo perch allinizio bisogna andare con pi calma e poi non  detto che tutti sappiano scrivere. Fare di conto. A dire il vero ci sono soltanto io. A quanto ne so, almeno. Ho imparato quando avevo cinque anni e mezzo. Ricordi?
Se ricordo che hai imparato a leggere? A cosa ti riferisci? domand la mamma.
Quella volta davanti alla stazione degli autobus, quando ho letto quello che cera scritto? Caffe-fetteria? E ti sei messa a ridere. Anche Yngve. Adesso so che si chiama caffetteria. Vuoi che ti legga qualche titolo?
La mamma annu. Lessi. Sillabando un po, ma era tutto giusto.
Bravo, comment. A scuola andrai sicuramente bene".
Si gratt lorecchio mentre leggeva, con quel modo tutto suo, la mano tenuta dietro lorecchio, le dita che si muovevano in modo incredibilmente veloce in avanti e indietro, proprio come un gatto.
Dopo aver appoggiato il giornale, mi guard.
Non vedi lora? disse.
Eccome".
Sorridendomi mi diede una pacca sulla testa, poi, dopo essersi alzata, si mise a sparecchiare. Io andai nella mia stanza. La scuola non cominciava prima delle dieci dal momento che si trattava del primo giorno. Eppure finimmo lo stesso per avere poco tempo, cosa che avveniva spesso con la mamma, che in casi come quello era alquanto distratta. Dalla finestra vidi leccitazione diffondersi davanti alle abitazioni in cui vivevano i bambini che avrebbero cominciato la scuola, cio a casa delle famiglie di Geir, Leif Tore, Trond, Geir Hkon e Marianne, i capelli venivano pettinati, i vestitini e le camicie lisciati e messi a posto, le foto scattate. Quando io stesso mi trovai in posa a sorridere alla mamma, con una mano alzata per proteggermi dal sole che adesso si era definitivamente mosso svettando sopra le cime degli abeti, tutti se nerano gi andati. Noi eravamo gli ultimi e di colpo eravamo in ritardo, cos la mamma, che per loccasione aveva chiesto un giorno di permesso dal lavoro, mi incit ad affrettarmi, io aprii la portiera del suo maggiolino verde e dopo aver spinto il sedile in avanti mi accomodai dietro mentre lei prendeva la chiave dalla borsa a tracolla e la infilava per metterla in moto. Si accese una sigaretta e dopo aver lanciato una rapida occhiata sopra la spalla fece retromarcia, poi infilata la prima in cima al pendio, ci avviammo. Il rumore quasi fragoroso del motore rimbomb sul muro di mattoni. Mi spostai al centro, da cui ero in grado di vedere tra gli schienali dei due sedili davanti a me. Le due cisterne bianche sullaltro lato dello stretto, il ciliegio selvatico, la casa rossa di Kristen, poi la strada che scendeva fino al porticciolo, dove non andavamo quasi mai, proseguendo lungo il tratto che per i sei anni successivi mi sarebbe diventato cos familiare da conoscerne ogni radura e recinto in pietra, fino ad arrivare a quelle piccole frazioni sparse sul lato orientale dellisola che la mamma non conosceva, cosa che la agit un po.
La strada era gi di qui, Karl Ove, ti ricordi? disse spegnendo il mozzicone nel posacenere mentre guardava nello specchietto.
Non mi ricordo, dissi. Ma credo di s. Era sulla sinistra, comunque".
Laggi in fondo cera un negozio con un molo circondato da un gruppetto di case, nessuna scuola. Il mare era di un blu intenso, quasi nero allombra degli edifici, con quella sua pienezza rimasta incontaminata dal caldo e che lo distingueva da quasi tutti gli altri colori del paesaggio che parevano quasi diluiti dopo londata di calore che durava da settimane. Giallo e marrone e verde pallido, quelle erano le tinte che facevano da contrasto al blu freddo del mare.
Adesso la mamma stava percorrendo una strada sterrata. La polvere si alzava turbinando al nostro passaggio. Quando la via si strinse e non sembr che lungo di essa ci fosse pi nulla dimportante, fece inversione e torn indietro. Sullaltro lato cera unaltra strada che costeggiava lacqua, la imbocc. Neanche questa portava a nessuna scuola.
Arriveremo in ritardo? chiesi.
Forse, rispose. Che stupida sono stata a non portarmi dietro una cartina!
Ma non sei gi stata qui? dissi.
S, rispose. Ma la mia memoria non funziona bene come la tua, sai".
Risalimmo il pendio che dieci minuti prima avevamo percorso in discesa e svoltammo sulla strada principale allaltezza di una cappella. A ogni cartello e a ogni incrocio la mamma rallentava e si chinava in avanti.
 l, mamma! esclamai indicando con il dito. Non eravamo ancora in grado di vederla, ma ricordavo lo spiazzo erboso sulla destra: in cima a quel leggero versante che seguiva cera la scuola. Lungo di esso si snodava una piccola strada ghiaiosa dove erano parcheggiate un mucchio di automobili. Quando la mamma la imbocc, io riuscii a distinguere il cortile della scuola che era pieno di gente mentre in cima a quellaltura, sotto il pennone della bandiera, cera un uomo che gesticolava e su cui erano puntati gli sguardi dei presenti.
Dobbiamo sbrigarci! dissi. Hanno cominciato! Mamma, hanno cominciato!
S, lo so, rispose la mamma. Ma prima dobbiamo trovare un parcheggio. Forse l. S".
Eravamo finiti in fondo alla strada, nel punto dove si trovava il grande edificio bianco e vetusto che fungeva sia da laboratorio di falegnameria durante le ore di educazione tecnica sia da palestra, e su una piazzola asfaltata la mamma parcheggi lauto. Non conoscevamo molto bene la zona, quindi invece di proseguire e da l prendere la scorciatoia che tagliava per il campo da calcio seguimmo la strada che si snodava sullaltro lato perch portava fino al cortile della scuola. La mamma procedeva quasi correndo tirandomi per un braccio. La cartella batteva deliziosamente sulla schiena mentre correvo, ogni colpo mi ricordava quello che avevo appeso sulle spalle, cos lucida e scintillante, e nel pensiero successivo vedevo i pantaloni azzurri, la giacca azzurra, le scarpe blu scuro.
Quando alla fine raggiungemmo il cortile, la massa dei presenti si stava dirigendo lentamente verso la costruzione bassa della scuola.
A quanto pare ci siamo persi la cerimonia di benvenuto, comment la mamma.
Non importa, mamma, dissi. Vieni!
Vidi Geir e sua madre, mi affrettai verso di loro con la mamma per mano, si salutarono sorridendo e noi salimmo le scale tra quella marea di genitori e bambini. La cartella di Geir era identica alla mia, come del resto quella di quasi tutti i maschi, mentre le bambine ne avevano di diverse variet, da quello che riuscii a capire di primo acchito.
Dove dobbiamo andare, lo sai? domand la mamma a Martha, la madre di Geir.
No, non lo so, rispose lei ridendo. Seguiamo la loro maestra".
Guardai nella direzione a cui stava accennando con la testa. Ed eccola l, la nostra Maestra. In piedi davanti alle scale, stava dicendo che tutti quelli che facevano parte della sua classe dovevano raggiungerla l, cos io e Geir scendemmo i gradini di corsa, tra tutte le persone, e percorremmo il corridoio fino in fondo. Ma la Maestra si era fermata davanti a unaula che si trovava subito dopo la scala, di modo che non arrivammo per primi cos come avevamo pensato, ma quasi per ultimi.
La stanza era piena di bambini tutti agghindati e delle loro madri. Attraverso le finestre si vedeva un piccolo prato, dietro cui cominciava un bosco molto fitto. La Maestra si mise dietro la cattedra che si trovava su una piccola pedana; sulla lavagna alle sue spalle cera scritto BENVENUTA CLASSE 1B con un gessetto rosa, circondato da un bordo formato da tanti fiorellini. Sulla parete sopra la cattedra cerano appese carte geografiche e tavole illustrate.
Buongiorno e ciao a tutti, esord la Maestra. E benvenuti alla scuola elementare Sandnes! Io mi chiamo Helga Torgersen, e sar la vostra insegnante di riferimento. Non vedo lora, credetemi! Qui ci divertiremo molto e faremo tante belle cose. E poi sapete? Non siete soltanto voi a essere nuovi qui oggi. Sono nuova anchio. Voi siete la mia prima classe!
Mi guardai intorno. Gli adulti sorridevano. Quasi tutti i bambini lanciavano sguardi in giro scrutandosi a vicenda. Io conoscevo Geir Hkon, Trond, Geir, Leif Tore e Marianne. E quel bambino che aveva labitudine di buttarci addosso i sassi e possedeva quel cane spaventoso. Gli altri non li avevo mai visti.
Adesso faremo lappello, prosegu la Maestra da lass. Qualcuno di voi sa che cos un appello?
Nessuno rispose.
Tu dici un nome e quello che ha il nome giusto, risponde, dissi.
Quasi tutti mi guardarono. Feci un grande sorriso con i miei denti sporgenti.
Esatto, comment la Maestra. E noi cominceremo con la A, che  la prima lettera dellalfabeto. Di questo imparerete tutto pi tardi. Comunque A. Anne Lisbet!
Presente, disse una voce femminile verso cui tutti si girarono, incluso me.
Una bambina esile dai capelli neri e scintillanti era quella che aveva risposto. Sembrava quasi una pellerossa.
Asgeir? continu la Maestra.
S! rispose un bambino dai denti grandi e i capelli lunghi.
Terminato lappello, ci sedemmo ognuno al nostro banco mentre i genitori rimanevano in piedi lungo la parete. La Maestra distribu a ognuno di noi un flauto dolce, un quaderno di bella dove scrivere gli esercizi e uno di brutta, lorario su cui erano stampate le nostre lezioni, oltre a un salvadanaio e al dpliant di una cassa di risparmio locale su cui era impressa limmagine di una formica gialla. Poi ci parl di alcune delle cose che sarebbero avvenute nel corso dellestate, tra cui un corso di nuoto che si sarebbe tenuto nella piscina di una scuola sullaltra sponda dello stretto dal momento che non ce nerano sullisola di Tromya. Distribu un ciclostile al riguardo, dove cera una parte che andava compilata e consegnata se si desiderava partecipare al corso. Poi disegnammo un po mentre i genitori erano ancora presenti e seguivano con lo sguardo, poi tutto fin. Soltanto il giorno dopo sarebbe cominciato tutto per davvero, soltanto il giorno dopo avremmo preso lautobus da soli e saremmo rimasti l per tre ore senza avere i genitori alle spalle.
Quando uscimmo dallaula, ero ancora eccitato per via di tutte quelle cose nuove e sconosciute e quella sensazione prosegu fino a quando i bambini di quella nuova classe salirono nelle rispettive automobili insieme ai propri genitori, dal momento che accadeva soltanto in occasione della festa nazionale del 17 maggio che il muoversi in auto avvenisse in modo cos sincronizzato e in quellordine di grandezza, e che un luogo venisse abbandonato in parallelo da cos tanti bimbi, ma quando intraprendemmo il viaggio di ritorno fui assalito dalla delusione e il mio dispiacere aument sempre pi a mano a mano che ci avvicinavamo a casa.
In fondo non era successo niente.
Io sapevo sia leggere sia scrivere ed ero partito dal presupposto che avrei avuto la possibilit di mostrarlo il primo giorno. Almeno un po! E mi ero rallegrato allidea dellintervallo, al pensiero della campanella che ne decretava linizio e la fine. Al fatto di usare lastuccio nuovo e gli scomparti della cartella nuova.
No, la giornata non era stata allaltezza delle mie aspettative e i vestiti in cui sembravo cos elegante dovetti toglierli e riappenderli al loro posto nellarmadio in attesa di altre occasioni altrettanto solenni. Rimasi per un po seduto sullo sgabello della cucina a parlare con la mamma mentre preparava la cena, raramente avevo la possibilit di averla tutta per me in pieno giorno e per giunta era stata con me quando contava pi di tutto, cos mi godetti quel momento fino allultimo parlando senza sosta.
Dovremmo avere un gatto con cui potrei giocare, dissi. Non possiamo procurarcene uno?
Sarebbe bello, rispose la mamma. A me i gatti piacciono tanto. Fanno compagnia".
 a pap che non piacciono?
Non saprei, disse la mamma. Credo soltanto che non gli interessino molto. E che sarebbero in qualche modo dimpiccio".
Ma me ne occuperei io, aggiunsi. Non  un problema".
Lo so, comment la mamma. Vedremo".
Vedremo, vedremo, esclamai. Per se anche Yngve  daccordo, allora siamo in tre a volere il gatto, no?
La mamma scoppi a ridere.
Non  cos semplice, ribatt. Devi armarti di pazienza. Non si sa mai quello che pu succedere".
Dopo aver appoggiato sul tagliere di legno la carota appena pelata, si mise ad affettarla prima di sollevare il bordo del tagliere e far cadere tutto quanto nella grossa casseruola dove cerano gi grossi pezzi di carne e di ossi. Sbirciai fuori dalla finestra. Attraverso i numerosi forellini della tenda arancione che la mamma aveva fatto alluncinetto vidi che la strada davanti a noi era deserta, cosa che in pieno giorno succedeva quasi sempre.
Di colpo si diffuse lodore pungente della cipolla e io mi voltai verso la mamma, che con gli occhi pieni di lacrime ne stava pelando una con le braccia tese in avanti.
Quando mi rigirai, vidi Geir che arrivava correndo lungo il pendio. Anche lui si era cambiato e adesso indossava gli abiti di tutti i giorni. Un secondo dopo sentii lo scricchiolio dei suoi passi attraverso la finestra semiaperta nellattimo in cui calpest la ghiaia che copriva il vialetto dingresso.
Karl Ove, esci? esclam.
Vado fuori un attimo, dissi alla mamma scivolando gi dallo sgabello.
S, va bene. Dove andate?
Non lo so".
Non troppo lontano".
No, risposi prima di affrettarmi a scendere gi al pianterreno e aprire la porta in modo che Geir non pensasse che la casa fosse vuota e se ne andasse, dopo averlo salutato mi infilai le scarpe da ginnastica.
Ho una scatola di fiammiferi, disse sottovoce mentre si batteva la mano sulla tasca dei pantaloncini.
No, davvero? commentai piano. Dove li hai trovati?
A casa. Erano in soggiorno".
Li hai sgraffignati?
Annu.
Dopo essermi raddrizzato, uscii e chiusi la porta.
Dobbiamo dare fuoco a qualcosa, dissi.
S, rispose.
Ma cosa?
Fa lo stesso. Basta trovare qualcosa. La scatola  piena. Possiamo dare fuoco a un mucchio di cose".
Per dobbiamo andare da qualche parte dove nessuno pu vedere il fumo, precisai. Magari su in montagna?
Perch no".
E poi ci serve qualcosa per spegnere, aggiunsi. Aspetta un attimo. Vado a prendere una bottiglia dacqua".
Riaprii la porta e dopo essermi tolto le scarpe con un calcio salii le scale e andai dalla mamma che si gir verso di me quando arrivai.
Andiamo a fare un giro, esordii. Avrei bisogno di una bottiglia dacqua".
Non preferisci invece dello sciroppo di frutta? Lo puoi prendere, se vuoi. In fondo oggi  ancora il tuo primo giorno di scuola!
Esitai. Doveva essere acqua. Ma avrebbe potuto insospettirsi perch io davo sempre la priorit allo sciroppo piuttosto che allacqua. Cos la guardai dicendo:
No, Geir ha lacqua, cos la voglio anchio.
Il cuore prese a battermi pi velocemente mentre lo dicevo.
Come vuoi, comment. Dopo aver recuperato nellarmadietto sotto il lavello una bottiglia dello sciroppo di vetro vuota di un colore verde scuro, quasi opaco, la riemp dacqua, avvit il tappo e me la porse.
Vuoi anche delle fette di pane imburrate?
Ci pensai sopra.
No, risposi. O forse s. Due con il pat di fegato".
Mentre la mamma prendeva il pane e cominciava a tagliarlo, io aprii ulteriormente la finestra verso lesterno e sporsi la testa.
Arrivo subito! gridai. Geir alz lo sguardo verso di me con occhi seri e annu.
Dopo che ebbe finito di preparare le fette di pane imburrate e averle impacchettate nella carta per alimenti, li infilai insieme alla bottiglia in un sacchetto di plastica e mi affrettai a raggiungerlo. Di l a poco stavamo risalendo il pendio. Il caldo aveva reso il ciglio della strada molle e friabile. Nella parte dove passavano le automobili, la strada era invece pi dura. A volte capitava che ci sdraiassimo sullasfalto come gatti per permettere al calore di cuocerci bene. Ma adesso avevamo altro da fare.
Posso vederli? chiesi.
Geir si ferm ed estrasse la scatola dalla tasca. La presi e la scossi un po. Completamente piena. Poi la aprii. Tutte le capocchie erano rosse.
Dare fuoco, dare fuoco.
 nuova, commentai prima di restituirgliela. Non si accorgeranno che lhai presa?
Non credo, rispose. E se lo faranno, negher. Non possono provarlo".
Dopo aver raggiunto la casa di Molden, ci incamminammo lungo il sentiero. Lerba era secca e gialla, in alcuni punti marrone. A casa di Geir era la madre a essere severa e il padre a essere buono. In quella di Dag Lothar erano buoni tutti e due, forse il padre leggermente pi severo. Dagli altri era il padre a essere severo e la madre buona. Ma nessuno era severo come pap, questo era sicuro.
Geir si ferm e si chin in avanti con la scatola di fiammiferi in mano. Ne estrasse uno e stava per strofinare la capocchia sul lato della confezione.
Che fai! esclamai. Non qui! Possono vederci tutti!
Ma va, comment ridacchiando. Comunque si raddrizz e, dopo aver rimesso il fiammifero nella scatola, si rimise in marcia.
Raggiunta la cima ci girammo a guardare il mare come facevamo sempre. Contai quattro piccoli triangoli bianchi nello stretto. Unimbarcazione pi grande che sembrava avere una scavatrice sul ponte. Due piccole barche erano ormeggiate a Gjerstadholmen.
Dare fuoco, dare fuoco.
Mentre procedevamo allinterno del bosco, dentro di me non stavo pi nella pelle dalleccitazione. Simili ad animaletti tremanti di luce i raggi di sole si delineavano sul terreno tra le ombre dei rami. Ci fermammo dietro la grande radice di un albero sradicato, io presi la bottiglia dacqua dal sacchetto e la tenni pronta mentre Geir si chinava in avanti e accendeva un fiammifero, poi avvicin quella fiammella minuscola e quasi invisibile a uno degli esili fili derba, che crescevano in quel punto, che prese fuoco allistante. Lo propag a quelli vicini. Quando le fiamme si furono estese fino a raggiungere lampiezza della mano di un adulto, ci spruzzai sopra dellacqua. Una sottile striscia di fumo fluttu nellaria, quasi come per se stessa, indipendentemente dagli avvenimenti che erano appena successi.
Credi che qualcuno labbia visto? domand Geir.
Si pu vedere il fumo da molto lontano, risposi. Gli indiani captavano i segnali di fumo a chilometri di distanza".
Ha preso fuoco velocemente, disse Geir. Lhai notato?
Sorrise mentre si passava rapido una mano tra i capelli.
S, affermai.
Proviamo da qualche altra parte?
S, per adesso voglio accenderlo io il fiammifero".
Okay, disse porgendomi la scatola mentre si guardava in giro alla ricerca di un luogo adatto.
Geir scalpitava sempre quando stava per fare qualcosa e poi ne veniva totalmente assorbito quando cera dentro. Di tutti quelli che conoscevo era la persona su cui la fantasia aveva maggiore presa. Quando giocavamo, per esempio immaginando di essere esploratori, marinai, indiani, piloti di auto da corsa, astronauti, pirati, contrabbandieri, principi, agenti segreti, lui era capace di continuare per ore a differenza, per esempio, di Leif Tore o Geir Hkon, che si annoiavano subito e volevano fare qualcosaltro, totalmente privi di interesse davanti a quel bagliore con cui limmaginazione era in grado di illuminare qualsiasi cosa, mentre Geir era pi che soddisfatto delloggetto in s, anche se per loccasione si fosse trattato soltanto di quella vecchia carcassa dauto che si trovava in mezzo al boschetto di sottili salici situato su quel breve tratto pianeggiante compreso tra il parco giochi e il campo da calcio, i cui sedili, volante, cambio, pedali, cruscotto, vano portaoggetti, portiere erano intatti, dove giocavamo spesso, soltanto che loro lo facevano limitandosi al fatto che si trattasse semplicemente di unauto, come in effetti lo era anche, schiacciavano il pedale della frizione, cambiavano la marcia, giravano il volante, posizionavano gli specchietti laterali rotti, sobbalzavano su e gi sul sedile per dare lidea di velocit, mentre Geir si lasciava attrarre anche da tutto ci che si poteva aggiungere, per esempio che eravamo in fuga dopo una rapina in banca e i vetri rotti dei finestrini che giacevano ancora sparsi come una pioggia di frammenti sui tappetini di gomma neri erano stati ridotti cos per via degli spari; allora uno poteva guidare mentre laltro sgusciava attraverso il finestrino e saliva sul tetto dellautomobile per mettersi a sparare allimpazzata contro gli inseguitori, un gioco che poteva includere il dettaglio in cui parcheggiava lauto in un garage e scendevamo per dividerci il bottino, o, spingendoci ancora oltre, i nostri inseguitori non ci erano forse alle calcagna mentre muovevamo furtivamente verso casa avvolti dal riverbero del sole ormai basso? Oppure ci trovavamo a bordo di un Rover lunare e il paesaggio che ci circondava in realt era quello della luna, su cui, quando scendevamo dal veicolo, non potevamo camminare in modo normale, ma eravamo costretti a procedere saltellando  eppure si trattava di uno dei tanti ruscelli che ci circondavano, di cui soltanto Geir, tra tutti quelli che conoscevo, era interessato a scoprire il punto da cui sfociava. Quello che facevamo pi spesso insieme era andare alla ricerca di posti nuovi oppure recarci in uno di quelli che avevamo gi trovato. Poteva trattarsi di una quercia vecchia e grande che presentava una cavit nel tronco, il gorgo di un torrente, la cantina allagata di una casa costruita a met, il basamento in cemento armato dellenorme pilone del ponte o i primi metri degli spessi cavi metallici che partivano dal punto nel bosco in cui erano stati fissati e correvano fino in cima, e su cui era possibile arrampicarsi; una rimessa fatiscente che si trovava tra il laghetto di Tjenna e la strada che si snodava sullaltro lato, che al momento rappresentava il punto pi estremo delle nostre perlustrazioni dato che non ceravamo mai spinti oltre, con le sue assi rese lisce e scure per via del marciume, le due carcasse dauto, il piccolo stagno con i suoi tre isolotti che non erano pi grandi di ciuffi derba, uno quasi completamente coperto da un albero, dove lacqua era cos nera e profonda anche se si trovava vicino al terrapieno di una strada, la roccia bianca cristallina che si ergeva accanto al sentiero che portava alla stazione di benzina della Fina da cui era possibile staccare con il martello dei pezzetti, la fabbrica di piccole imbarcazioni sullaltro lato del ponte al di l di Gamle Tybakken, tutti i diversi edifici di cui era composta, le sagome delle barche, i blocchi arrugginiti e i macchinari, lodore dolio, di pece e di acqua salata che era cos buono. Perlustravamo in lungo e in largo questarea che si estendeva per uno o due chilometri in tutte le direzioni quasi ogni giorno e tutto stava nel fatto che ci che trovavamo o visitavamo fosse segreto e fosse nostro. Con gli altri bambini giocavamo alla lippa o a calcia il barattolo, o a pallone o sciavamo; quando eravamo da soli, cercavamo posti che possedevano qualit capaci di attrarci. Con me e Geir era cos.
Ma quel giorno lelemento magico si trovava in quello che stavamo facendo, non nel luogo in cui eravamo.
Dare fuoco, dare fuoco.
Ci dirigemmo verso un abete che si trovava a qualche metro di distanza. I rami che pendevano appena sopra il terreno erano grigi e privi di aghi e sembravano infinitamente vecchi. Ne ruppi un pezzetto tra il pollice e lindice. Era friabile e si sbriciolava facilmente. Sulla cima della leggera altura su cui si trovava la pianta cresceva lerba, anche se rada, tra zolle di terra asciutta e una miriade di aghi di conifere rinsecchiti e quasi di colore arancione. Dopo essermi inginocchiato, sfregai la capocchia rossa lungo la superficie abrasiva nera e avvicinai il fiammifero acceso allerba che subito prese fuoco. Allinizio la fiamma era invisibile, quasi unicamente un tremolio nellaria appena sopra il filo derba, che si accartocci immediatamente. Ma poi il ciuffo prese fuoco e le fiamme cominciarono a diffondersi, in modo al contempo lento e veloce, come un nugolo di formiche impaurite che si muovevano velocemente se le si vedeva una per una, lentamente se le si considerava come gruppo compatto. Di colpo le fiamme mi arrivarono alla vita.
Spegni! Spegni! gridai a Geir.
Lui agit la bottiglia in su e in gi sopra il fuoco, che con un sibilo si contorse riducendosi mentre io battevo il palmo della mano sullerba che si trovava ai lati per soffocare le fiamme pi basse.
Accidenti! esclamai quando un attimo dopo tutto era finito.
Per un pelo! disse Geir mettendosi a ridere. Hai visto che roba!
Mi alzai.
Credi che qualcuno abbia visto? Andiamo fino sullorlo del burrone per controllare se qualcuno sta guardando in questa direzione?
Senza aspettare la risposta corsi lungo il terreno soffice e coperto di muschio ed erica e mi infilai tra gli alberi. Quella paura improvvisa sembrava contrarre tutto il mio essere interiore e ogni volta che il mio pensiero ritornava su quanto era successo era come se si aprisse in me una voragine. Senza fondo. Oh, che cosa sarebbe successo adesso? Che cosa sarebbe successo adesso?
Mi fermai sul limitare del burrone e mi portai la mano verso la fronte a mo di protezione. La macchina di pap era sul vialetto. Lui non si vedeva da nessuna parte. Ma avrebbe potuto essere stato fuori e poi essere entrato in casa. Gustavsen attravers il prato. Lui avrebbe potuto aver visto e averlo riferito a pap. O dirglielo in seguito.
Il solo pensare a pap, che lui esisteva, fece s che la paura dilagasse dentro di me.
Mi girai verso Geir che stava sopraggiungendo con il mio sacchetto di plastica che gli oscillava in una mano. L sotto un bambino, che sembrava il fratellino di Geir Hkon, era seduto nella sabbia davanti al bordo in muratura che divideva le due strade e stava giocando. Unautomobile stava risalendo il pendio racchiusa in se stessa come un insetto, il parabrezza nero i suoi occhi vuoti, svolt a sinistra prima di scomparire.
Non possiamo scendere subito, commentai. Se qualcuno ha visto il fumo, far subito due pi due".
Perch lo avevamo fatto? Oh, perch, perch?
Possono vederci anche qui, aggiunsi. Vieni!
Percorremmo il pendio coperto di alberi che si apriva davanti a noi. Quando arrivammo in fondo, procedemmo verso casa incespicando attraverso il bosco che si trovava forse a dieci metri dalla strada. Ci fermammo allaltezza del grande abete dalla corteccia piena di resina appiccicosa, il cui colore non era molto diverso da quello dello zucchero caramellato, e dallodore pungente di ginepro, che si ergeva accanto al ruscello basso, largo e torbido, dove tutti i colori erano verdi e cupi. Fra i tronchi esili dei sorbi selvatici limitrofi era possibile vedere la nostra casa. Diedi unocchiata alle mani per vedere se erano rimaste tracce di fuliggine. Niente. Per avevano un leggero odore di bruciato, cos le immersi nellacqua prima di strofinarle sui pantaloni per asciugarle.
Che cosa te ne farai della scatola di fiammiferi? chiesi.
Geir si strinse nelle spalle.
La nascondo, probabilmente".
Se la scoprono, non dire niente di me, dissi. Di quello che abbiamo fatto".
Certo che no, rispose Geir. A proposito, eccoti il sacchetto".
Cominciammo a incamminarci verso la strada.
Hai intenzione di dare fuoco a qualcosaltro oggi? domandai.
Non credo".
Neanche con Leif Tore?
Magari domani, disse. Di colpo si illumin. Porto i fiammiferi a scuola, che ne dici?
Ma sei pazzo?
Scoppi a ridere. Raggiunta la strada, la attraversammo.
Ciao! esclam prima di allontanarsi correndo su per il pendio.
Superai il maggiolino della mamma, parcheggiato davanti al recinto su una macchia di erba gialla arsa dal sole, accanto al bidone grigio della spazzatura, e misi piede sulla ghiaia del vialetto. Venni sopraffatto di nuovo dalla paura. Lautomobile rossa di pap scintillava sotto la luce tagliente del sole. Abbassai gli occhi, non volevo incrociare lo sguardo che forse mi stava aspettando dalla finestra della cucina. Al solo pensiero fui assalito dalla disperazione. Quando ebbi raggiunto la veranda di legno e mi trovai al di fuori della visuale che si aveva dalle finestre del primo piano congiunsi le mani e chiusi gli occhi.
Caro Dio, pensai. Fai in modo che non succeda niente e io ti prometto che non far mai pi niente di sbagliato. Mai, mai pi, te lo prometto solennemente. Amen.
Aprii la porta ed entrai.
Faceva pi fresco nellingresso che fuori e dopo quella forte luce solare quasi tutto sembrava immerso nel buio. Nellaria aleggiava un pesante odore di stufato. Mi chinai e mi slacciai le scarpe, che poi disposi con cautela accanto alla parete, poi salii le scale mentre cercavo di atteggiare il volto in modo che avesse unespressione normale, mi fermai esitando nel corridoio. Qual era la cosa pi probabile da farsi, andare subito in camera mia o entrare in cucina per vedere se la cena era pronta?
Voci, il tintinnare delle posate sui piatti.
Ero in ritardo?
Stavano gi mangiando?
Oh no, oh no.
Che cosa dovevo fare?
Il pensiero di fare dietrofront, uscire con fare tranquillo, risalire sulla montagna e scomparire nel bosco per non tornare mai pi giunse come un gioioso squillo di tromba in quello stato di tensione che provavo.
E allora s che si sarebbero pentiti.
Sei tu, Karl Ove? grid pap dalla cucina.
Dopo aver deglutito, scossi leggermente la testa e battei le palpebre alcune volte di fila prima di inspirare.
Deglutii, scossi appena la testa, battei le palpebre un paio di volte, inspirai profondamente.
S, risposi.
Stiamo mangiando! url. Sbrigati!
Dio aveva sentito le mie preghiere ed esaudito le mie richieste. Pap era di buon umore, lo vidi subito appena entrai, sedeva a gambe divaricate sulla sedia, con le spalle appoggiate allo schienale, le braccia larghe e gli occhi che gli brillavano astuti.
Che cosa stavi combinando di tanto importante da perdere la cognizione del tempo? domand.
Presi posto accanto a Yngve. Pap era sul lato corto destro del tavolo, la mamma su quello sinistro. Il tavolo di formica, dal disegno grigio e bianco che voleva imitare il marmo, con la banda grigia lungo il bordo, le gambe lucide con i gommini grigi a unestremit, era apparecchiato con il servizio di piatti marrone, i bicchieri verdi sul cui fondo cera scritto Duralex, un cestino contenente le fette di pane sottilissime e croccanti, la casseruola grande da cui spuntava un cucchiaio di legno.
Ero fuori con Geir, risposi prima di chinarmi in avanti per assicurarmi che sul cucchiaio ci fosse della carne quando lo sollevai un attimo dopo.
E dove siete stati? incalz pap mentre si portava la forchetta alla bocca. Un pezzettino di colore giallo pallido, forse cipolla, gli rimase appiccicato sulla barba allaltezza del mento.
Nel bosco qui sotto".
Oh? esclam, poi mastic pi volte prima di inghiottire, sempre tenendo lo sguardo fisso su di me.
Mi sembrava di avervi visto andare verso la montagna".
Rimasi come paralizzato.
Non siamo stati l, dissi alla fine.
Sciocchezze, ribatt. Che diavolerie avete combinato lass visto che non vuoi neppure ammettere che eravate l?
Ma non eravamo sulla montagna, insistetti.
Mamma e pap si scambiarono unocchiata. Pap non aggiunse altro. Quando riuscii nuovamente a muovere le mani, mi riempii il piatto, poi cominciai a mangiare. Pap si serv ancora, sempre con quelle stesse movenze ondeggianti. Yngve aveva finito, seduto accanto a me, guardava davanti a s con gli occhi abbassati tenendo una mano appoggiata sulla coscia, laltra sul bordo del tavolo.
Allora com stato il primo giorno del nostro scolaro? domand pap. Vi hanno dato i compiti?
Scossi la testa.
La maestra, era simpatica?
Annuii.
Com che si chiamava?
Helga Torgersen, risposi.
Ah gi, commento pap. Abita ve lha detto?
A Sandum, dissi.
Sembrava cos carina, intervenne la mamma. Giovane, e felice di essere l".
Ma abbiamo fatto troppo tardi, aggiunsi, sollevato per la svolta che aveva preso la situazione.
Oh? esclam pap guardando la mamma. Non me lo avevi detto".
Abbiamo sbagliato strada, spieg lei. Siamo arrivati con qualche minuto di ritardo. Ma credo che non ci siamo persi nulla di importante. Vero, Karl Ove?
S, borbottai.
Non si parla con la bocca piena, comment pap.
Deglutii.
No, dissi.
E tu, Yngve? domand pap. Qualche sorpresa il primo giorno?
No, rispose Yngve. Si raddrizz leggermente sulla sedia.
Oggi non hai lallenamento di calcio? disse la mamma.
S, rispose Yngve.
Aveva cambiato squadra, aveva lasciato lIF Trauma, quella dellisola dove giocavano tutti i suoi amici, dalla divisa favolosa, la maglietta blu con una striscia bianca traversale, i pantaloncini bianchi e i calzettoni blu e bianchi, per il Saltrd, il club di un piccolo centro abitato che si trovava dallaltra parte dello stretto. Oggi era il suo primo giorno di allenamento. Avrebbe attraversato da solo il ponte in bicicletta, cosa che non aveva mai fatto prima, e poi avrebbe pedalato per tutto il tragitto fino al campo da calcio. Cinque chilometri, aveva detto che erano.
Non  successo altro a scuola, Karl Ove? domand pap.
Annuii mentre deglutivo.
Faremo un corso di nuoto, dissi. Sei lezioni. In unaltra scuola".
Ma guarda, comment pap prima di passarsi il dorso della mano sulla bocca, ma senza riuscire a togliere il pezzetto di cipolla dalla barba. Una bella iniziativa. Non puoi abitare su unisola senza saper nuotare".
E oltretutto  gratis, precis la mamma.
Per mi serve la cuffia, aggiunsi. Devono averla tutti. E magari anche un nuovo costume da bagno? Non i boxer, ma uno cos ecco".
Nessun problema per la cuffia, ma il costume che hai, va benissimo, rispose pap.
E gli occhialini, dissi.
Pure gli occhialini? ripet pap guardandomi con laria di chi voleva prendermi in giro. Vedremo".
Allontanato il piatto sul tavolo, si appoggi nuovamente allo schienale della sedia.
Una cena squisita, mamma! comment.
Grazie, mamma, disse Yngve prima di dileguarsi. Cinque secondi dopo si sent il rumore della porta della sua camera che veniva richiusa.
Rimasi seduto ancora un po nel caso pap volesse parlare ancora con me. Lui guard per un po fuori dalla finestra, stava osservando i quattro bambini chini sulle rispettive biciclette raggruppati al secondo incrocio, poi, dopo essersi alzato, appoggi il piatto nel lavello, prese unarancia dalla credenza e scese nel suo studio con il giornale sotto il braccio e senza aggiungere altro. La mamma si mise a sparecchiare e io andai in camera di Yngve. Stava preparando il borsone. Mi sedetti sul suo letto a osservare. Aveva delle scarpe da pallone come si deve, un paio di Adidas nere con i tacchetti bullonati, dei veri pantaloncini da calcio della Umbro e un paio di calzettoni gialli e neri dello Start. La mamma gli aveva comprato quelli bianchi e neri del Grane, ma lui non li aveva voluti, cos erano passati a me. Ma la cosa pi bella che possedeva era la tuta dellAdidas, blu con le strisce bianche, di una stoffa lucente e liscia, non di quel materiale opaco, crespo, elastico che sapeva di costume da ginnastica e di cui prima erano fatte tutte le tute. Mi capitava di annusarla, di affondare il naso in quel tessuto liscio perch emanava un odore fantastico. Forse la pensavo cos perch anchio ne avrei voluta una simile e quindi quel suo profumo era intriso del mio stesso desiderio, forse la pensavo cos perch quella fragranza, cos assolutamente sintetica, non mi ricordava niente altro e per questo non sembrava appartenere a questo mondo. In un certo senso quellodore pareva implicare una promessa di futuro. Oltre alla tuta Yngve possedeva un completo formato da giubbotto e pantaloni impermeabili che usava in caso di pioggia.
Non disse niente mentre preparava la borsa. Dopo avere richiuso la cerniera grande e rossa, si sedette alla scrivania. Diede una scorsa allorario delle lezioni che ci aveva appoggiato sopra.
Vi hanno dato i compiti? chiesi.
Scosse la testa.
Neanche a noi, aggiunsi. Hai gi foderato di libri?
No. Abbiamo tempo tutta la settimana".
Io lo faccio stasera, dissi. Mi aiuta la mamma".
Buon per te! esclam prima ad alzarsi. Scappo. Se non sono rientrato prima della mezzanotte, vuol dire che luomo senza testa mi ha divorato. Mi piacerebbe vedere come fa!
Ridendo scese le scale. Lo seguii con gli occhi dalla finestra del bagno, prima appoggi un piede sul pedale, poi si diede la spinta con laltro e lo fece passare sopra la canna, infine lo osservai mentre pedalava veloce con la marcia pi alta inserita fino a quando raggiunse il pendio a tale velocit che avrebbe potuto arrivare allincrocio a ruota libera.
Quando fu scomparso, andai in corridoio dove per un attimo rimasi perfettamente immobile allo scopo di localizzare mamma e pap. Invece regnava il silenzio pi assoluto.
Mamma? chiamai piano.
Nessuna risposta.
Andai in cucina, ma non era l, cos guardai in fondo al soggiorno, non cera. Forse era andata nella loro camera?
Mi diressi verso quella stanza, rimasi per un attimo sulla porta.
No.
Magari in giardino?
Sbirciando da diverse finestre ne scrutai tutti e quattro i lati senza riscontrare alcuna traccia della sua presenza.
E lauto era parcheggiata allesterno, giusto?
S, cera.
Il fatto che io non sapessi dove fosse mi fece perdere in un certo senso quella forma di controllo che avevo sulla casa, avvertivo che si stava sfaldando in modo confuso, quasi inquietante, e per cercare di gestire quella sensazione mi ritirai in camera mia e mi sedetti sul letto per leggere qualche fumetto. Fu in quel momento che mi venne in mente che probabilmente la mamma era gi nello studio di pap.
L dentro non ci mettevo quasi mai piede. Le poche volte che era successo era per chiedere qualcosa, per esempio se potevo rimanere alzato a guardare un particolare programma alla televisione, dopo che avevo preventivamente bussato e lui mi aveva detto di entrare. Mi costava molto compiere quel gesto, spesso a tal punto che preferivo andare a letto senza vedere la trasmissione in questione. In un paio di occasioni era capitato anche che ci avesse chiesto di entrare, in quei casi voleva mostrarci o darci qualcosa, per esempio delle buste con dei francobolli, che noi immergevamo nel lavello del cucinino, che, a quanto sapevo, veniva usato esclusivamente a quello scopo, in modo che la colla si sciogliesse e noi, dopo averli staccati e fatti asciugare per un paio dore, potessimo inserirli nei nostri rispettivi album.
Per il resto non accadeva mai che io mi trovassi l. Persino quando ero a casa da solo, non mi veniva mai in mente di andarci. Il rischio che lui se ne accorgesse era troppo grande, era in grado di scoprire tutto quello che accadeva di irregolare, sembrava quasi che lo fiutasse, indipendentemente da tutti gli sforzi che facevo per nasconderlo.
Proprio come la faccenda della montagna durante la cena. Anche se non aveva visto niente di concreto a parte aver notato che ci stavamo dirigendo in quella direzione, aveva capito che avevamo combinato qualcosa. Se non fosse stato per il fatto che era di cos buon umore, avrebbe scoperto tutto quanto.
Mi sdraiai sulla pancia e cominciai a leggere un Tempo. Era di Yngve, lo aveva preso in prestito da Jan Atle, io lo avevo gi letto tante volte. Era rivolto a ragazzi pi grandi e per me possedeva la forte aura di appartenere a un mondo lontano, ma assolutamente meraviglioso. Non ero in grado di distinguere tra le diverse ambientazioni in cui si svolgevano gli episodi di quei fumetti  se si trattava della seconda guerra mondiale, come in P vingen o la serie Kamp, lOttocento americano come in Tex Willer, Jonathan Hex o Blueberry, il periodo tra le due guerre, come in Paul Temple, o di realt che erano puramente frutto della fantasia come lUomo mascherato, Superman, Batman, I fantastici quattro e tutti i personaggi della Walt Disney  ma le sensazioni che provavo per loro erano differenti, essi risvegliavano in me cose diverse, come alcune delle serie contenute in Tempo, per esempio quelle che si svolgevano sui circuiti automobilistici, o come alcune di quelle pubblicate su Buster, tipo Johnny Puma o Benny Piede doro, erano particolarmente accattivanti, forse perch erano pi vicine a quella realt che sapevo esistere. Le tute di pelle e i caschi con la visiera dei piloti di Formula 1 era possibile vederli in estate indosso ai motociclisti, le auto basse con tutti quegli spoiler alla tv dove ogni tanto andavano a sbattere contro le protezioni o una delle altre vetture, si cappottavano e prendevano fuoco tanto che il pilota bruciava vivo o si alzava dai rottami allontanandosi tranquillamente.
Di solito venivo assorbito totalmente da quelle storie, non ci pensavo, ma il punto della questione stava proprio in questo non riflettere, perlomeno con la propria testa, ma nel limitarsi a seguire quello che avveniva. Quel pomeriggio invece appoggiai quasi subito il fumetto, per qualche motivo non riuscivo a stare seduto e dato che non era pi tardi delle cinque decisi di uscire di nuovo. Mi fermai sulle scale, nessun rumore, la mamma era ancora di sotto. Ma cosa stava facendo? Non ci andava quasi mai. Perlomeno non a quellora, pensai mentre nellingresso mi chinavo per prendere le scarpe e allacciarle. Poi bussai alla porta dello studio di pap. O pi precisamente, la porta dava su un corridoio da cui si aprivano tre stanze: il bagno, lo studio e la cucina dotata di un piccolo ripostiglio. A dire il vero si trattava di un minialloggio pensato per essere affittato, ma l dentro non ci aveva mai abitato nessun altro.
Io esco! gridai. Vado da Geir!
Era quello che mi era stato detto di fare, di avvisare sempre quando uscivo e dove andavo.
Eppure la voce di pap, che risuon soltanto dopo alcuni secondi di silenzio, sembrava irritata.
S, s! url.
Passarono altri secondi di silenzio.
Poi giunse la voce della mamma, pi gentile, come per compensare quella di pap.
Va bene, Karl Ove!
Mi dileguai e dopo aver richiuso con cautela la porta corsi da Geir. Rimasi allesterno e lo chiamai ad alta voce pi volte prima che sua madre comparisse da dietro langolo della casa. Indossava i guanti da lavoro e aveva un paio di pantaloncini color cachi, una camicia blu e un paio di zoccoli di legno neri. In mano teneva una paletta da giardino rossa.
Ciao, Karl Ove, disse. Geir  uscito con Leif Tore gi da un po".
Dove sono andati?
Non lo so. Non me lha detto".
Okay. Arrivederci!
Mi girai prima di percorrere lentamente il vialetto con gli occhi pieni di lacrime. Perch non erano venuti a chiamarmi?
Mi fermai davanti al bordo in pietra che divideva le due strade. Rimasi immobile a lungo, in ascolto. Nessun rumore. Mi sedetti su quella specie di muretto basso. Il cemento ruvido mi pungeva le cosce. Nel fossato l davanti crescevano i denti di leone, completamente grigi per via della polvere. Accanto a esso cera una griglia, arrugginita e con un pacchetto di sigarette ormai sbiadito dalla luce del sole incastrato tra le astine di ferro.
Dove potevano essere andati?
Gi a Ubekilen?
Gi ai moli?
Dove cera il campetto di calcio e il parco giochi?
Forse Geir aveva portato Leif Tore in uno dei nostri posti?
Su in montagna?
Sollevai lo sguardo in quella direzione. Nessun segno che fossero l, comunque. Mi alzai e mi incamminai lungo la discesa. Allaltezza dellincrocio dove cera il ciliegio selvatico, si poteva scegliere fra tre strade se uno voleva raggiungere i pontili. Presi quella a destra, attraverso il cancello, lungo il sentiero coperto di terriccio e rametti che si snodava sotto le ombre profonde proiettate dalle grandi chiome delle querce, proseguii gi fino al prato dove eravamo soliti giocare a pallone anche se il terreno digradava da entrambi i lati e nellerba alta fino al ginocchio, che risultava gi calpestata allinizio della primavera, crescevano anche delle piccole piante, superai il burrone con le sue sporgenze rocciose grigiastre coperte qua e l di arbusti, ma perlopi brulle, e attraversando il bosco sbucai sulla strada. Sullaltro lato cera il porticciolo che era stato costruito da poco facendo saltare la roccia con la dinamite, con i suoi tre moli identici, tutti dotati di passerelle rivestite di legno e pontoni arancioni.
Non erano neanche l. Ma mi avventurai lo stesso su uno dei moli: una barca a doppia prua aveva appena ormeggiato, era quella di Kanestrm, e io andai a vedere che cosa stava succedendo. Kanestrm era a bordo da solo e alz appena la testa quando mi fermai davanti allimbarcazione.
In giro a zonzo? disse. Sono andato al largo a pescare un po".
Il sole scintillava sulle lenti dei suoi occhiali. Aveva i baffi, i capelli corti, una piccola chierica e indossava un paio di pantaloncini di jeans blu e una camicia a quadri, ai piedi aveva i sandali.
Vuoi dare unocchiata?
Sollev verso di me un secchio rosso. Era pieno di sgombri sottili e scivolosi, bluastri e lucenti. Alcuni di essi ebbero come un sussulto e il movimento sembr propagarsi agli altri corpi accumulati cos strettamente uno sullaltro da farli sembrare ununica creatura.
Accipicchia, dissi. Li hai pescati tutti tu?
Annu.
Nel giro di pochi minuti. Al largo cera un banco enorme. Adesso avremo di che mangiare per parecchi giorni!
Appoggi il secchio sulla passerella. Prese una vecchia tanica di benzina e la depose accanto. Poi alcune lenze e una scatola contenente ami ed esche. Sempre canticchiando una vecchia canzone.
Sai dov Dag Lothar? chiesi.
No, purtroppo no, rispose. Lo stai cercando?
S, in un certo senso".
Vuoi un passaggio fino a casa?
Scossi la testa.
Non credo. Ho un bel po di cose da fare".
Come vuoi, comment prima di salire sul molo, poi, dopo essersi chinato, raccolse tutte le sue cose. Mi allontanai velocemente per non correre il rischio di dover camminare accanto a lui. Attraversai correndo il parcheggio sassoso e procedendo in equilibrio sui paracarri giunsi fino alla strada principale, da cui si diramava un sentierino che attraversava il bosco. Portava a Nabben, il posto dove si recavano tutti gli abitanti del mio quartiere per fare il bagno, dove ci si poteva tuffare da uno scoglio alto due metri e arrivare a nuoto fino a Gjerstadholmen che si trovava sullaltro lato di un canale largo forse dieci metri. Anche se lacqua era profonda e io non sapevo nuotare, dal momento che l accadevano sempre molte cose ogni tanto ci andavo.
In quel momento sentii il suono di alcune voci provenire dal bosco. Quella acuta di un bambino e quella un po pi cupa di un ragazzo. Un istante dopo fra i tronchi illuminati a chiazze dalla luce del sole apparvero Dag Lothar e Steinar. Avevano i capelli bagnati e ognuno portava il proprio asciugamano sotto il braccio.
Ciao Karl Ove! esclam Dag Lothar quando mi vide. Ho visto una vipera mentre venivo qui!
Davvero? dissi. Dove? Qua?
Annuendo si ferm davanti a me. Anche Steinar si blocc, ma la posizione che assunse esprimeva a chiare lettere che non aveva intenzione di mettersi a parlare, ma che voleva proseguire il pi velocemente possibile. Steinar frequentava le medie, nella classe di pap. Aveva i capelli lunghi e neri e unombra scura dovuta alla peluria sopra il labbro superiore. Suonava il basso e aveva la camera in taverna, con tanto di entrata separata.
Stavo venendo gi di corsa, esord Dag Lothar indicando il sentiero. Pi veloce che potevo, quasi, e quando ho fatto la curva, per terra cera una vipera. A momenti non riuscivo neanche a fermarmi!
Che cos successo? domandai.
Se cera qualcosa di cui avevo il terrore a questo mondo erano serpenti e bisce.
 schizzata via tra i cespugli come un fulmine".
Sei sicuro che fosse una vipera?
Assolutamente s. Sulla testa aveva il disegno a zig-zag".
Mi guard sorridendo. Il suo volto era triangolare, i capelli chiari e morbidi, gli occhi azzurri dallespressione spesso intensa e appassionata.
Adesso non hai il coraggio di proseguire fino al mare?
Non lo so, risposi. Geir e gli altri sono l?
Scosse la testa.
Soltanto Jrn e il suo fratellino e poi il pap e la mamma di Eva e Marianne".
Posso unirmi a voi? domandai.
Ma certo, rispose Dag Lothar. Ma non posso giocare, adesso  ora di cena".
Anchio devo tornare a casa, commentai. Ci sono i libri da foderare".
Dopo aver raggiunto la strada che si trovava davanti alla nostra casa Dag Lothar e Steinar proseguirono in direzione della loro, ma io non entrai, rimasi per un po a guardarmi intorno alla ricerca di Geir e Leif Tore. Non si vedevano da nessuna parte. Con una certa esitazione cominciai a incamminarmi. Il sole, che splendeva sopra la collina, mi bruciava sulle spalle. Lanciai unultima occhiata in direzione della strada qualora fossero comparsi allimprovviso, poi imboccai correndo il sentiero che si trovava dietro la casa. La prima parte procedeva parallela al recinto del nostro giardino, laltra lungo il muretto in pietra dei Prestbakmo, per met nascosta dai numerosi pioppi esili e giovani che crescevano in quel punto e che durante lestate al pomeriggio se ne stavano l tremanti quando soffiava la brezza che si levava al tramonto. A partire da l il sentiero e la zona residenziale si dividevano, il primo proseguiva attraverso un fitto bosco di giovani latifoglie, continuava fino a una zona paludosa alla cui estremit cera un piccolo prato sovrastato da un enorme faggio che cresceva di traverso su quel versante ripido e copriva con la sua ombra tutto quello che cera intorno.
Era strano come tutte quelle piante di grosso fusto possedessero una propria personalit che si esprimeva grazie alle posture uniche che avevano assunto e allaura che emanavano nel loro insieme i tronchi e le radici, la corteccia e i rami, il rapporto tra luce e ombra. Era come se parlassero. Non con le voci, ovviamente, ma con ci che erano, che in un certo senso sembrava protendersi verso chi li stava guardando. Ed era soltanto questo di cui parlavano, di quello che erano, nientaltro. Indipendentemente da dove mi trovassi, poteva essere in questa zona residenziale perennemente in costruzione o nei boschi, sentivo quelle voci o avvertivo limpatto lasciato da quelle creature che crescevano in modo cos lento e infinito. Cera labete accanto al ruscello davanti alla casa, la cui parte inferiore del tronco era incredibilmente spessa, mentre al contempo la corteccia era umida e le sue radici spuntavano simili a funi a notevole distanza da esso. I rami cadevano verso il basso formando continue strutture piramidali, se li si osservava a una certa distanza apparivano fitti e lisci, ma visti da vicino erano pieni di aghi piccoli, di colore verde scuro, perfettamente compiuti. Tutti quei rami secchi, grigio chiaro e porosi, che riuscivano a crescere allinterno di quella specie di volta fatta di fronde che non erano grigie, ma quasi completamente nere. Il pino sul terreno dei Prestbakmo, lungo e slanciato come lalbero di una nave, dalla corteccia rosso fiammante e quelle spire minuscole e verdi che oscillavano facilmente e spuntavano allestremit di ogni ramo, ma che non cominciavano a crescere prima di aver quasi raggiunto la sommit. La quercia dietro il campo di calcio, la cui base del tronco somigliava pi a qualcosa in pietra che in legno, ma dove per non esisteva nulla della compattezza dellabete perch i rami della quercia, che si allargavano verso lesterno, intessevano una calotta sottile di foglie sopra il sottobosco, tanto leggera che nessuno avrebbe mai pensato che non solo esistesse un legame tra la parte inferiore del tronco e i rami pi esili e periferici, ma che di fatto ne costituisse anche la loro origine e fonte. Al centro del tronco cera qualcosa che sembrava una grotta, come se la pianta si fosse espansa in un ovale dalla forma morbida, ma pur duro e nodoso, la cui cavit interna era grande quanto una piccola testa. E le foglie, come tutte le altre, indipendentemente da dove spuntassero, riproducevano lo stesso mirabile disegno, in parte ondulate, in parte seghettate, sia quando pendevano da un ramo, verdi, compatte e lisce, sia quando giacevano per terra alcuni mesi dopo, marroncine e friabili. Intorno a quellalbero in inverno il terreno era sempre coperto da uno spesso manto di foglie, allinizio di un colore giallo acceso e verde, che diventava pi scuro e sbiadito con il passare del tempo.
E poi cera lalbero che cresceva sul pendio davanti alla palude. Non sapevo a quale specie appartenesse. Non risultava saldo come le altre piante di grandi dimensioni, ma cresceva invece partendo da quattro tronchi ugualmente proporzionati, che si snodavano verso lesterno simili a serpenti, con una corteccia grigio verdastra piena di lunghe cavit, e in questo modo ricopriva una superficie grande quanto quella della quercia o dellabete, anche se leffetto non era altrettanto imponente, ma era pi subdolo e sottile. A uno dei rami pendevano una fune e una tavoletta di legno, probabilmente appesi dai bambini che vivevano sul lato opposto della strada che per raggiungere quel luogo dovevano percorrere la stessa distanza che percorrevamo noi. Adesso non cera nessuno e io risalii il pendio protetto dai rami, dove afferrai la tavoletta con entrambe le mani e mi lanciai. Lo feci altre due volte. Poi rimasi in piedi per un po sotto la pianta pensando a cosa avrei potuto fare. Nella casa che si trovava di fronte al pendio, dove abitava una coppia con un bambino molto piccolo, si sentivano il suono di voci e il tintinnare delle posate. Non ero in grado di vedere niente, ma capii che dovevano essere fuori in giardino. In lontananza giunse il rombo di un aereo. Feci qualche passo nella zona paludosa ora secca mentre alzavo gli occhi verso il cielo. Si trattava di un piccolo idrovolante che si stava avvicinando allentroterra e proveniva dal mare, volava abbastanza basso, il sole scintillava sulla fusoliera bianca. Quando scomparve dietro le colline, mi rimisi a correre, rifugiandomi allombra dellaltura che si ergeva sullaltro lato e dove laria era leggermente pi fresca. Alzai gli occhi verso la casa dei Kanestrm pensando che in quel momento stavano quasi sicuramente mangiando sgombri perch allesterno non cera nessuno, poi abbassai lo sguardo verso il sentiero di cui conoscevo ogni pietra, ogni avvallamento, ogni ciuffo derba e ogni zolla. Se avessero organizzato una corsa lungo quel sentiero, che partiva da casa nostra e arrivava fino al B-Max, nessuno sarebbe stato in grado di battermi. Avrei potuto percorrerlo a occhi chiusi. Senza aver mai bisogno di fermarmi perch sapevo gi che cosa avrei trovato dietro la prossima curva, sapevo sempre dove era meglio mettere i piedi. Quando facevamo a gara a chi correva pi veloce sulla strada, vinceva sempre Leif Tore, ma qui avrei vinto io, lo sapevo. Era un bel pensiero, una bella sensazione e cercai di trattenerla il pi possibile.
Molto prima di raggiungere il campo da calcio sentii le voci provenire da l, grida e urla e risate, e cos, come colte da lontano, come captate attraverso il bosco, avevano in s qualcosa di scimmiesco. Mi fermai nella radura. Il campo davanti a me pullulava di bambini di ogni et, molti dei quali avevo visto a malapena, la maggior parte di loro si accalcava intorno al pallone che tutti cercavano di calciare e di allontanare e in questo modo tutta quella baraonda si spostava in continuazione avanti e indietro, come a singhiozzo. Il campo era di terra battuta e scura, e si trovava in mezzo al bosco, digradava leggermente da una parte, l dove affioravano in superficie un certo numero di radici. Su ognuna delle due estremit cera una porta fatta di travi di legno, priva di rete. Un lato del campo era in parte occupato, quasi tranciato in lunghezza, da una roccia sporgente mentre quello opposto si estendeva su una parte di terreno sconnessa su cui spuntavano grossi ciuffi di erba dura. Quello era il luogo dove avevano origine i miei sogni. Correre in tutte le direzioni su quel pezzo di terra era per me fonte di grande gioia.
Posso giocare anchio? gridai.
Ogni calcio sferrato al pallone rimbalzava attutito sulla parete rocciosa della montagna.
Rolf, che stava giocando da portiere, si gir verso di me.
Puoi stare in porta, rispose.
Okay, dissi correndo verso di essa mentre Rolf la stava lasciando con movimenti lenti e dinoccolati.
Karl Ove gioca in porta con noi! url.
Mi piazzai con attenzione tra i due pali e cominciai a seguire il gioco, poco alla volta fui in grado di distinguere chi faceva parte della mia squadra, mi chinai in avanti, pronto a entrare in azione quando il pallone si sarebbe avvicinato, e quando arriv il primo tiro, una palla vagante, mi accovacciai per prenderlo, lo feci rimbalzare tre volte a terra ed effettuai il rinvio. La sfera di cuoio cedette leggermente al contatto con il piede, era grande, morbida e logora, il colore assomigliava a quello della terra bruciata dal sole. In una fessura brillava la linguetta arancione della camera daria. Larco che descrisse in aria non era alto, ma la traiettoria si rivel sufficientemente lunga, il pallone rimbalz sul lato destro del campo ed era un piacere vedere quella frotta di bambini corrergli dietro. Io volevo fare il portiere. Stavo in porta tutte le volte che ne avevo la possibilit, niente era paragonabile alla sensazione di tuffarsi per parare un tiro. Il problema era che io ero capace di buttarmi soltanto da un lato, quello sinistro. Fare lo stesso a destra mi sembrava innaturale, non ci riuscivo, quindi quando la palla arrivava da quella parte ero costretto a stendere la gamba.
Gli alberi lanciavano ombre lunghe sul campo mentre chiazze vaganti di buio seguivano i bambini che correvano, fondendosi e separandosi in continuazione. Molti per avevano cominciato a vagare per il campo invece di correre, alcuni se ne stavano piegati in avanti con le mani sulle ginocchia e con mio grande disappunto capii che la partita stava per finire.
Be, io devo andare a casa, esord uno.
Anchio, gli fece eco un altro.
Continuiamo ancora un po, intervenne un terzo.
Anchio devo andare".
Allora rifacciamo le squadre?
Io vado".
Anchio".
Nel giro di pochi secondi lintero scenario si era dissolto e il campo era deserto.
La carta plastificata per foderare i libri che la mamma aveva comprato era blu e semitrasparente. Eravamo seduti in cucina, io ne srotolai un pezzo e lo tagliai; se il bordo era troppo irregolare o frastagliato, la mamma lo pareggiava. Poi, dopo averci appoggiato sopra il libro, lo aprii, ripiegai la carta allinterno delle rispettive copertine che in quella posizione sembravano due ali e la fissai con dei pezzetti di nastro adesivo. La mamma si premurava di correggere via via quello che cera da migliorare. Per il resto era intenta a sferruzzare quello che sarebbe diventato un maglione per me. Lo avevo scelto personalmente da una delle sue riviste specializzate, bianco con i bordi di un marrone scuro, dalla foggia un po particolare perch il colletto era diritto e i fianchi finivano con uno spacco che lo faceva somigliare a una specie di tunica. Quel non so che di pellerossa mi piaceva molto e io seguivo costantemente a che punto fosse arrivata con quel lavoro a maglia.
La mamma eseguiva molti lavori di cucito. Le tende del soggiorno e della cucina le aveva fatte lei alluncinetto, e anche quelle bianche che cerano nelle nostre camere, quelle di Yngve con il bordo marrone e un motivo floreale stampato marrone, le mie con il bordo rosso e un motivo floreale stampato rosso. Inoltre faceva maglioni e berretti a maglia, rammendava le calze, rattoppava pantaloni e giacche. Quando non era impegnata in questo genere di cose, o a preparare da mangiare, lavare i piatti o fare il pane, leggeva. Avevamo una libreria intera piena di libri, nessuno degli altri genitori ce laveva. Aveva anche amici, al contrario di pap, perlopi donne della sua stessa et che lavoravano con lei e che aveva labitudine di andare a trovare ogni tanto, se invece non venivano qui da noi. A me loro piacevano tutte. Cera Dagny, con i cui figlio e figlia, Tor e Liv, ero andato allasilo. Cera Anne Mai, che era grassa e felice e ci portava sempre della cioccolata, guidava una Citron e abitava a Grimstad, e da cui mi ero recato una volta in visita con lasilo. Poi cera Marit, che aveva un figlio, Lars, che aveva la stessa et di Yngve, e una figlia, Marianne, pi giovane di due anni. Non venivano spesso da noi, a pap la cosa non piaceva, ma circa una volta al mese una o pi di loro arrivavano a casa nostra: in quelle occasioni avevo il permesso di starmene seduto per un po insieme a loro mentre mi crogiolavo tutto per via del lustro che mi dava quella possibilit. Accadeva anche che qualche sera ci recassimo allArbeidsstuen a Kokkeplassen, una specie di laboratorio dove si poteva fare di tutto e che era frequentato anche dai figli degli altri dipendenti, e dove era possibile per esempio ideare e costruire i nostri regali di Natale.
Il volto della mamma era dolce, ma serio. Con le dita si era scostata i lunghi capelli dietro le orecchie.
Oggi Dag Lothar ha visto una vipera! esclamai.
Oh? disse. E dove?
Sul sentiero che porta gi alla roccia a strapiombo sul mare. A momenti andava a sbatterci contro! Per fortuna aveva paura come lui ed  scomparsa tra i cespugli".
Meno male, comment.
Cerano vipere dove sei cresciuta?
Scosse la testa.
Non ci sono vipere nella Norvegia occidentale".
Perch no?
Scoppi a ridere.
Non lo so. Forse perch per loro fa troppo freddo?
Mentre facevo oscillare le gambe, mi misi a tamburellare con le dita sul tavolo canticchiando kisses for me, all of the kisses for me, bye, bye, baby, bye, bye.
Oggi Kanestrm ha pescato un mucchio di sgombri, continuai. Lho visto coi miei occhi. Mi ha fatto vedere il secchio. Era pienissimo. Tra un po ci compreremo anche noi una barca, vero?
Accidenti! disse. Prima il gatto e adesso la barca! Perch no. Ma non questanno, questo  poco ma sicuro. Magari il prossimo? Sai, ci vogliono un bel po di soldi. Perch non chiedi a pap?
Mi porse nuovamente le forbici.
Chiedere a pap, figuriamoci, pensai, ma non dissi niente, mentre cercavo di far scivolare le lame in avanti, senza tagliare nulla, invece si bloccarono, io strinsi limpugnatura e cos ne usc come uno sbrego sulla carta.
Che fine avr fatto Yngve? disse guardando fuori dalla finestra.
 in mani sicure, commentai.
La mamma mi sorrise.
Suppongo di s, afferm.
Il foglio, intervenni. Il corso di nuoto. Puoi firmarmelo adesso?
Annu. Mi alzai, mi precipitai prima in corridoio e poi nella mia camera, presi il ciclostile dalla cartella e stavo per tornare indietro di corsa quando la porta al pianterreno si apr e mentre il mio cuore accelerava di un battito mi resi conto di quello che avevo appena fatto.
I passi pesanti di pap risuonarono per le scale. Ero perfettamente immobile davanti al bagno quando il suo sguardo incroci il mio mentre era ancora sul pianerottolo sottostante.
Non devi correre in casa! esclam. Quante volte devo dirtelo? Rimbomba in tutta la casa. Hai capito?
S".
Dopo essere salito, mi pass davanti, la schiena possente nella camicia bianca. Quando vidi che stava entrando in cucina, tutta la mia gioia si dissolse. Ma dovevo andare l dentro anchio.
La mamma era seduta allo stesso posto di prima. Pap era in piedi davanti alla finestra e guardava fuori. Appoggiai con cautela il foglio sul tavolo.
Ecco qui, dissi.
Mancava ancora un libro. Mi sedetti e cominciai a foderarlo. Si muovevano soltanto le mie mani, tutto il resto era immobile. Pap stava masticando qualcosa.
Yngve non  ancora tornato? chiese.
No, rispose la mamma. Inizio a essere un po in ansia".
Pap abbass lo sguardo sul tavolo.
Che cos questo foglio? domand.
Il corso di nuoto, risposi. La mamma doveva firmarlo".
Vediamo un po, disse prendendolo e mettendosi a leggere. Poi afferr la penna e ci scrisse il suo nome prima di porgermelo.
Ecco fatto, comment mentre con la testa indicava il tavolo. Adesso raccogli tutto e portalo in camera tua. Puoi finire l quello che stai facendo.  ora dello spuntino serale".
S, pap, risposi. Impilai i libri, arrotolai la carta e me la infilai sotto il braccio, presi le forbici e il nastro adesivo con una mano, i libri con laltra e uscii.
Mentre ero seduto alla scrivania intento a tagliare la fodera dellultimo testo, da fuori giunse il rumore di una bicicletta che si muoveva sulla ghiaia. Subito dopo si apr la porta dingresso.
Pap lo stava aspettando in corridoio quando Yngve sal le scale.
 questa lora di tornare? disse.
Non riuscii a sentire la risposta di Yngve perch parlava troppo piano, ma la spiegazione doveva essere buona perch lattimo dopo ebbe il permesso di andare in camera sua. Appoggiai il libro sulla carta plastificata che avevo tagliato, lo foderai, poi ci appoggiai sopra un altro volume a mo di peso mentre cercavo di staccare il nastro adesivo che si era appiccicato di nuovo al rotolo. Quando riuscii finalmente a smollare lestremit e a sollevarla, si strapp e cos dovetti ricominciare da capo.
Dietro di me si apr la porta. Era Yngve.
Cosa stai facendo? chiese.
Sto foderando i libri, non vedi? risposi.
Dopo lallenamento ci hanno dato panini, dolci e bibite, spieg Yngve. Dentro i locali della societ. E poi nella squadra cerano anche delle ragazze. Una di loro era veramente brava".
Ragazze? commentai.  permesso?
A quanto pare s. E Karl Fredrik  proprio in gamba".
Attraverso la finestra aperta giungeva il suono di voci e passi che stavano risalendo il pendio. Appiccicai sulla carta il pezzetto di nastro adesivo che mi pendeva dallindice prima di andare a vedere chi fosse.
Geir e Leif Tore. Si fermarono davanti al vialetto dingresso di Leif Tore mentre ridevano per qualcosa. Poi si salutarono e Geir fece di corsa lultimo pezzo che lo separava da casa sua. Quando imbocc il vialetto e per la prima volta ebbi la possibilit di vederlo in faccia, aveva un sorrisetto dipinto sulle labbra. Teneva la mano stretta nella tasca dei pantaloncini.
Mi girai verso Yngve.
In che ruolo giocherai?
Non lo so, disse. Sicuramente in difesa".
Di che colore  la divisa?
Blu e bianca".
Come quella del Trauma?
Quasi".
Venite a mangiare! grid pap dalla cucina. Quando entrammo, ai nostri posti cera un piatto con tre fette di pane imburrate e un bicchiere di latte. Formaggio con i chiodi di garofano, formaggio brunost e marmellata. Mamma e pap stavano guardando la televisione in soggiorno. Allesterno la strada era grigia, e lo stesso valeva quasi anche per i rami che la costeggiavano, mentre il cielo che sovrastava gli alberi sullaltra sponda dello stretto era ancora azzurro e aperto, come se si innalzasse sopra un mondo diverso da quello in cui ci trovavamo.
Il mattino dopo mi svegliai quando pap apr la porta della camera.
Su in piedi, dormiglione! disse. Il sole splende e gli uccelli cinguettano!
Scostai di lato il piumone e appoggiai i piedi per terra. A parte il rumore dei passi di pap che stavano svanendo lungo il corridoio, la casa era avvolta nel silenzio. Era marted. La mamma cominciava presto al lavoro, Yngve cominciava presto a scuola e pap avrebbe cominciato soltanto alla seconda ora.
Mi diressi verso il guardaroba e cominciai a passare in rassegna le pile di vestiti, scelsi la camicia bianca, che era quella pi bella che avevo, e i pantaloni blu di velluto a coste piccole. Ma la camicia era un po troppo elegante, pensai, lui se ne sarebbe accorto, magari mi avrebbe domandato perch volevo fare il damerino, forse mi avrebbe chiesto di toglierla. Meglio la maglietta bianca dellAdidas.
Con gli abiti sottobraccio andai in bagno. Per fortuna Yngve si era ricordato di lasciare lacqua nel lavandino. Chiusi la porta dietro di me. Dopo aver alzato il coperchio del gabinetto, ci pisciai dentro. Lurina era di colore giallastro, non giallo scuro come a volte succedeva la mattina. Anche se cercai con cura di fare in modo che tutte le gocce finissero allinterno dellasse quando me lo scossi per asciugarlo, alcune finirono sul pavimento accanto, piccole bolle di liquido sul linoleum grigiastro. Le asciugai con un po di carta igienica, che buttai nel gabinetto prima di tirare lo sciacquone. Con quel rumore scrosciante mi piazzai davanti al lavandino. Lacqua aveva assunto una colorazione leggermente verdognola. In essa galleggiavano piccole scaglie di chiss cosa, quasi invisibili. Formai con le mani una piccola cavit, la riempii dacqua e dopo aver chinato la testa in avanti mi bagnai la faccia. Lacqua era leggermente pi fredda di me. Un brivido mi corse lungo la schiena quando venne a contatto della pelle. Mi insaponai le mani, le strofinai velocemente sulla faccia mentre chiudevo gli occhi, le sciacquai, le asciugai insieme al viso nellasciugamano di cotone marroncino appeso al mio gancio.
Finito!
Scostai la tenda e guardai fuori. Gli alberi del bosco, sopra cui il sole aveva appena fatto capolino, lanciavano ombre cupe e profonde sullasfalto per il resto gi scintillante di luce solare. Poi mi vestii e andai in cucina.
Al mio posto cera un piatto fondo con dei corn flakes e accanto una confezione di latte. Pap non cera.
Era sceso nel suo studio per preparare la borsa?
No, lo sentii muoversi in soggiorno.
Mi accomodai e versai il latte sui cereali. Infilato il cucchiaio, me lo portai alla bocca.
Oh merda.
Il latte era acido e quel sapore che mi riemp tutta la bocca, scaten in me un conato di vomito. Lo repressi perch in quellistante arriv pap. Prima sulla soglia, poi attraverso la cucina, infine diretto verso il ripiano a cui si appoggi. Mi guard sorridendo. Infilai nuovamente il cucchiaio dentro il piatto, me lo portai alla bocca. Il solo pensiero del gusto che mi aspettava mi fece torcere lo stomaco. Respirando con la bocca, mandai gi dopo aver masticato un paio di volte.
Oh cazzo.
Pap non diede alcun segno di volersene andare e io continuai a mangiare. Se fosse sceso nel suo studio, avrei potuto buttare i corn flakes nella spazzatura e coprirli con qualche altro rifiuto, ma fino a quando lui rimaneva l in cucina, o su al primo piano, non avevo scelta.
Dopo un po si gir per aprire lanta dellarmadietto, prese un piatto dello stesso tipo di quello che avevo io, afferr un cucchiaio dal cassetto e and a sedersi allaltra estremit del tavolo.
Non lo faceva mai.
Ne mangio un po anchio, disse. Vers un po di quelle scaglie dorate e croccanti dalla scatola su cui spiccava il gallo verde e rosso, prima di allungarsi per prendere il latte.
Smisi di mangiare. Sapevo che la catastrofe era imminente.
Dopo aver infilato il cucchiaio nel piatto, se lo port alle labbra pieno di latte e di corn flakes. Nel momento in cui fu in bocca, il suo volto si contrasse. Sput tutto nel piatto senza nemmeno masticare.
Puah! disse. Il latte  acido! Oh, che schifo!
Poi mi guard. Lo sguardo con cui mi fiss me lo sarei ricordato per tutta la vita. Gli occhi non erano arrabbiati, come mi sarei aspettato, ma stupiti, come se stesse osservando qualcosa che non era assolutamente in grado di capire. S, come se mi vedesse per la prima volta.
Hai mangiato i corn flakes con il latte andato a male? disse.
Annuii.
Ma non puoi fare una cosa simile! continu. Vado a prenderti il latte fresco!
Si alz e vers il latte inacidito dentro il lavello con movimenti molto ampi delle braccia, risciacqu la confezione e, dopo averla schiacciata, la infil nella pattumiera che si trovava sotto il lavello, prima di andare a prendere un cartone di latte nuovo nel frigorifero.
Cos, disse mentre mi prendeva il piatto, poi, dopo aver rovesciato il contenuto nel lavello e aver aperto il rubinetto per farlo sparire, strofin alcune volte il piatto con lapposita spazzola, lo risciacqu e poi me lo rimise sul tavolo.
Ecco fatto, comment. Adesso versati nuovamente corn flakes e latte. Okay?
S, risposi.
Fece lo stesso con il suo piatto, poi mangiammo in silenzio.
In quei giorni a scuola era tutto nuovo ma ogni giorno aveva la stessa struttura, che ci divenne cos familiare che gi qualche settimana dopo niente era pi in grado di sorprenderci. Quello che veniva detto dalla cattedra corrispondeva a verit e il fatto che venisse proferito da l rendeva probabili anche le cose pi improbabili. Che Ges avesse camminato sullacqua, era vero. Che Dio si fosse mostrato a Mos sotto forma di roveto ardente, era vero. Che le malattie fossero provocate da creature cos piccole che nessuno era in grado di vederle, era vero. Che tutte le cose, noi compresi, fossero composte da minuscoli granelli che erano ancora pi piccini dei batteri, era vero. Che gli alberi vivevano della luce del sole, era vero. Ma non solo accettavamo quello che ci dicevano in quel modo, ma accettavamo anche quello che facevano senza dire niente. Molti degli insegnanti che avevamo erano vecchi, nati prima o durante la Prima guerra mondiale, attivi dal punto di vista professionale dagli anni trenta o quaranta. Con i capelli grigi e completi giacca e pantaloni non imparavano mai i nostri nomi e quello che avevano da offrire in fatto di sapere e di saggezza non arrivava mai fino a noi. Uno di loro si chiamava Thommesen e una volta alla settimana durante lintervallo mentre mangiavamo ci leggeva un libro, chino sulla cattedra, la voce leggermente nasale, con la pelle del volto pallida, quasi gialla e le labbra bluastre. Il libro che leggeva parlava di una donna che si trovava in una terra desolata e deserta, era impossibile capirci qualcosa, cos quel momento che probabilmente lui considerava piacevole, un gesto gentile nei confronti degli scolari pi giovani, per noi era una tortura perch eravamo costretti a rimanere seduti in silenzio mentre lui, borbottando e raschiandosi la voce, proseguiva nella lettura di quella storia incomprensibile.
Un altro insegnante era sulla cinquantina, si chiamava Myklebust, arrivava da un paesino della Norvegia occidentale, abitava a Hisya e applicava una disciplina ferrea. Ogni volta che avevamo lezione con lui non soltanto dovevamo metterci in riga e marciare composti nellaula: quando eravamo entrati, bisognava piazzarsi accanto al banco e rimanere in quella posizione mentre lui ci squadrava lentamente fino a quando non si sentiva volare una mosca. A quel punto si sollevava sulla punta dei piedi e inchinandosi diceva buon mattino, classe, oppure buongiorno, classe, a cui noi dovevamo rispondere con un equivalente buon mattino, maestro, buongiorno, maestro. Non aveva nessuna esitazione nel mollare uno schiaffo agli alunni in caso di situazioni particolarmente accese o di sbatterli contro il muro. Spesso metteva in ridicolo gli scolari che non gli andavano a genio. Le sue ore di ginnastica erano vere e proprie esercitazioni militari. Cerano alcune insegnanti donne della stessa et, anche loro rigide e formali, circondate da unaura che noi non conoscevamo, ma che rispettavamo automaticamente e che spesso temevamo. Una di loro una volta mi sollev per i capelli dopo che io avevo detto qualcosa che non andava bene, ricordo, se no si accontentavano di mandare una nota a casa dal momento che non era possibile costringerci a rimanere pi a lungo in classe come castigo o passare nel gruppo di bambini che avevano cominciato la scuola con un anno di anticipo, per via degli autobus. Tra questa schiera di vecchi, alcuni dei quali avevano lavorato in quella scuola per tutta la loro vita, esisteva anche una nuova generazione di insegnanti, che avevano la stessa et dei nostri genitori o erano ancora pi giovani. La nostra maestra, Helga Torgersen, era una di loro. Era considerata buona perch non interveniva mai con troppa durezza quando non venivano rispettate le regole, non si arrabbiava mai, non gridava mai, non picchiava mai e non tirava i capelli, ma cercava sempre di risolvere tutti i conflitti parlandone, in modo pacato e tranquillo, e sforzandosi di essere presente con la propria persona piuttosto che in rappresentanza del suo ruolo, nel senso che cera poca differenza tra quella che era in privato, quando stava con gli amici o era a casa con suo marito, con cui si era appena sposata, e quella che era in classe. Non era lunica, tutti gli insegnanti della nuova generazione erano cos ed erano quelli che ci sarebbe piaciuto avere. Il preside apparteneva al gruppo dei giovani, si chiamava Osmundsen ed era sulla trentina, aveva la barba ed era forte e robusto, non molto diverso da pap, ma noi lo temevamo, forse pi di tutti gli altri. Non per via di quello che faceva, ma per via di quello che era. Era nel suo ufficio che si finiva quando si combinava qualcosa di veramente grave. Il fatto che lui non partecipasse alle lezioni quotidiane, ma si trovasse nella scuola come una specie di ombra, non serviva a ridurre la paura che provavamo nei suoi confronti. Inoltre per qualche motivo era anche considerato una leggenda. Lanno prima era stata ritrovata una nave adibita al trasporto degli schiavi a pochi metri dalle scogliere che si trovavano sul versante orientale dellisola, limbarcazione era rimasta incagliata nel 1768, la notizia del ritrovamento era apparsa in tutti i giornali e persino alla televisione. Il preside Osmundsen era uno dei tre sommozzatori che lavevano trovata. Per me, che ero un grande estimatore delle immersioni subacquee che consideravo al di sopra di tutte le altre cose, fatta eccezione forse per i velieri, lui era la persona pi grande e maestosa che potessi immaginarmi. Era come avere un astronauta come preside. Quando disegnavo, a parte i velieri, ritraevo esclusivamente subacquei e relitti di navi, pescatori e squali, foglio dopo foglio. Quando vedevo uno dei documentari naturalistici che trasmettevano in televisione allepoca, sulle immersioni nella barriera corallina o dentro una gabbia a protezione degli squali, ne parlavo poi per settimane. E dunque eccolo qui, quelluomo barbuto che lanno prima aveva infranto la superficie del mare riemergendo con in mano una zanna delefante recuperata in uno dei pochi relitti rimasti ancora intatti di navi adibite al trasporto degli schiavi che erano stati ritrovati.
Entr in classe gi il secondo giorno parlandoci un po della scuola e delle sue regole e, quando se ne fu andato, la Maestra ci disse che sarebbe tornato a breve unaltra volta per raccontarci del relitto che aveva ritrovato insieme ad altri. Mentre lui era l, lei era rimasta in piedi accanto alla finestra con le mani dietro la schiena sorridendo tutto il tempo e lo stesso fece quando il preside ritorn come promesso due settimane dopo. Io ero eccitatissimo per via di quello che ci stava dicendo, ma anche leggermente deluso quando salt fuori che il relitto si trovava a pochi metri di profondit. Il dettaglio sminuiva non poco la sua prestazione, io mi ero aspettato una profondit intorno ai cento metri sotto il livello del mare, con i sommozzatori che si erano dovuti fermare lungo una fune mentre risalivano, magari impiegandoci in tutto unora, per via della forte pressione atmosferica presente negli abissi. Unoscurit completa, raggi di luce che vagavano provenienti dalle loro torce, magari addirittura un piccolo sottomarino o una campana subacquea. Ma non sul fondale vicino alla costa, proprio sotto i piedi di coloro che facevano il bagno in quel punto, entro il raggio di azione di qualsiasi ragazzo armato di pinne e maschera? Daltro canto ci mostr alcune foto del ritrovamento, avevano una barca attrezzata per le immersioni che era ancorata a una certa distanza dalla baia, avevano le mute e le bombole dellossigeno e il tutto era stato pianificato con cura e nei minimi dettagli, servendosi di antiche carte nautiche e documenti.
Una volta pap stava quasi per apparire in televisione, lo avevano intervistato, si trattava di qualcosa relativo alla politica, ma quando ci sedemmo per vedere il telegiornale il servizio non arriv mai, e neppure il giorno dopo quando ceravamo di nuovo riuniti tutti quanti per vederlo. Una volta per era stato trasmesso alla radio, era stato intervistato in relazione a una mostra di francobolli, cosa di cui mi ero dimenticato, cos quando tornai a casa quel giorno avevano gi mandato in onda il programma e lui mi aveva sgridato.
Allinizio molti degli insegnanti fecero confusione con il mio nome, erano colleghi di mio padre e partivano dal presupposto che io fossi stato chiamato come lui e il fatto che loro fossero consapevoli della mia esistenza, che io ero il figlio di mio padre, era qualcosa che mi piaceva molto. Fin dal primo giorno di scuola mi sforzai di fare del mio meglio, prima di tutto per essere il migliore della classe, ma anche perch speravo che arrivasse alle orecchie di mio padre quanto ero bravo.
Amavo andare a scuola. Amavo tutto quello che mi accadeva e le stanze in cui avveniva.
Le nostre sedie, basse e vecchie, fatte di tubi di ferro, con una tavola di legno su cui sedersi e una su cui appoggiare la schiena, i nostri banchi, pieni di incisioni e dellinchiostro che vi avevano lasciato tutti coloro che li avevano utilizzati precedentemente. La lavagna, i gessetti e il cancellino; le lettere che scaturivano dal gesso tenuto dalla mano della Maestra, una O, una U, una I, una E, una , una , sempre bianche, come diventavano anche le sue mani. Il cancellino secco per via di tutta quella polvere che sembrava cipria, che si scuriva e si gonfiava quando lei lo passava sotto lacqua del lavello, la bella sensazione che dava quando cancellava tutto lasciando al suo passare le tracce umide che rimanevano visibili per qualche minuto fino a quando la lavagna era pulita e verde come prima. La Maestra, che parlava norvegese con la cadenza del dialetto di Karmy, aveva gli occhiali rossi e i capelli corti, portava camicette e gonne, adoravo tutto quello che lei ci raccontava e tutto quello che lei ci chiedeva. Dovevamo imparare a non parlare tutti insieme e neppure a parlare quando volevamo, ma soltanto dopo aver alzato la mano e dopo che lei che ci aveva fatto un cenno con la mano o con la testa. Perch allinizio in classe si alzava una selva di mani che si agitavano impazienti avanti e indietro, alcuni gridavano io, io, io perch non erano difficili le cose che ci chiedeva ma si trattava di domande a cui tutti erano in grado di rispondere. Poi cerano gli intervalli e tutto ci che accadeva durante quei minuti di pausa, quando erano presenti tutti i bambini, il modo in cui si formavano e sparivano quei grandi assembramenti, le attivit che nascevano di colpo e morivano con altrettanta velocit. I ganci in corridoio davanti allaula dove appendevamo le nostre giacche, il sentore di dieci anni di pulizie con il sapone verde, la puzza di piscio nei cessi, lodore del latte che proveniva dagli appositi armadietti, quello di venti pacchettini contenenti fette di pane imburrate con tanti tipi di companatico diversi quando venivano aperti in contemporanea dentro unaula. Il sistema dei responsabili dellordine, in base al quale ogni settimana un allievo aveva la responsabilit di distribuire ai compagni quello che andava distribuito, di pulire la lavagna finita la lezione e di andare a prendere i cartoncini di latte quando cera lintervallo principale in cui si faceva merenda. La sensazione che si provava nellessere scelti. E quella tutta particolare che si avvertiva nel percorrere i corridoi quando tutti erano seduti nelle rispettive classi, in quei momenti erano deserti, con le giacche appese ai ganci su entrambi i lati, quel mormorio soffocato che proveniva dalle aule che si superavano, la luce del giorno che faceva scintillare debolmente il pavimento di linoleum e, se cera il sole, faceva splendere migliaia di particelle di polvere che si libravano nellaria, come una Via Lattea in miniatura. Una porta che si apriva di colpo, qualche bambino che usciva di corsa, come fosse in grado di modificare latmosfera che si percepiva in tutto quel lungo corridoio, come se attirasse su di s tutta lattenzione e il significato: di colpo era soltanto lui quello che contava. Come se lui stesse strappando via con s tutto lodore, tutta la polvere, tutta la luce, tutte le giacche e tutto il mormorio, come una cometa in cielo, si poteva pensare, dove tutti i relitti e le cianfrusaglie che superava venivano risucchiati in quella coda lunga e pallida, se comparata al centro cos luminoso.
Amavo il momento in cui Geir suonava il campanello e ciondolando ci avviavamo verso il supermercato, quella gara che si era venuta a creare, dove era importante arrivare presto alla fermata in modo da poter appoggiare la cartella il pi possibile in cima alla coda cos da poter scegliere i posti migliori sullautobus. Amavo starmene davanti al negozio a guardare gli altri bambini che sbucavano da tutte le parti. Alcuni di loro abitavano in alto, nelle zone residenziali che si trovavano dietro il supermercato, altri arrivavano da Gamle Tybakken, altri ancora da quelle situate in pianura sullaltro lato della montagna. In particolare mi piaceva guardare Anne Lisbet. Non solo aveva i capelli neri e lucenti, ma anche gli occhi scuri e una bocca grande e rossa. Era sempre cos felice, rideva cos tanto e i suoi occhi non erano soltanto scuri, erano anche splendenti, come se avesse dentro di s cos tanta gioia che essi ne erano sempre colmi. La sua amica dai capelli rossi si chiamava Solveig, erano vicine ed erano sempre insieme, proprio come me e Geir. Solveig era pallida e aveva le lentiggini, non parlava molto, ma i suoi occhi erano gentili. Abitavano nella zona residenziale pi alta di Tybakken, ero stato da quelle parti soltanto un paio di volte e non conoscevo nessuno. Anne Lisbet aveva una sorella che aveva un anno meno di lei, disse quando fu il suo turno in classe di parlare di s, e un fratello che aveva quattro anni in meno. Anche un altro bambino della classe abitava lass, si chiamava Vemund, era grassoccio e molto cauto, forse addirittura un po duro di comprendonio, era sempre lultimo nella corsa, era il pi debole, lanciava come una femmina, non era capace di giocare a pallone, non sapeva leggere, ma gli piaceva disegnare e fare quasi tutto quello che poteva essere fatto standosene seduti dentro. Sua madre era una donna grande, forte ed energica con gli occhi arrabbiati e una voce stridula. Suo padre era esile e pallido e camminava servendosi delle stampelle, aveva una specie di malattia muscolare ed era emofiliaco, raccont Vemund con orgoglio. Emofiliaco, che cosa ? chiese qualcuno. Significa che il sangue non si ferma, rispose. Quando pap si ferisce e comincia a sanguinare, non smette pi, il sangue continua a uscire, cos deve prendere una medicina o andare allospedale, altrimenti muore.
Il vicinato di Anne Lisbet, Solveig e Vemund, dove abitavano molti altri bambini, che avevano uno o due anni in pi o erano pi giovani di noi, di colpo entr a far parte del nostro mondo quando cominciammo ad andare a scuola. La stessa cosa avvenne per tutti gli altri vicinati da cui provenivano i compagni di classe. Sembrava che si fosse aperto un sipario e quello che noi avevamo considerato come tutta la scena in realt era soltanto il proscenio. La casa sul fianco della montagna, di cui noi dalla cima potevamo vedere tutto il giardino in piano, come se fosse in equilibrio sul bordo di un muro che precipitava di sotto forse per cinque metri, con in cima una rete di recinzione verde, per esempio, non era pi soltanto una casa, ma la casa dove abitava Siv Johannesen. A cinquanta metri di distanza verso linterno, dietro un fitto boschetto, finiva una strada lungo la quale abitavano Sverre, Geir B. ed Eivind. Nei paraggi, ma in unaltra zona, in un mondo completamente diverso, vivevano Kristin Tamara, Marian e Asgeir.
Tutti avevano i propri posti, tutti avevano i propri amici e tutto si pales a nostri occhi nel corso di qualche settimana di fine estate. Era al contempo nuovo e noto, in fondo ci assomigliavamo, facevamo le stesse cose ed eravamo aperti luno verso laltro. Al tempo stesso ognuno possedeva qualcosa di unico. Slvi, lei era cos timida che non riusciva quasi a parlare. Unni, lavorava tutti i sabati al mercato che si teneva in piazza insieme ai suoi genitori e ai suo fratelli maschi, vendevano le verdure che coltivavano loro stessi. Il padre di Vemund camminava con le stampelle. Kristin Tamara aveva gli occhiali e una benda su un occhio. Geir Hkon, che faceva sempre il duro e lo spavaldo, si contorceva imbarazzato davanti alla lavagna. Dag Magne ridacchiava tutto il tempo. Geir aveva ricevuto lestrema unzione quando era nato, credevano che sarebbe morto. Asgeir puzzava sempre leggermente di piscio. Marianne era forte come un maschio. Eivind sapeva leggere e scrivere ed era bravo a giocare a pallone. Trond era piccolo e veloce come un fulmine. Solveig era cos brava a disegnare. Il padre di Anne Lisbet era sommozzatore. E John, lui aveva pi zii maschi di tutti.
Un giorno che eravamo stati a scuola le prime tre ore e lautobus ci aveva lasciato davanti al supermercato verso mezzogiorno, io e Geir accompagnammo John a casa sua. Il sole splendeva, il cielo era blu, la strada asciutta e polverosa. Quando arrivammo da John, lui ci chiese se volevamo entrare a bere un po di sciroppo. Volevamo. Lo seguimmo fin sulla terrazza e, dopo aver appoggiato le cartelle, ci sedemmo sulle sedie di plastica che cerano. Lui apr la porta di casa e grid.
Mamma, vogliamo dello sciroppo! Ci sono dei miei compagni di classe!
Sua madre apparve sulla soglia. Indossava un bikini bianco, la sua pelle era abbronzata, i capelli lunghi erano di colore biondo scuro. Tutta la parte superiore del viso era coperta da un paio di grandi occhiali da sole.
Che bello, disse. Vado a vedere se abbiamo un po di sciroppo per voi".
Rientr in soggiorno e scomparve attraverso una porta. Cera un che di vuoto in quella stanza. Assomigliava al nostro, ma l cerano meno mobili e nessuna foto alle pareti. Due delle nostre compagne di classe passarono sotto di noi lungo la strada. John si sporse dal parapetto e si mise a urlare dietro di loro che assomigliavano a delle scimmie.
Io e Geir ci mettemmo a ridere.
Le due fecero finta di niente e incuranti continuarono a camminare. Marianne, lei era pi alta di tutti i maschi, aveva la fronte alta, gli zigomi alti, i capelli lunghi e chiari che le cadevano ai lati del viso come delle tende. Ogni tanto, quando era indignata o disperata, aggrottava la fronte e i suoi occhi assumevano unespressione particolare che mi piaceva guardare. Era anche capace di arrabbiarsi e, a differenza delle altre femmine, sapeva rendere pan per focaccia.
La madre di John usc con un vassoio su cui cerano tre bicchieri e una caraffa di sciroppo e, dopo aver appoggiato un bicchiere davanti a ognuno di noi, li riemp. I cubetti di ghiaccio galleggiavano in cerchio stretti uno accanto allaltro in cima a quel liquido rosso. La osservai mentre rientrava in casa. Non era bella, eppure cera qualcosa in lei che faceva s che la si notasse e la si guardasse.
Stai guardando il culo di mia madre? disse John ridendo sonoramente.
Non capivo che cosa intendesse dire. Perch avrei dovuto guardare il culo di sua madre? La situazione era imbarazzante perch aveva pronunciato quelle parole a voce cos alta che sicuramente anche lei doveva aver sentito.
No, non lho fatto! risposi.
Rise ancora di pi.
Mamma! grid. Vieni fuori un attimo!
Lei arriv, ancora in bikini.
Karl Ove ti ha guardato il culo! esclam.
Sua madre gli moll un ceffone sulla guancia.
John continu a ridere. Volsi lo sguardo in direzione di Geir, stava guardando in aria mentre fischiettava. La madre and dentro. Io svuotai il bicchiere con una sorsata.
Volete vedere la mia camera? disse John.
Dopo aver annuito, proseguimmo attraverso il soggiorno buio fino alla sua stanza. Su una parete era appeso il poster di una moto e sullaltra quello di una donna seminuda, dalla pelle arancione per via di tutto il sole.
 una Kawasaki 750, spieg. Volete altro sciroppo?
Non per me, risposi. Devo andare a casa a cenare".
Anchio, disse Geir.
Il cane ringhi contro di noi quando uscimmo. Scendemmo lungo il pendio senza dire una parola. John ci salut con un cenno della mano dalla terrazza. Geir ricambi il saluto. Perch avrei dovuto sbirciare il culo di sua madre? Cera qualcosa in fatto di sederi che mi era sfuggito? Perch mi aveva urlato quelle parole? Perch lei lo aveva colpito? E perch diavolo lui aveva continuato a ridere? Comera possibile ridere quando una madre ti ha appena mollato un ceffone? S, quando in generale qualcuno ti ha picchiato?
Avevo guardato la madre sentendomi leggermente in colpa mentre lo facevo perch era quasi nuda, ma non il suo sedere, perch mai avrei dovuto farlo?
Era la prima volta che ero a casa di John e sarebbe stata anche lultima. Con lui giocavamo a pallone, facevamo il bagno, ma non era uno di quelli da cui andavamo a casa. Tutti avevano un po paura di lui perch anche se noi dicevamo che voleva soltanto fare il duro, che in realt non lo era, sapevamo che invece lo era per davvero. Cercava la compagnia dei ragazzi che frequentavano le classi sopra la nostra, era lunico di noi a rimanere coinvolto in zuffe ed era lunico che osava contraddire gli insegnanti e rifiutarsi di fare quello che dicevano. La mattina era stanco perch aveva il permesso di stare alzato fino a quando voleva e quando raccontava delle cose che avvenivano in casa sua durante la lezione, come facevamo tutti, cera sempre qualche zio che abitava per il momento a casa sua. N lui n noi ci facevamo domande sulla posizione e sul legame di quegli uomini, del resto perch avremmo dovuto? John aveva pi zii di tutte le persone che conoscevamo, cos stavano le cose.
Alcuni giorni dopo, un sabato allinizio di settembre, una di quelle giornate precoci dautunno che lestate ha inglobato e riempito, quando i campi sono polverosi e caldi, il cielo non  ancora scuro e le prime foglie appassite turbinano nellaria quasi contraddicendo le leggi di natura dal momento che il vento  ancora cos dolce e tiepido e tutti i volti che si vedono luccicano di sudore, Geir e io stavamo facendo un giro per il quartiere dove abitavamo. Ci eravamo portati dietro la nostra merenda al sacco e una bottiglia di sciroppo. Avevamo pensato di seguire una strada che conoscevamo, continuava a sinistra in fondo a quella lunga pianura, pressappoco dove cominciava il sentiero che conduceva alla stazione di servizio della Fina. Per arrivare fino a l dovevamo attraversare il terreno di una casa di cui sapevamo ben poco a parte il fatto che il proprietario poteva arrabbiarsi perch una domenica di quella primavera eravamo l in un bel po a giocare a pallone sul terreno confinante con unestremit della sua propriet, da un lato delimitato da una roccia, dallaltro da un ruscello, quando dopo una mezzora era spuntato lui che, procedendo a passo veloce, aveva cominciato a sgridarci e a mostrarci il pugno e, ancora prima che si trovasse a una distanza tale in cui era possibile sentire, noi eravamo corsi via a gambe levate. Ma adesso non si trattava di giocare a pallone, ora volevamo semplicemente attraversare la sua propriet, lungo il ruscello e fino al sentiero, che in realt era una stradina, quasi lastricata di pietre piccole e piatte perlopi bianche. Arrivammo a un cancello che spingemmo di lato e ci trovammo in un posto dove non eravamo mai stati prima. Il sentiero era quasi completamente in ombra, su entrambi i lati si ergevano piante alte e si aveva limpressione di entrare quasi dentro un tunnel. Un pezzo pi in l esso curvava e nel riverbero del sole vedemmo scintillare una specie di roccia bianca. Doveva essere quella da cui venivano le pietre su cui stavamo camminando. Ci fermammo a guardarla. Non era scoscesa e mezza marcia, per usare questa espressione, come potevano esserlo alcune pi porose dopo che erano state fatte saltare, non si sfaldava n era leggermente ruvida, come lo sono i burroni o la maggior parte dei dirupi che si possono trovare nel bosco, no, quella roccia era completamente liscia, quasi come il vetro, ed era formata da molti strati inclinati. Ci eravamo imbattuti in una vena di pietre preziose? Sembrava quasi cos. Al contempo si trovava troppo vicina alla zona residenziale per esserlo, non era possibile che noi avessimo scoperto qualcosa che nessun altro avesse gi scoperto, lo sapevamo, eppure riempimmo gli zainetti con le pietre prese da l. Poi proseguimmo. Il ruscello seguiva il sentiero, pi in alto scorreva attraverso una gola profonda simile a un canyon, pi gi, dove iniziava il pendio, cadeva verso il basso in rivoli attraverso una serie di piccole terrazze. In un punto dove il ruscello fluiva pressappoco allaltezza del sentiero, cercammo di costruire una diga. Portammo una pietra dopo laltra fino a l, coprimmo le fessure che si venivano a creare tra i sassi con del muschio e dopo circa una mezzora riuscimmo a fare in modo che lacqua passasse attraverso il sentiero. Di colpo sentimmo uno sparo. Ci guardammo. Poi, dopo esserci infilati gli zainetti, ci mettemmo a correre verso il basso. Spari, potevano esserci in giro dei cacciatori? Dopo qualche centinaio di metri il sentiero tornava a livellarsi. Era immerso in unombra profonda, di colore verde scuro, dovuta alle file molto compatte di grandi abeti che crescevano verso linterno. Forse a cento metri di distanza vedemmo una via asfaltata e ci fermammo perch adesso il rumore degli spari si era fatto pi evidente e proveniva da sinistra. Proseguimmo fra gli alberi, superando quella superficie morbida fatta di cespugli di mirtilli, di erica e di muschio, salimmo lungo un debole pendio e davanti a noi, forse venti metri pi in basso, si apr uno spazio enorme e privo di alberi, pieno di spazzatura e inondato di sole.
Una discarica!
Una discarica nel bosco!
Sulla parte pi lontana volavano alcuni gabbiani. Gridavano e si muovevano in cerchio sopra la spazzatura come se si trattasse di un mare. Lodore, dolciastro, ma al contempo pungente, ci bruciava nelle narici. Poi si sentirono altri spari. Non forti, quello che arrivava era un suono netto, una specie di scoppiettio. Lentamente scendemmo fino al limitare di quellimmondezzaio e l, in prossimit, vedemmo due uomini, uno in piedi accanto alla carcassa di unauto, laltro sdraiato accanto. Entrambi avevano i fucili puntati verso la spazzatura. Sparavano a qualche secondo di distanza luno dallaltro. Quello che era sdraiato a pancia in gi si alz e poi entrambi si avviarono verso il limitare della discarica con le armi in mano. Noi ci spostammo verso il punto in cui erano stati fino a quel momento. Tra le montagne di rifiuti, che si ergevano e si abbassavano simili a colline e valli, cera un passaggio che seguirono. Erano vestiti da veri cacciatori, con tanto di stivali e guanti. Erano adulti, ma non vecchi. Intorno a loro vidi rottami dauto, frigoriferi, congelatori, televisori, guardaroba e com. Vidi divani, sedie, tavoli e lampade. Vidi sci e biciclette, canne da pesca, lampadari a goccia, pneumatici, scatoloni di cartone, casse di legno, contenitori di polistirolo e mucchi di sacchi di plastica spessi e gonfi. Quello che si spiegava davanti a noi era un paesaggio di oggetti gettati. La maggior parte di esso consisteva di sacchi contenenti avanzi di cibo e imballaggi, cose che tutte le case buttavano nei bidoni della spazzatura ogni giorno, ma nella zona davanti a cui ci trovavamo e che i due uomini stavano attraversando, forse un quinto dellarea complessiva, cerano oggetti pi grandi.
Stanno sparando ai ratti, esclam Geir. Guarda l!
I due si erano fermati. Uno stava sollevando un ratto per la coda. Tutto il fianco dellanimale era ridotto in poltiglia, a quanto sembrava. Lo fece roteare alcune volte e poi lasci la presa in modo che volasse in aria. Atterr su alcuni sacchetti e scivol verso il basso. Risero. Il secondo moll un calcio a un altro cadavere, infil la punta dello stivale sotto di esso e poi lo rovesci scagliandolo via.
Tornarono indietro. Con gli occhi socchiusi per via del sole accecante, ci salutarono. Potevano essere fratelli.
State facendo un giretto, ragazzi? disse uno dei due. Aveva i capelli rossi e ricci sotto un berretto blu con la visiera, il volto largo, le labbra spesse con sopra un paio di baffi possenti, anchessi sul rossiccio.
Annuimmo.
Fare un giro in una discarica! Niente male, comment laltro. A parte il colore dei capelli, che erano biondi, quasi bianchi, e la parte al di sopra del labbro superiore, che era priva di peli, sembrava il ritratto dellaltro. E avete intenzione di fare merenda laggi? In cima a quella montagna di spazzatura?
Risero. Anche noi ridemmo un poco.
Volete vedere quando spariamo a qualche ratto? sugger il primo.
S, volentieri, rispose Geir.
Per dovete stare dietro di noi.  importante. Avete capito? E state perfettamente in silenzio e immobili, cos non ci disturbate".
Annuimmo.
Questa volta si sdraiarono tutti e due. Rimasero a lungo senza muoversi. Io cercavo di vedere quello che vedevano loro. Ma soltanto quando vennero esplosi i colpi, notai un ratto, che fu quasi strappato via dal terreno, come da un colpo di vento improvviso e incredibilmente potente.
Si alzarono.
Volete venire a dare unocchiata? chiese uno.
Non c molto da vedere! comment laltro. Un ratto morto!
Voglio vederlo, disse Geir.
Anchio, intervenni.
Ma la bestia non era morta. Si stava contorcendo per terra. La parte posteriore era quasi completamente andata. Uno dei due uomini colp con forza la testa dellanimale con il calcio del fucile, si sent un tonfo molle, quasi un crepitio, poi il roditore rimase immobile. Il tipo guard limpugnatura del fucile con espressione preoccupata.
Cosa mi  venuto in mente di farlo, esclam.
Perch volevi fare il duro, rispose laltro. Vieni, adesso andiamo. Puoi pulirlo quando siamo arrivati allauto".
Tornarono di nuovo sulla terraferma con noi alle calcagna.
I vostri genitori sanno che siete qui? domand uno di loro.
S, risposi.
Bene. Allora vi hanno detto che qui non dovete toccare niente? Pieno di batteri e di altre schifezze, sapete".
S, dissi.
Perfetto! Statemi bene, ragazzi!
Qualche minuto dopo unautomobile si avvi in fondo alla strada e noi rimanemmo soli. Per un po ci limitammo a correre in giro e a guardare cosa cera, svuotammo sacchi, rovesciammo armadi per vedere se dietro cera qualcosa di bello, mentre ci gridavamo a vicenda che cosa avevamo trovato. Un sacchetto contenente dei giornalini quasi nuovi e in buono stato fu il mio pi grande ritrovamento, dentro cerano sia Tempo sia Buster, pocket di Tex Willer e anche alcuni di quei fumetti di cowboy piccoli e ovali, tipici degli anni sessanta. Geir trov una torcia piatta, un piccolo ricamo raffigurante un cervo e due ruote di una carrozzina. Quando fummo stanchi di cercare, ci sedemmo in un punto pi in alto sopra lerica insieme a quello che avevamo trovato e ci mettemmo a mangiare le fette imburrate che ceravamo portati dietro.
Geir appallottol la carta da alimenti in cui erano avvolti e la scagli il pi lontano possibile. Lidea era che finisse al centro della discarica, pressappoco, invece fu investita da una folata di vento proprio in quel momento e visto che era cos leggera non riusc neppure a raggiungere linizio dellimmondezzaio, ma atterr tra lerica.
Cachiamo? disse.
Perch no? Dove?
Non so, rispose stringendosi nelle spalle.
Girammo per un po nel bosco alla ricerca di un posto adatto. Farlo nella discarica sembrava per qualche motivo sconveniente, cera qualcosa di sporco nel farlo, mi sembrava, ed era strano dal momento che stavamo parlando di rifiuti. Ma i rifiuti erano sacchetti di plastica lucidi e scatole di cartone, elettrodomestici scartati e pile di giornali. Quello che cera di morbido e appiccicoso era avvolto e impacchettato l nella discarica. Cos andammo nel bosco.
Guarda quellalbero! disse Geir.
Un pino di grandi dimensioni giaceva divelto a dieci metri di distanza. Ci arrampicammo sul tronco, ci abbassammo i pantaloni e sporgemmo il sedere verso lesterno mentre ci tenevamo ognuno al nostro ramo. Geir si mise a oscillare il culo proprio nel momento in cui lo stronzo stava uscendo, che cos venne quasi scagliato di lato.
Hai visto? comment ridendo.
Ah ah ah! risi anchio mentre cercavo di fare il contrario, lasciarlo cadere dritto come una bomba sganciata da un aereo sulla citt. Era una sensazione meravigliosa mentre usciva sempre pi lungo, lattimo in cui rimase l appeso a ciondolare prima di finire spiattellato a terra.
A volte mi trattenevo per giorni, sia per riuscire a farne uno veramente grosso sia perch era una cosa piacevole in s. Quando dovevo cacare sul serio, cos tanto da non riuscire quasi a stare eretto, ma da essere costretto a chinarmi in avanti, avvertivo una sensazione fantastica in tutto il corpo se io non cedevo, ma contraevo i muscoli del sedere il pi possibile e in un certo senso sforzavo lo stronzo a tornare al suo posto. Ma si trattava di un gioco pericoloso perch se lo si ripeteva pi volte alla fine lescremento diventava cos grande che era quasi impossibile espellerlo. Oh, cazzo quanto male faceva quando uno stronzo cos grande doveva uscire! In effetti era insopportabile, ero totalmente in preda al dolore, era come unesplosione. AAAAAAHHH!!! urlavo allora. AAAAHHH, e poi quando sembrava che fosse arrivato il peggio, di colpo era fuori.
Oddio che bello!
Che sensazione fantastica in quel momento!
Niente pi dolore.
Lo stronzo nella tazza del cesso.
Dentro di me regnava la tranquillit e la calma. S, ero tutto cos in pace che non avevo voglia di alzarmi e pulirmi, ma soltanto di rimanere l seduto.
Ma ne valeva la pena?
Davanti a una di queste cacate che mi aspettavano, ero capace di preoccuparmi per tutto il giorno. Non volevo andare al gabinetto perch avrebbe fatto un male cane, ma se non lo facevo, il dolore sarebbe diventato sempre pi forte.
Quindi non restava altro che sedersi. Consapevole che in quel momento avrei sofferto le pene dellinferno!
Una volta ero talmente preoccupato al pensiero che cercai di trovare un altro modo per espellere la merda. Mi alzai leggermente dallasse e mi infilai un dito nel culo fino a dove riuscivo ad arrivare. L! L cera lo stronzo. Duro come un sasso! Una volta localizzato, cominciai a contorcere il dito avanti e indietro, nel tentativo di allargare il passaggio. Al contempo spinsi un po e cos, poco alla volta, riuscii a dirigerlo fino allorlo. Oh, faceva ancora male liberare lultimo pezzo in modo che uscisse, ma non cos tanto.
Che metodo che era!
Che tutto il dito diventasse marrone, non era in s cos pericoloso, lo si poteva lavare. La cosa peggiore era lodore perch anche continuando a strofinarlo, rimaneva sempre un leggero sentore di merda per tutto il giorno e per tutta la notte, lo percepivo persino il mattino dopo quando mi svegliavo.
Tutti quei vantaggi e svantaggi andavano soppesati con cura.
Quando io e Geir ebbimo finito, ci pulimmo con la nostra rispettiva foglia di felce, poi andammo a vedere il risultato. Il mio aveva una sfumatura verdognola ed era cos molle che si era gi leggermente sparso sul terreno. Quello di Geir era marroncino, con una chiazza nera a unestremit, che era pi dura e aveva pi una forma a grumi.
Non  strano che il mio ha un buon odore mentre il tuo puzza? dissi.
Guarda che  il tuo quello che puzza! replic Geir.
Figuriamoci, insistetti.
Oddio! esclam tappandosi il naso mentre rimestava nella mia merda con un lungo ramoscello.
Sopra ci ronzavano alcune mosche. Anche loro avevano una sfumatura verdognola.
Be, ce ne andiamo? dissi io. Possiamo controllare in che condizioni sono sabato prossimo, che ne dici?
Non ci sono, rispose.
E dove vai?
A Risr, spieg. Andiamo a vedere una barca, credo".
Di corsa andammo a riprendere le nostre cose e poi ci incamminammo verso casa, Geir tenendo una ruota in ogni mano, io con il mio sacchetto di plastica pieno di giornalini. Gli feci promettere di non dire niente ai suoi di dove eravamo stati perch intuivo che ce lavrebbero proibito se lavessero saputo. Personalmente mi misi a escogitare una spiegazione da fornire per giustificare i fumetti, avrei detto che li avevo presi in prestito da uno che si chiamava Jrn e che abitava in un altro quartiere qualora pap li avesse scoperti e avesse reagito.
Quando entrai in casa, rimasi completamente immobile per un istante. Non sentii niente di insolito, cos mi chinai in avanti per slacciarmi le scarpe.
Allinterno si sent aprire una porta. Mi tolsi una scarpa e la disposi vicino alla parete. Si apr laltra porta e pap comparve davanti a me.
Dopo aver messo a posto laltra scarpa, mi raddrizzai.
Dove sei stato? disse pap.
Nel bosco".
Mi venne improvvisamente in mente la mia spiegazione e la aggiunsi mentre tenevo lo sguardo fisso per terra. E poi in cima al pendio".
Che cosa c l in quel sacchetto?
Alcuni giornaletti".
Come te li sei procurati?
Me li ha prestati uno che si chiama Jrn. Abita l in cima".
Fammi vedere".
Glielo porsi, ci guard dentro, estrasse un pocket di Tex Willer.
Questo lo prendo io, fu il suo commento prima di tornarsene nel suo studio.
Proseguii nellaltro corridoio e stavo salendo le scale quando mi chiam.
Aveva scoperto tutto? Forse il fumetto puzzava di spazzatura?
Mi girai e discesi, con le gambe talmente molli che quasi non mi sorreggevano.
Era in piedi sulla soglia.
Non ti ho ancora dato la paghetta di questa settimana, disse. Yngve invece lha ricevuta. Ecco qua".
Mi mise una moneta da cinque corone in mano.
Oh, grazie! risposi.
Ma il B-Max  chiuso, prosegu. Devi andare fin gi alla Fina se vuoi comprarti dei dolciumi".
Per arrivare alla Fina cera un bel pezzo di strada. Prima cera quel lungo pendio, poi cera quella lunga pianura, poi cera quel lungo sentiero attraverso il bosco, gi fino alla discesa coperta di ghiaia che sboccava sulla via principale dove si trovava quella stazione di benzina tanto meravigliosa quanto maledetta. Il pendio e la pianura non erano un problema, l cerano un mucchio di case, automobili e persone su entrambi i lati. Il sentiero era peggio perch dopo soltanto pochi metri spariva tra gli alberi dove non si vedevano esseri umani n alcunch creato da loro. Solo foglie, cespugli, tronchi, fiori, qualche palude, qualche altura ricoperta di alberi abbattuti, qualche prato. Quando lo percorrevo, cantavo. Gikk en tur p stien, cantavo. Fly en liten blfugl, Bjrnen sover, Jeg gikk meg over sj og land. Quando intonavo quelle canzoni da bambini, era come se io non fossi solo, anche se lo ero. Era come se la canzone fosse un altro di noi. Quando non cantavo, parlavo con me stesso. Mi chiedo se abiti qualcuno sullaltro lato, dicevo. Se il bosco continua in eterno. No, perch abitiamo su unisola. Guarda, allora l c il mare. Magari in questo momento sta passando una delle navi traghetto che vanno in Danimarca? Voglio un Nox alla liquerizia e un Fox al caramello e limone. Fox e Nox. Nox e Fox. Fox e Nox. Nox e Fox.
A destra si apriva una specie di vestibolo sotto le chiome degli alberi. Erano latifoglie, alte, il cui fogliame formava un tetto cos fitto che la vegetazione sottostante era sparuta.
Subito dopo sboccai in una strada ghiaiosa, la seguii superando la vecchia casa bianca e il vecchio fienile rosso mentre sentivo il brusio delle automobili che percorrevano larteria principale sottostante e, una volta raggiunta, la stazione di servizio si stagliava in tutto il suo splendore a cinquanta metri di distanza.
Le quattro pompe di benzina tenevano la mano alla tempia nel loro consueto saluto. La grande insegna di plastica bianca su cui cera scritto FINA a caratteri blu, splendeva pallida in cima al palo. Un camion con il rimorchio era parcheggiato proprio l, lautista sedeva con il braccio che sporgeva dal finestrino aperto mentre parlava con uno che era in piedi sotto di lui. Davanti al chiosco cerano tre motorini. Unauto si ferm a una delle pompe, ne scese un uomo con la tasca posteriore dei pantaloni rigonfia per via del portafoglio, stacc uno degli erogatori e infil il becco. Mi fermai davanti a lui. Lerogatore si mise a ronzare, i numeri che io immaginavo fossero il volto presero a girare vorticosamente. Era come se facesse locchiolino a grandissima velocit. Luomo guard in unaltra direzione mentre succedeva il tutto e a mio parere mi sembr un gran gesto non seguire quello che stava avvenendo. Si trattava di una persona che sapeva il fatto suo, questo era certo.
Mi diressi verso il chiosco e aprii la porta. Il cuore mi batteva veloce, non si poteva mai sapere che cosa ti aspettava l dentro. Qualcuno voleva parlare? Uscirsene con una barzelletta o una battuta facendo ridere tutti i presenti?
Ecco qui il nostro piccolo Knausgrd, potevano dire per esempio. E dove  oggi tuo pap? A casa a correggere i temi?
Quelli che frequentavano il posto facevano le medie. Avevano giubbotti di jeans o addirittura di pelle, spesso con dei marchi cuciti sopra. Pontiac, per esempio, Ferrari o Mustang. Alcuni di loro avevano un foulard intorno al collo. Tutti avevano i capelli lunghi che pendevano sopra gli occhi. Quando se li volevano scostare, davano un colpo con la testa allindietro. Quando erano fuori sputavano in continuazione e bevevano Coca-Cola. Alcuni di loro versavano direttamente le noccioline nella bottiglia in modo da mangiare e bere in contemporanea. Quasi tutti fumavano anche se era proibito. I pi giovani avevano la bicicletta, i pi grandi il motorino e ogni tanto ricevevano la compagnia dei ragazzi pi vecchi che avevano la macchina.
Era l che cera il male. Motorini, capelli lunghi, fumo, marinare la scuola, gioco, tutto quello che avveniva alla stazione di benzina era malefico.
Le loro risate, che sempre si abbattevano su di me quando realizzavano che ero il piccolo Knausgrd, era la cosa peggiore che conoscevo. Non ero in grado di replicare, dovevo limitarmi a chinare la testa, a fiondarmi al bancone e a comprare quello per cui ero venuto.
Il piccolo Knausgrd ha paura! erano capaci di esclamare se erano di quellumore. Perch allo stesso modo in cui mi urlavano dietro, mi lasciavano anche in pace. Non si poteva mai sapere.
Questa volta mi lasciarono stare. Tre di loro erano in piedi davanti a una slot-machine, quattro erano seduti a un tavolino intenti a bere Coca-Cola e poi cerano le tre ragazze dai volti truccati che ridacchiavano sedute a un altro tavolo in fondo al locale.
Comprai Fox e Nox usando tutti i soldi che avevo, ne risult un bel numero, il commesso me li infil in un sacchetto di plastica trasparente e poi io mi affrettai a uscire.
Su per il pendio coperto di ghiaia, dove laria era pi fresca dal momento che il sole aveva smesso di splendere in quel punto, dentro il sentiero. Non  andata poi cos male, dissi mentre lasciavo vagare lo sguardo fra tutti quei tronchi dalbero che costeggiavano quella specie di atrio per vedere se qualcosa si muovesse al suo interno. Mangiare prima uno e poi laltro oppure mangiare prima tutti i Fox e poi tutti i Nox?
Di colpo si sent un fruscio provenire dai cespugli sul lato destro.
Mi fermai, guardai in quella direzione. Per sicurezza arretrai di qualche passo.
Di nuovo un fruscio.
Che cosa poteva essere?
C qualcuno?
Il silenzio era totale.
Mi chinai in avanti e presi un sasso. Lo scagliai con tutte le mie forze tra i cespugli e poi mi misi a correre il pi velocemente possibile. Quando mi fermai nuovamente, vidi che nessuno mi stava seguendo e scoppiai a ridere.
Ben ti sta! esclamai prima di riprendere la salita.
Per quanto riguardava i morti la cosa pi importante era non pensare a loro. Bisognava concentrare la mente su qualcosaltro. Perch se solo si cominciava a pensare ai morti, che loro erano qui, per esempio dietro labete laggi, allora era impossibile pensare a unaltra cosa e si finiva con lavere sempre pi paura. A quel punto non rimaneva altro da fare che mettersi a correre, con il cuore che batteva allimpazzata nel petto e con un urlo che sembrava come riecheggiare dentro di s.
Quindi anche se tutto era andato bene questa volta, mi sentii sollevato quando il sentiero si apr e davanti a me apparve la pianura con la zona residenziale.
Laria, che quando ero uscito era perfettamente tersa, adesso aveva qualcosa di grigiastro laddove avvolgeva i campi e penetrava tra gli interstizi e gli spazi presenti tra le abitazioni che si ergevano in fondo alla strada.
Corsi per un po.
Davanti a una delle case lungo la strada cerano due bambine. Mi guardarono mentre avanzavo tra lerba. Poi si misero a correre verso di me.
Che cosa volevano?
Le osservai mentre arrivavano, ma continuai a camminare.
Si fermarono proprio davanti a me.
Una era la sorella di Tom, uno dei ragazzi pi grandi della zona, aveva unautomobile tutta sua, rossa e lucente. Laltra non lavevo mai vista prima. Avevano almeno dieci anni.
Dove sei stato? mi chiese una di loro.
Alla Fina, risposi.
E cosa ci facevi l? domand laltra.
Niente, dissi prima di rimettermi in movimento.
Si piazzarono in modo da impedirmi di passare.
Spostatevi, esclamai. Devo andare a casa".
Che cosa hai nel sacchetto?
Niente".
Invece s. Fox e Nox, non siamo mica cieche".
S, e allora? Li ho comprati per mio fratello. Ha undici anni".
Daccelo".
No-o, risposi.
Una, la sorella di Tom, cerc di afferrare il sacchetto. Io lo feci oscillare di lato. Laltra tese le braccia e mi diede uno spintone.
Molla il sacchetto, disse.
No, replicai prima di stringerlo tra le braccia mentre cercavo di rialzarmi.
Mi diede un altro spintone. Caddi di nuovo rovinosamente e mi misi a piangere.
Sono miei! urlai. Non potete prenderli!
Ma non erano quelli di tuo fratello? comment una delle due, che riusc ad agguantare il sacchetto e a strapparmelo via dalle mani. Poi scapparono attraverso il prato scomparendo in fondo alla strada mentre ridevano.
Sono miei! gridai rivolto a loro. Sono miei!
Piansi per tutto il tempo mentre ritornavo a casa.
Mi avevano rubato i dolci. Comera possibile? Come potevano avvicinarsi a me e prenderli come se niente fosse? Erano miei! Pap mi aveva dato i soldi e io mi ero fatto tutta la strada fino alla stazione di servizio! E loro se li erano presi e basta! Mi avevano spinto! Come avevano potuto fare una cosa simile?
Mentre ero ormai in prossimit di casa, mi asciugai la faccia sulle maniche del maglioncino, battei le palpebre alcune volte e scossi leggermente la testa in modo che nessuno potesse vedere che avevo pianto.
Una volta, quando avevo cinque anni, la sorellina di Trond, Wenche, mi aveva buttato addosso una grossa pietra centrandomi nello stomaco. Io ero scoppiato in lacrime ed ero corso verso il recinto del nostro giardino perch pap stava lavorando l accanto. Ero sicuro che mi avrebbe aiutato, invece non fu cos, anzi mi disse che non solo Wenche era una femmina, ma che aveva anche un anno meno di me, non avevo nessun motivo per piagnucolare. Aggiunse che lo stavo mettendo in imbarazzo e che dovevo reagire e restituire pan per focaccia, di sicuro lo capivo da solo. Invece io non capivo, tutti sapevano che era sbagliato buttare sassi, no? Che vendicarsi era la cosa peggiore?
Non pap, no. Rimase in piedi dovera con il suo sguardo arcigno e le braccia incrociate mentre guardava in direzione dei bambini che stavano giocando e, dopo aver annuito con la testa, mi disse di tornare a giocare e di smetterla di infastidirlo.
E quelle che adesso mi avevano rubato i dolci erano femmine. Non potevo aspettarmi nessun aiuto n comprensione da parte di pap.
Mi fermai nellingresso, rimasi in ascolto, mi tolsi le scarpe, le appoggiai accanto alla parete, salii piano le scale ed entrai nella camera di Yngve, mentre in quello stesso istante mi colp nuovamente il pensiero di tutti i Fox e di tutti i Nox che non cerano pi e le lacrime ripresero a rigarmi le guance.
Sdraiato sul letto a pancia in gi, Yngve stava leggendo un Buster con i piedi e i polpacci sollevati. Tra s e il giornalino aveva svuotato un sacchetto di dolciumi.
Perch stai piangendo? disse.
Gli raccontai che cosa era successo.
Ma non potevi semplicemente correre via?
No, mi avevano sbarrato la strada".
Ti hanno spinto. Non potevi farlo anche tu?
No, erano molto pi grandi e molto pi forti di me, dissi singhiozzando.
Non c bisogno di frignare in questo modo per una cosa cos, comment Yngve. Ti sentiresti meglio se te ne dessi un po dei miei?
S-, singhiozzai.
Ma non tanti per. Un pochino. Questo e quello e quello e quello, per esempio. E magari questo qua. Meglio adesso?
S, risposi. Posso anche rimanere qui seduto?
Fino a quando hai finito di mangiare i dolciumi. Poi te ne devi andare".
Okay".
Quando ebbi finito di mangiare i dolci e dopo essermi lavato la faccia nellacqua fredda, ebbi la sensazione di ricominciare da zero. La mamma era in cucina, la sentivo, stava preparando da mangiare, la ventola era accesa. Per tutto il tempo che ero rimasto di sopra di pap nemmeno lombra, quindi doveva essere sicuramente gi nel suo studio.
Entrai in cucina e andai a sedermi sulla sedia.
Sei riuscito a comprarti i dolci del sabato? chiese la mamma. In piedi davanti alla cucina stava girando qualcosa nella padella, doveva trattarsi di carne macinata. Sfrigolava e sobbolliva. Sullaltro fornello cera una casseruola che sibilava quasi in modo impercettibile per via del ronzio che proveniva dalla ventola.
S".
Sei andato fino alla stazione di servizio della Fina?
Lei diceva sempre la stazione di servizio della Fina, mai soltanto Fina, come facevamo noi.
S, risposi. Che cosa c da mangiare?
Un piatto a base di carne macinata e riso, pensavo".
Con dentro lananas?
Sorrise.
No, niente ananas. Si tratta di un piatto messicano".
Ah".
Ci fu una pausa. La mamma apr una busta e ne vers il contenuto sulla carne macinata, poi misur la quantit dacqua necessaria in un misurino per liquidi e aggiunse anche questa. Quasi non aveva ancora finito di farlo che lacqua si mise a bollire nella casseruola e lei vers il riso. Poi and a sedersi sulla sedia che si trovava dallaltra parte del tavolo e dopo aver premuto le mani sulla schiena, si stir.
Che cosa fai in realt a Kokkeplassen? le domandai.
Ma lo sai, no? Ci sei stato un mucchio di volte".
Ti prendi cura di quelli che abitano l".
S, possiamo dire cos".
Ma perch stanno l? Perch non abitano da soli a casa loro?
Medit a lungo. S, ci riflett cos a lungo che io avevo gi cominciato a pensare ad altro quando rispose.
Molte delle persone che abitano l soffrono dansia. Sai cos?
Scossi la testa.
 quando hai paura di qualcosa e non sai di che cosa hai paura".
Hanno paura tutto il tempo?
Annu.
S. E allora io parlo con loro. Faccio cose diverse con loro in modo che non abbiano pi cos tanta paura".
Ma dissi. Non hanno paura di qualcosa in particolare? Hanno paura e basta?
S,  proprio cos. Hanno paura e basta. Ma poi passa e cos possono tornare a casa".
Ci fu una pausa.
Perch me lo hai chiesto?  qualcosa a cui stavi pensando?
No. Era la Maestra. Dovevamo raccontare quello che facevano i nostri genitori. Cos quando ho detto che tu lavoravi a Kokkeplassen, lei si chiedeva di che cosa ti occupassi. E io non lo sapevo cos bene. Ma sai che cosa ha detto Geir? Che sua madre insegnava a quelli dove lei lavorava ad allacciarsi le scarpe!
Ha detto bene. Le persone con cui lavora lei non hanno paura. Ma hanno problemi a fare cose che noi diamo per scontate. Come far da mangiare e lavare. E vestirsi. Cos Martha mi aiuta in questo genere di cose".
Si alz per andare a mescolare.
Sono mongoli, vero? dissi.
Si dice persone affette dalla sindrome di Down, disse guardandomi. Mongoli o mongoloidi sono una brutta parola".
Davvero?
S".
Al piano di sotto si sent una porta aprirsi.
Vado un attimo da Yngve, dissi alzandomi.
Mi dileguai il pi velocemente possibile senza mettermi a correre. Cominciai a muovermi non appena sentii il rumore della prima porta e cos riuscii a raggiungere la camera di Yngve prima che pap fosse arrivato in cima alle scale e avesse potuto vedermi. Se mi fossi messo in azione quando fosse giunto il suono della seconda porta, mi avrebbe beccato.
Invece adesso percepii leco del primo passo sui gradini proprio nellistante in cui richiusi la porta dietro di me.
Yngve era ancora sdraiato sul letto intento a leggere. Adesso era passato a una rivista sul calcio, Fotballrevyen.
Tra poco si mangia? domand.
Credo di s, risposi. Mi presti un giornalino?
Fai pure, ma trattalo bene".
Pap pass in quel momento davanti alla porta. Mi chinai davanti alla pila di fumetti che Yngve teneva sulla mensola. Faceva la raccolta, i numeri dellUomo mascherato li conservava in appositi raccoglitori, per esempio, mentre i miei giornalini erano sparsi ovunque per terra. Era anche membro del Club dellUomo mascherato.
Posso prendere tutto il raccoglitore? domandai.
Non se ne parla proprio".
Lalbum?
Prendilo pure, disse. Ma riportamelo subito quando hai finito!
Il sabato mangiavamo a pranzo il grt, riso e latte condito con zucchero, burro e cannella, mentre alla sera per cena cerano spesso piatti unici cotti nella casseruola che consumavamo sempre in sala da pranzo, e non in cucina come facevamo sempre. A ogni posto cera un tovagliolo. La mamma e il pap bevevano birra o vino e a noi era concessa una bibita. Dopo aver mangiato, guardavamo la televisione. Di solito trasmettevano qualche spettacolo modello Broadway da uno studio di Oslo, dove donne con le calze a rete, giacca, bastone e cappello, e uomini in smoking con la sciarpa bianca, il cappello e bastone scendevano da una scala bianca mentre cantavano una qualche canzone. Slvi Wang, che alla mamma piaceva tanto, era solita partecipare a questi show. Leif Juster, Arve Opsahl e Dag Frland erano i nomi di alcuni degli uomini che si vedevano di frequente alla televisione il sabato sera. Wenche Myhre era solita recitare uno sketch dove interpretava la parte di una bambina che andava allasilo, se invece non cera Grand Prix, il nome norvegese dellEurovision Song Contest, che, a eccezione della finale della Coppa dInghilterra, di quella della Coppa Uefa e del torneo di Wimbledon, in televisione era il programma clou dellanno.
Quella sera un uomo vestito di stracci era seduto su un tetto e cantava con una voce incredibilmente profonda. Oul man riv, cantava. Canticchiai quella canzone per tutta la sera. Oul man riv, cantavo mentre mi lavavo i denti. Oul man riv, cantavo mentre mi spogliavo. Oul man riv, cantavo mentre sdraiato a letto dovevo dormire.
Mamma e pap avevano chiuso la porta a soffietto e seduti in soggiorno parlavano, fumavano, ascoltavano la musica e stavano finendo di bere la bottiglia di vino che avevano aperto durante la cena. Tra le canzoni riuscii a sentire a malapena la voce borbottante di pap e sapevo che la mamma diceva qualcosa durante le pause senza che io fossi in grado di sentire la sua voce.
Mi addormentai. Quando mi svegliai, erano ancora l. Avevano intenzione di parlare per tutta la notte? pensai prima di addormentarmi nuovamente.
Le giornate calde e chiare di settembre rappresentavano lultimo sforzo dellestate prima che essa cedesse allimprovviso e al suo posto subentrasse la pioggia. Magliette con le maniche corte e pantaloncini venivano sostituiti con maglioni e pantaloni lunghi, la mattina ritornavano le giacche e quando la pioggia torrenziale dautunno si scatenava per davvero, stivali, giacche e pantaloni impermeabili. I ruscelli si gonfiavano, le strade coperte di ghiaia si riempivano di pozzanghere, lungo i bordi dei marciapiedi scorreva a fiotti lacqua che portava via con s sabbia, pietruzze e aghi di pino. Finita la vita in spiaggia e i bagni in mare, la gente non arrivava pi con le proprie barche per una gita da un giorno nei fine settimana, tutto il traffico in arrivo e in partenza dai pontoni adesso riguardava il pesce. Anche pap aveva tirato fuori la sua attrezzatura da pesca, la canna, il mulinello, le esche artificiali e luncino per afferrare i pesci, e dopo aver indossato la giacca e i pantaloni impermeabili di color verde scuro si recava in auto sulla parte esterna dellisola dove rimaneva da solo per alcune ore a pescare ogni tanto nei fine settimana, sperando di veder abboccare merluzzi di dimensioni enormi che si trovavano in quelle acque durante il semestre invernale. Che il corso di nuoto iniziasse proprio in quel periodo era soltanto una coincidenza perfetta perch non cera niente di pi innaturale del pensiero di nuotare in una piscina al coperto quando allesterno il sole bruciava. Le lezioni si sarebbero tenute ogni marted sera per tutto lautunno e si era iscritta lintera classe. Dal momento che la mamma andava a lavorare prima che io mi alzassi la mattina, la sera precedente le ricordai di comprarmi una cuffia al suo rientro. Avremmo dovuto farlo gi da molto tempo, ma per qualche motivo non era successo. Quando sentii la sua automobile risalire il pendio, corsi gi nellingresso ad aspettare. Entr con indosso il cappotto, con la borsa a tracolla, facendomi un sorriso stanco quando mi vide. Non scorsi nessun sacchetto di qualche negozio di articoli sportivi. Forse era nella borsa? In fondo una cuffia non era grande.
Ce lhai la cuffia? chiesi.
Oh no, sai che rispose.
Te la sei dimenticata? Non te la sei dimenticata, vero? Il corso inizia oggi!
S, lho dimenticata. Mentre tornavo a casa ero assorta nei miei pensieri. Per A che ora comincia?
Alle sei".
Guard lorologio.
Ora sono le tre e mezza. I negozi chiudono alle quattro. Ce la faccio se parto adesso. Posso fare cos. Di a pap che sono di ritorno tra unora, okay?
Annuii.
Allora muoviti! esclamai.
Pap era in cucina e stava cuocendo le braciole di maiale. Una nuvola di fumi di cottura aleggiava nellaria sopra i fornelli. Il coperchio della pentola in cui stavano bollendo le patate tintinnava inclinandosi leggermente sotto la pressione del vapore. Aveva la radio accesa ed era girato di spalle, la spatola in una mano, laltra appoggiata sul bordo del ripiano.
Pap? dissi.
Si volt di colpo.
Cosa? rispose. E poi quando mi vide: Che cosa vuoi?.
La mamma torna a casa tra unora. Mi ha detto di dirtelo".
 stata qui ed  ripartita?
Annuii.
Perch? Che cosa doveva fare?
Comprare la cuffia, stasera inizia il mio corso di nuoto".
Lirritazione che trapelava dai suoi occhi quando mi guard era palese. Ma la situazione non era ancora chiarita, non potevo semplicemente girarmi e andare.
Con un segno della testa mi indic la mia camera e io mi ci diressi felice di essermela cavata cos facilmente.
Dieci minuti dopo ci chiam in cucina per mangiare. Scivolammo in corridoio uscendo ognuno dalle proprie stanze e, dopo aver raggiunto il nostro posto e avere spostato con cautela la sedia, ci accomodammo, aspettammo che pap avesse disposto le patate, una braciola, un mucchietto di cipolla fritta e qualche carota bollita su ogni piatto prima che noi cominciassimo a mangiare, con la schiena dritta e per il resto immobili, a parte gli avambracci, la bocca e la testa. Nessuno disse niente durante il pasto. Quando i nostri piatti furono vuoti, a eccezione dellosso rosicchiato per bene e la buccia delle patate, ringraziammo pap per il cibo e tornammo nelle nostre camere. Pap prepar il caff in cucina, lo intuii dal sibilo crescente. Appena quel rumore cess, scese nel suo studio, quasi sicuramente con una tazza di caff in mano. Io ero sdraiato, a leggere mentre per tutto il tempo la mia attenzione era concentrata sui suoni che provenivano dallesterno della casa, il rombo dei motori delle automobili che passavano lungo la strada, e quello della mamma lo captai subito non appena svolt in fondo alla via, il rumore del Maggiolino era inconfondibile e se anche mi fossi sbagliato, ebbi la conferma che la mia supposizione era corretta quando alcuni secondi dopo imbocc lanello che circondava il quartiere. Mi alzai e uscii nel pianerottolo sopra la scala. Dal momento che pap era nel suo studio, era il posto migliore dove aspettare.
La porta si apr, sentii che si toglieva gli stivaletti, poi il cappotto che appese allattaccapanni nellangolo, i passi sul tappeto che si trovava nel corridoio sottostante, prima che cominciassero a salire la scala e in un certo senso si fusero con la sua apparizione.
Sei riuscita a comprarla?
S, ce lho fatta".
Posso vederla?
Mi porse il sacchetto bianco del negozio dellIntersport che teneva in mano. Laprii e tirai fuori la cuffia.
Ma mamma, ci sono i fiori! esclamai. Io non posso avere i fiori! Non  possibile! Questa  una cuffia da donna! Mi hai comprato una cuffia da donna!
Non  carina? disse.
Rimasi immobile con lo sguardo abbassato sulla cuffia e le lacrime agli occhi. Era bianca e i fiori con cui era decorata non erano semplicemente stampati, ma erano vere e proprie imitazioni di plastica, piccole e bene in evidenza.
Devi andare subito a cambiarla, sentenziai.
Ma tesoro, i negozi sono chiusi. Non  possibile".
Mi appoggi la mano sulla testa mentre mi guardava.
 cos brutta? domand.
Non posso andare al corso di nuoto con una cosa cos. Non ci vado. Sto a casa".
Ma Karl Ove".
Adesso le lacrime mi rigavano le guance.
Non vedevi lora che iniziasse il corso di nuoto, continu. Che importa se ci sono i fiori sulla cuffia? Ci puoi andare per questa volta, no? E per la prossima lezione ne compriamo una nuova. Questa posso prenderla io. A me ne serve una. Secondo me i fiori sono belli".
Tu non capisci, risposi. Non  possibile. Questa  una cuffia da donna! urlai quasi.
Adesso mi sembri alquanto irragionevole, comment la mamma.
In quel momento si apr di colpo la porta dello studio di pap. Era capace di fiutare qualcosa che non andava a chilometri di distanza. Mi asciugai gli occhi con la velocit di un fulmine e rimisi la cuffia nel sacchetto. Ma era troppo tardi: era gi sul pianerottolo delle scale.
Che c? disse.
A Karl Ove non piace la cuffia che gli ho comperato, spieg la mamma. E adesso non vuole pi andare al corso di nuoto".
Che stupidaggini! sbott pap. Sal la scala e mi sollev il mento con la mano.
Tu vai al corso di nuoto con la cuffia che tua madre ti ha comprato. Chiaro?
S, risposi.
E non piangere per cos poco.  patetico".
S, risposi mentre mi asciugavo nuovamente gli occhi con la mano.
Vai in camera tua e rimani l fino a quando dovete andare. Forza".
Feci come aveva detto.
E tu che sei ritornata in citt per comprargliela, sentii che le diceva mentre si dirigevano in cucina.
Ma  da tanto che non vedeva lora che cominciasse il corso, rispose la mamma. Era il minimo che potessi fare. Glielo avevo promesso. E poi me ne sono dimenticata".
Unora dopo la mamma venne a prendermi in camera. Scendemmo gi nellingresso, avevo deciso di non parlare con lei e non dissi una parola, mi limitai a infilarmi gli stivali e la giacca impermeabile. In mano tenevo il sacchetto con il costume, lasciugamano e la cuffia. Quando aprii la porta, fuori cerano ad aspettare Geir e Leif Tore, ognuno con il rispettivo sacchetto in mano. Stava cominciando a imbrunire e laria era carica di acquerugiola. I loro capelli erano umidi, le giacche scintillavano alla luce della lampada affissa sopra la porta.
Salutarono la mamma, la mamma ricambi il saluto prima di avviarsi con passo veloce sulla ghiaia con noi alle calcagna. Apr la portiera e spinse il sedile in avanti, ci infilammo in auto e ci sedemmo dietro.
Infil la chiave e accese il motore.
C qualcosa che non va con la marmitta? domand Leif Tore.
S,  una vecchia automobile, rispose la mamma, che, innestata la retro, risal il pendio in retromarcia. I tergicristalli si muovevano lentamente avanti e indietro sul parabrezza. I fari illuminarono gli abeti neri sullaltro lato della strada, che sembr fare un passo verso di noi.
Geir  capace a nuotare, dissi. Poi mi venne in mente che non dovevo aprire bocca.
Bene! comment la mamma. Dopo aver abbassato la levetta della freccia, lanci una rapida occhiata a destra attraverso il finestrino prima di immettersi sulla strada e affrontare la salita fino allincrocio successivo dove tutto si ripet, ma al contrario: adesso la levetta fu sollevata e sbirci dal finestrino sinistro.
E tu, Leif Tore, sai gi nuotare? gli domand.
Il rombo del motore rimbalzava sulla parete rocciosa che era stata fatta saltare e che si trovava sullaltro lato della strada nellistante in cui arrancavamo in salita diretti verso il ponte. Le luci rosse in cima al pilone brillavano al buio. Uno che non lo sapeva avrebbe creduto che si stessero librando in aria, pensai.
Leif Tore scosse la testa.
Forse un pochino, disse.
Le tenebre cariche di pioggia avevano cominciato a fondere lo stretto e le alture, notai quando attraversammo il ponte. Era ancora possibile distinguerli perch loscurit della terra aveva unulteriore sfumatura di scuro che appariva pi compatta di quella dellacqua immobile, come se esistesse in essa una specie di splendore. In lontananza le luci che si estendevano su entrambe le sponde sembravano pendere a mezzaria, quasi come stelle di un firmamento, mentre quelle pi vicine, di cui era possibile intravedere i dintorni illuminati, erano fissate al paesaggio in modo completamente diverso. Qua e l brillavano luci verdi e rosse provenienti da lanterne o da piccoli fari. Proseguimmo attraverso lincrocio subito dopo il ponte, da un lato cerano case e giardini, dallaltro capannoni industriali, gialli e vuoti alla luce dei fari, il telo gocciolante delle tenebre che pendeva sopra di loro. I tergicristalli si muovevano freneticamente sul parabrezza, adesso stava piovendo con pi intensit. Leif Tore disse che Rolf era andato in quella stessa scuola di nuoto. Linsegnante era una donna sulla quarantina, che a detta di Rolf era molto severa. Ma Rolf diceva cos tante cose. Se aveva la possibilit di fare fesso Leif Tore o qualcuno di noialtri, la sfruttava subito. Io dissi che non avevo ancora gli occhialini, ma che ero capace di vedere sottacqua, e quindi non era un problema. Geir mi mostr i suoi. Erano un paio della Speedo, con il vetro blu e lelastico bianco.
E la cuffia? domand Leif Tore.
Di pap.  un po troppo grande! esclam Geir mettendosi a ridere.
Tuo padre ha la cuffia? Il mio no di sicuro. E il tuo? mi chiese Leif Tore guardandomi.
Non credo. Che ore sono, mamma, arriviamo in tempo?
La mamma alz il braccio sinistro e guard lorologio.
Sono le cinque e trentacinque. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo".
Perch sono soltanto le donne e bambini ad avere la cuffia? continu Leif Tore.
Ma non  vero, intervenni. Anche i nuotatori che fanno le gare ce lhanno".
La prossima volta che avremo un po di soldi, me ne regaleranno una cos, bianca con la bandiera norvegese, disse Geir. Pap me lo ha promesso oggi. E poi ha aggiunto anche che potr iniziare in una societ di nuoto non appena avr imparato a nuotare come si deve. In citt".
Ma non dovevamo cominciare insieme in una squadra di calcio? commentai.
S-. Si possono fare tutte due le cose, rispose Geir.
Dopo aver messo la freccia, la mamma lasci la strada principale per imboccarne una ghiaiosa che portava a una scuola immersa nel buio, dove parcheggi davanti alla facciata.
Credo che sia laggi, spieg indicando una costruzione bassa.
 quella, disse Leif Tore. Quelli l sono Trond e Geir Hkon".
Allora vengo a prendervi tra poco pi di unora, afferm la mamma. In bocca al lupo!
Ci precipitammo fuori dallauto con i nostri sacchetti e ci mettemmo a correre verso lentrata mentre il Maggiolino verde della mamma svoltava e riprendeva la stessa strada da cui eravamo venuti.
Lo spogliatoio era freddo, il pavimento verdognolo, le pareti bianche, la luce del soffitto forte. Lungo tre delle pareti era disposta una serie di panche di legno gialline, con sopra un certo numero di appendiabiti. Erano gi arrivati cinque dei maschi, che parlavano e ridevano mentre si spogliavano. Ci salutarono.
Lacqua della piscina  fredda! afferm Sverre.
Gelata, aggiunse Geir B.
Siete gi andati dentro a sentire? chiese Lei Tore.
Certo, rispose Sverre.
Mi sedetti su una panca e mi sfilai il maglione dalla testa. Mi alzai e mi tolsi i pantaloni. Un debole odore di cloro mi riemp di gioia. Io amavo il cloro, io amavo la piscina, io amavo fare il bagno. Geir B., Sverre e Dag Magne andarono nudi nella doccia. Trond e Geir Hkon li seguirono. Ci era stato detto a chiare lettere che dovevamo fare la doccia prima di entrare nella vasca. Vidi come tutti si piazzarono a una certa distanza dalla doccia, tendevano un braccio e laprivano con la stessa cautela che avrebbero avuto nelle vicinanze di un animale lunatico e imprevedibile, mentre con laltro saggiavano lacqua che scendeva. Quando fu abbastanza calda, si infilarono sotto il getto, tutti con la schiena rivolta verso la parete. I capelli si incollarono loro sulla fronte. Io mi tolsi le mutande, appoggiai i vestiti in un mucchio sulla panca, e rimasi per un po in piedi ad aspettare che Geir e Leif Tore fossero pronti. La porta si apr, entrarono altri quattro ragazzi, tra cui John. Cera qualcosa nellessere nudi, quando gli altri appena arrivati erano avvolti nei vestiti, che non mi piaceva, cos presi il portasapone e lasciugamano dal sacchetto ed entrai nella doccia, quella pi interna, che era una delle tre libere. Fortunatamente Geir e Leif Tore mi seguirono.
Oh, che bello starsene sotto la doccia calda nella stanza che lentamente si stava riempiendo di vapore! Sarei potuto rimanere l in eterno. Ma cera qualcosa che non andava con la mia pelle, che diventava rossa quando facevo la doccia, soprattutto il sedere, dopo dieci minuti di acqua molto calda sembrava il posteriore di una di quelle specie di scimmie che hanno il sedere rosso. Era impossibile non notarlo o non fare commenti, cos gi dopo un paio di minuti, controllato rapidamente il colore sul retro, chiuso il rubinetto, mi asciugai e tornai nello spogliatoio per infilarmi il costume. Non soltanto diventava rosso quando facevo la doccia, ma era anche un po sporgente. Pap era solito dire che avevo un sederino fru- fru. Era vero ed era importante che nessuno lo notasse e facesse commenti. Quel genere di cose si diffondevano in un baleno.
Rimasi seduto sulla panca per un po chino in avanti con le mani sulle ginocchia a guardare gli altri, quando uno alla volta tornavano dalla doccia, tutti con le teste grandi, i capelli chiari, adesso resi pi scuri dallacqua, la carnagione pallida dove soltanto qualche settimana prima il segno visibile del costume e delle magliette stava per sparire, e i corpi gracili, perch nessuno nella classe era grasso, neanche Vemund, lui era semplicemente un po pi flaccido e aveva le guance paffute, anche se si diceva che fosse grasso, il pi grasso della classe. Qualcuno doveva pur esserlo. Mi venne la pelle doca sulle braccia in quellaria fredda, le strofinai alcune volte con le mani. Mi sforzai di ritrovare quella sensazione con cui lodore di cloro mi aveva riempito, ma adesso sembrava che non riuscissi pi a rievocarla, come se si fosse esaurita oppure fosse stata inglobata da tutto quello che stava succedendo.
Attraverso la porta socchiusa vidi che le luci della piscina erano state accese.
Si comincia! grid qualcuno.
I pochi che si erano attardati nella doccia si sbrigarono a uscire. Il resto si infil il costume, gli occhialini, la cuffia.
Si sent riecheggiare il suono di un fischietto. Estrassi la cuffia dal sacchetto, la appallottolai nella mano ed entrai nella piscina, dopo Geir e prima di John. Dal lato opposto le femmine uscirono dal loro spogliatoio in contemporanea. Listruttrice di nuoto si trovava sul bordo della vasca e ci fece segno di avvicinarci. Il fischietto le pendeva in un cordino che aveva intorno al collo. In mano teneva un foglio infilato in una busta trasparente di plastica.
Soffi nuovamente nel fischietto. Gli ultimi bambini giunsero correndo e ridendo fuori dallo spogliatoio.
Non correte! url. Qui dentro non dovete correre mai.  scivoloso e il pavimento  duro".
Si infil gli occhiali.
Benvenuti al corso di nuoto! esord. Ci vedremo qui sei volte durante lautunno e il nostro obiettivo  che tutti quanti imparino a nuotare. Dal momento che oggi  la prima volta, cominceremo con calma. Come prima cosa giocheremo nellacqua e poi ci alleneremo a muovere le gambe e le braccia su quei tappetini che vedete laggi".
A terra? comment Sverre. Impareremo a nuotare stando a terra?
S, precisamente. E poi ci sono alcune regole molto semplici da seguire. Fatevi sempre la doccia prima di entrare in piscina. C qualcuno di voi che non lha fatta?
Nessuno disse niente.
Bene! Poi tutti devono avere la cuffia. A nessuno  permesso correre anche quando abbiamo finito.  vietato immergere qualcuno o costringerlo a stare sottacqua. Sempre!  vietato saltare nella vasca, dobbiamo sempre usare una delle due scalette che vedete.
Possiamo tuffarci? domand John.
Sei capace? gli chiese.
S, un pochino".
No, non  permesso tuffarsi, rispose. Neanche un pochino. Non si salta, non ci si tuffa, non si corre, per concludere. E ogni volta che soffio in questo fischietto, dovete venire da me. Sono stata chiara?
S".
Allora cominciamo con lappello. Rispondete presente quando dico il vostro nome".
Anne Lisbet era sempre la prima a essere chiamata. Se ne stava in fondo in un costume rosso e sorrideva, s, quasi scoppi a ridere quando rispose. Mi sentii pervadere da una certa eccitazione. Al contempo soffrivo al pensiero che il mio nome sarebbe stato pronunciato ad alta voce, odiavo il modo in cui ogni nome veniva tagliato come una fetta di pane per poi essere accantonato, fino a quando arriv il mio turno. Di solito non vedevo lora che succedesse, quando eravamo seduti in classe e lattenzione di tutti per un istante era concentrata su di me, come rispondevo in modo chiaro e squillante in quei momenti Ma qui era diverso.
John! disse.
Qui, presente! rispose lui agitando la mano aperta.
Linsegnante gli lanci unocchiata di sbieco prima di abbassare nuovamente lo sguardo sul foglio.
Karl Ove! chiam.
Presente! dissi.
Mi guard.
Dove ce lhai la cuffia? Non lhai portata?
Eccola, risposi alzando a malapena la mano con la cuffia in modo che potesse vedere.
E allora mettitela, ragazzo!
Preferirei aspettare fino a quando non entriamo in acqua, dissi.
Niente preferirei qui. Infilatela!
Dopo averla distesa, separai i bordi luno dallaltro con le mani e me la misi in testa con un certo numero di sforzi e contorcimenti. La cosa non pass inosservata.
Guardate Karl Ove! esclam qualcuno.
Ha una cuffia da donna!
Una cuffia con i fiori sopra! Ma  per le vecchie!
Adesso basta cos! intervenne listruttrice. Qui tutte le cuffie vanno bene, Marianne!
S, disse Marianne.
Ma la cosa non fin l. Ero circondato da sorrisetti, gomitate e occhiatine. Avevo limpressione che la cuffia mi bruciasse sulla testa.
Finito lappello, tutti si diressero a gran velocit verso le due scalette presenti agli angoli della piscina. Lacqua era fredda, bisognava fare in modo di immergersi rapidamente con il corpo intero, cos mi accovacciai prima di lanciarmi in avanti ed eseguire tutte le bracciate di cui ero capace sottacqua. L s che ero bravo a nuotare, il problema era in superficie. Ma che sensazione magnifica avere il fondo della piscina a pochi centimetri di distanza dal corpo e tutta lacqua sopra! Quando riemersi, mi tirai su in piedi e con lo sguardo mi misi a cercare Geir.
Ti sei fatto prestare la cuffia da tua madre? cominci Sverre.
No, che ne dici? risposi.
Geir e Leif Tore avevano preso ognuno la propria tavoletta e dopo essersi dati la spinta e tenendola stretta tra le mani cominciarono a battere i piedi con tutta la forza che avevano. Mi diressi verso di loro.
Ci spostiamo un po pi in l per fare le immersioni? proposi.
Annuirono e ci muovemmo con quei passi lenti e pesanti di quando si cammina dentro lacqua fino a quando ci arriv alle ascelle.
 vero che sei capace di tenere gli occhi aperti sottacqua? chiese Leif Tore.
S, affermai. Basta tenerli spalancati".
Ma bruciano! comment.
I miei no, dissi, felice che mi avesse offerto quella possibilit di mettermi in mostra. Per un po cercammo di immergerci a mo di sommozzatori, cio facendo il morto per poi rovesciare la parte inferiore del corpo verso il basso e tendere le gambe sollevando i piedi in verticale. Nessuno di noi ci riusc, ma Geir ci and molto vicino. Era bravo in tutto quello che avveniva in acqua.
Quando riecheggi il suono del fischietto e ci raggruppammo davanti ai tappetini per esercitarci con le bracciate, mi ero quasi dimenticato della cuffia. Fino a quando mi si avvicin Marianne.
Perch hai una cuffia da donna? disse. Ti piacevano i fiori?
Basta con questa storia della cuffia, intervenne listruttrice che si era piazzata proprio dietro di noi. Okay?
S, rispose Marianne.
Rimanemmo per un po sdraiati sui tappetini a pancia in gi agitando gambe e braccia alla stregua di grosse e pallide rane. Listruttrice girava tra di noi correggendo i movimenti. Poi ritornammo in vasca armati di tavoletta per allenarci alla battuta delle gambe. Quando ci fummo esercitati per un po, la lezione era di colpo finita. Dopo che ci fummo riuniti brevemente lungo il bordo della piscina, listruttrice ci fece i complimenti prima di spiegare che cosa avremmo fatto la volta successiva e ricordando che era importante farci la doccia, poi entrammo nello spogliatoio. Andai a sedermi sulla panca e stavo per riporre la cuffia nel sacchetto quando Sverre fece un balzo in avanti e me la strapp di mano.
Fammela un po vedere! esclam.
No, risposi. Ridammela".
Tesi la mano verso di lui, che arretr di un passo. Poi, dopo essersela infilata, cominci a camminare sculettando.
Oh, che bei fiorellini ha la mia cuffia, disse parlando in falsetto.
Dammela, ripetei alzandomi in piedi.
Fece ancora qualche passo sempre dimenandosi.
Karl Ove ha la cuffia da donna. Karl Ove ha la cuffia da donna, insistette. Quando puntai di corsa verso di lui, se la tolse e, tenendola davanti a me, arretr di qualche passo.
Dammela, continuai.  mia!
Mi allungai nuovamente per afferrarla. Sverre la lanci a John.
Karl Ove ha la cuffia da donna, canterellava. Mi girai verso di lui tentando di prenderla. Mi afferr il braccio e me lo strinse mentre la faceva oscillare proprio davanti alla mia faccia.
Mi misi a piangere.
La voglio! gridai. Dammela!
Avevo gli occhi quasi accecati dalle lacrime.
John la ributt a Sverre.
La tenne sollevata mentre la guardava.
Ma guarda che bei fiorellini! comment. Oh, sono davvero deliziosi!
E dagliela, disse qualcuno. Sta piangendo".
Oh povero amoruccio mio, rivuoi la tua bella cuffiettina? cinguett prima di lanciarla nel punto in cui avevo le mie cose. Tornato al mio posto, misi la cuffia nel sacchetto, afferrai lasciugamano e andai nella doccia, rimasi sotto il getto dellacqua calda per un attimo, mi asciugai, mi vestii e fui il primo a lasciare lo spogliatoio, dopo essermi infilato gli stivali che si trovavano in mezzo a tutti gli altri allingresso, aprii la porta a vetri e uscii sullo spiazzo asfaltato, le cui pozzanghere grandi e profonde, visibili soltanto perch risultavano leggermente pi lucide del cemento circostante, venivano continuamente penetrate dalle gocce di pioggia. Non cera anima viva. Mi incamminai verso la scuola dalledificio quasi identico al nostro e notai che il Maggiolino verde era parcheggiato esattamente nello stesso punto in cui la mamma ci aveva lasciato poco pi di unora prima.
Aperta la portiera, andai a sedermi dietro.
Ciao, esord la mamma girandosi verso di me. Il suo volto era fiocamente illuminato dal riflesso di una lampada che pendeva allestremit della scuola, simile a un avvoltoio.
Ciao".
 andata bene?
S".
E dove sono Geir e Leif Tore?
Arrivano subito".
Adesso sei capace di nuotare?
Quasi. Ma abbiamo nuotato soprattutto per terra".
Per terra?
S, su alcuni materassini. Per imparare a eseguire bene i movimenti".
Ah, in quel senso, afferm la mamma, girandosi di nuovo. Il fumo della sigaretta che teneva in mano aleggiava pesante e grigiastro sotto il parabrezza obliquo. Fece un altro tiro, poi estrasse il piccolo posacenere di metallo e vi spense il mozzicone. Dalla porta della piscina stava uscendo un nugolo di bambini. I fari di unautomobile scandagliarono con la loro luce lasfalto, poi ne apparvero altri due. Entrambe le vetture si diressero fin quasi allingresso.
Forse  meglio che gli dica che siamo qua, commentai prima di aprire la portiera.
Geir e Leif Tore! gridai. Lauto  quaggi!
Guardarono entrambi verso di me, ma non si mossero, continuarono a rimanere insieme al gruppetto che si era radunato davanti alla porta principale.
Geir e Leif Tore! urlai. Venite?
E cos fecero. Prima dissero qualcosa agli altri, poi attraversarono lo spiazzo trotterellando uno accanto allaltro. I sacchetti di plastica bianchi che ciondolavano tra le loro mani erano lunica cosa che rifletteva luce dalle loro figure e assomigliavano a delle teste.
Buonasera, signora Knausgrd, salutarono accomodandosi sui sedili posteriori.
Ciao, rispose la mamma.  stato bello?
S-, dissero. Mi guardarono.
S,  stato piuttosto divertente, intervenni io. Ma linsegnante di nuoto era rigido".
Era severo? domand la mamma accendendo la macchina.
Era una lei, precisai.
Oh, disse la mamma.
Quando quattro giorni dopo stavo risalendo il bosco insieme a Geir, Leif Tore e Trond, dopo quella breve e infelice caccia al tesoro in cui avremmo dovuto trovare il pentolone nascosto allestremit dellarcobaleno, fui sopraffatto dal fantastico pensiero di poter sguazzare tra quegli alberi e questo mi indusse a riflettere sul fatto che forse non sarei mai riuscito a imparare a nuotare. In fondo il nonno non ne era capace, anche se un tempo aveva fatto addirittura il pescatore. La nonna non lo sapevo, ma non riuscivo a immaginarmela mentre faceva il bagno.
Dietro i pini che oscillavano al vento le nubi solcavano veloci il cielo.
Che ore potevano essere?
Hai lorologio, Geir? gli chiesi.
Scosse la testa.
Ce lho io, rispose Trond che si mise ad agitare il braccio verso lalto in modo che la manica scivolasse verso il gomito mettendo in mostra lorologio.
 luna e venticinque, no sono le due e mezza, disse.
Le due e mezza? esclamai.
Annu mentre sentivo lo stomaco contrarsi. Il sabato mangiavamo il grt alluna.
Oh no.
Cominciai a correre come se fosse servito a qualcosa.
Coshai, i vermi nel sedere? disse Leif Tore dietro di me. Girai la testa.
Il pranzo era alluna, risposi. Devo scappare".
Su per quel morbido terreno cosparso di aghi di conifere, oltre il piccolo ruscello dal colore identico a quello della verzura, davanti al grosso pino e lungo la salita che conduceva alla strada. Cerano parcheggiate sia lautomobile di pap sia quella della mamma. Ma non la bicicletta di Yngve. Aveva gi mangiato e poi se nera gi andato? O anche lui era in ritardo?
Quel pensiero, praticamente impossibile, mi riemp di una piccola speranza.
Su per la strada, dentro il vialetto. Pap poteva essere sul retro, poteva spuntare da dietro langolo. Poteva essere l ad aspettarmi in corridoio, poteva essere nel suo studio e spalancare di colpo la porta quando mi sentiva entrare. Poteva trovarsi accanto alla finestra della cucina in attesa che io salissi.
Chiusi con cautela luscio alle mie spalle e rimasi immobile per un paio di secondi. Qualcuno stava camminando sul pavimento della cucina sopra di me. Erano i passi di pap. Mi tolsi gli stivali, li disposi accanto alla parete, sbottonai la giacca impermeabile, mi sfilai i pantaloni impermeabili, li portai nella stanza della caldaia e li stesi sul filo. Mi fermai a osservare di sfuggita la mia immagine riflessa nello specchio sopra il com. Le guance erano rosse, i capelli arruffati, un po di moccio lucido sotto il naso. I denti sporgenti come sempre. O come si usava dire appesi allaria ad asciugare. Salii le scale ed entrai in cucina. La mamma stava lavando i piatti, pap era seduto a tavola e stava mangiando alcune chele di granchio. Mi guardarono entrambi. La pentola con il grt era sul fornello, la paletta arancione di plastica spuntava dal recipiente.
Mi sono dimenticato di guardare lora, dissi. Mi spiace. Ci stavamo divertendo un mondo".
Siediti, rispose pap. Avrai fame, immagino".
La mamma prese un piatto dallarmadietto, lo riemp di grt e accanto a esso appoggi sul tavolo la ciotola con lo zucchero, la margarina e il vasetto di cannella, che non aveva ancora ritirato.
Dove eravate? chiese lei. Ah, gi, il cucchiaio".
In giro, risposi.
Tu e? intervenne pap senza guardarmi. Stava piegando quei piccoli brandelli bianchi che spuntavano dallestremit della chela arancione e pelosa prima di portarsela alla bocca. La succhi producendo un suono breve e rumoroso. Ero in grado di sentire come la polpa si staccasse e finisse nella sua bocca.
Geir, Leif Tore e Trond, risposi. Spezz la chela vuota lungo la giuntura prima di passare alla successiva. Misi un ricciolo di burro sul riso, anche se non era pi abbastanza caldo per sciogliersi, poi lo cosparsi di zucchero e cannella.
Ho pulito la grondaia, disse. Avresti dovuto esserci anche tu".
Certo".
Ma adesso ho intenzione di spaccare un po di legna. Non appena hai finito di mangiare, vieni con me".
Annuii cercando di assumere unespressione felice, ma pap era in grado di leggermi nel pensiero.
Ovviamente dopo ci vediamo la partita del campionato inglese alla tv, aggiunse. Chi  che gioca oggi?
 C Stoke-Norwich, risposi.
Noric, mi corresse.
Noi-ic, ripetei.
Mi piaceva il Norwich, la loro divisa verde e gialla. Anche la maglia dello Stoke non era male con le sue strisce verticali bianche e rosse. Ma il mio club preferito era quello del Wolverhampton, i cui colori sociali erano larancione e il nero. Aveva come stemma un lupo. I Wolves, quella era la mia squadra.
Avrei voluto starmene sdraiato a letto a leggere fino allinizio della partita, ma non potevo dire di no a pap e, pensando a quello che sarebbe potuto succedere, dovevo considerarmi ancora fortunato.
Il grt era cos freddo che lo mangiai in un paio di minuti.
Sei sazio? domand pap.
Annuii.
Allora andiamo, disse.
Rovesci i gusci vuoti delle chele nella spazzatura e, dopo aver appoggiato il piatto sul ripiano della cucina, usc con me alle calcagna. Dalla stanza di Yngve si sentiva provenire della musica. Guardai confuso la porta. Ma come era possibile? La bicicletta non cera!
Dai vieni, disse pap che si trovava gi sul pianerottolo. Lo seguii. Su giacca e stivali, fuori sulla ghiaia ad aspettarlo. Comparve qualche minuto dopo con in mano lascia e unespressione giocosa negli occhi. Dietro di lui sulle pietre che formavano il lastrico, poi in diagonale attraverso il prato intriso dacqua. Non ci era permesso camminare sullerba, ma quando ero insieme a lui divieti di quel genere potevano essere revocati.
Parecchio tempo prima aveva abbattuto una betulla che si trovava vicino al recinto dellorto. Tutto quello che ne era rimasto era una catasta di ciocchi che adesso intendeva spaccare in pezzi pi piccoli. Io non dovevo fare nulla, semplicemente stare l a guardarlo per fargli compagnia, come diceva lui.
Dopo aver tolto il telone, prese un ciocco e lo piazz sul ceppo.
Allora? disse alzando lascia sopra la spalla e, dopo essersi concentrato per un attimo, assest il colpo. Il filo della lama sprofond nel legno bianco. Tutto bene a scuola?
S".
Sollev il ciocco con lascia e lo abbatt sul ceppo pi volte fino a quando si spacc in due. Presi i pezzi, li tagli per bene prima di gettarli per terra accanto alla roccia, e dopo essersi asciugato la fronte con la mano si raddrizz. Vedevo dallespressione del suo corpo che era soddisfatto.
E la Maestra? disse. Torgersen, non si chiamava cos?
S, confermai. Lei  buona".
Buona? esclam mentre prendeva un altro ciocco e ripeteva la procedura.
S".
Quindi c qualcuno che non lo ?
Esitavo a rispondere. Si ferm per un attimo.
Dal momento che sostieni che  buona, significa che qualcun altro non lo . Altrimenti la parola perderebbe totalmente di significato. Capisci?
Riprese a tagliare la legna.
Penso di s, dissi.
Ci fu una pausa. Mi girai a guardare lacqua che stava inondando lerba sullaltro lato del sentiero.
Myklebust, lui non  buono, dichiarai prima di girarmi nuovamente.
Myklebust! disse pap. Lo conosco".
Davvero?
Oh, s. Lo vedo alle riunioni dellAssociazione degli insegnanti. La prossima volta che lo incontro, gli dir che non  buono nei vostri confronti".
No, non farlo, ti prego! supplicai.
Sorrise.
Certo che non lo faccio, disse. Stai tranquillo".
Si fece di nuovo silenzio. Pap lavorava mentre io rimanevo immobile con le braccia lungo i fianchi a guardare. Cominciavo a sentire freddo ai piedi che avevo infilato negli stivali senza i calzettoni di lana. Mi si stavano gelando anche le dita delle mani.
Fuori era tutto deserto. A parte qualche automobile che passava per strada, non si vedeva anima viva. Le luci delle case cominciarono a brillare con maggiore intensit, come se fossero state programmate a farlo alle prime avvisaglie di buio che a giudicare dal cielo aperto sembrava salire dal terreno. Come se sotto di noi ci fosse una riserva di oscurit che ogni pomeriggio iniziava a trasudare attraverso migliaia, s, milioni di forellini presenti nella terra.
Guardai pap. Il sudore gli colava dalla fronte. Mi strofinai le mani alcune volte. Si chin in avanti e proprio nel momento in cui afferr il ciocco e stava per raddrizzarsi, scoreggi. Non cerano dubbi.
Hai detto che si pu scoreggiare soltanto al gabinetto, dissi.
Allinizio non rispose.
Ma  diverso quando si  allaperto, afferm senza incrociare il mio sguardo. E allora si pu, s, scoreggiare liberamente".
Piant lascia nel ciocco che si divise in due al primo tentativo. Il suono di quel colpo rimbalz subito sulla parete di casa, poi riecheggi sulla montagna davanti a noi, ma con uno strano ritardo, come se ogni volta un uomo lass spaccasse la legna un secondo preciso dopo pap.
Pap affibbi un altro colpo prima di gettare i pezzi di legna in un punto insieme agli altri. And a prendere un nuovo ciocco.
Non puoi cominciare a impilarli, Karl Ove? disse.
Annuii e mi diressi verso quel mucchietto.
Come dovevo fare? Come se lera immaginato? Parallelamente alla roccia o di traverso? Una catasta corta o una lunga?
Lo osservai nuovamente. Non se ne accorse. Mi accovacciai e presi un pezzo di legna in mano. Lo disposi contro la roccia, poi ne afferrai un altro e glielo misi accanto. Quando ne ebbi disposti cinque di fila, ne appoggiai uno sopra gli altri di traverso. Aveva la stessa lunghezza della larghezza complessiva degli altri cinque. Poi ne aggiunsi altri quattro in modo da ottenere due quadrati delle stesse dimensioni. Adesso potevo comporre altri due quadrati, perfettamente identici, l accanto, o iniziare a formare un nuovo strato.
Cosa stai facendo? esclam pap. Ma sei completamente scemo? Non si mette la legna a quel modo!
Chinatosi in avanti si mise a strappare via i pezzi di legna con le sue grosse mani. Rimasi a guardare con le lacrime agli occhi.
Li disponi in lunghezza! Non hai mai visto una catasta di legna prima dora?
Mi guard.
Non startene l a piagnucolare come una femminuccia, Karl Ove. Possibile che non ne fai mai una giusta?
Poi riprese a spaccare la legna. Mi misi a disporre i pezzi come aveva detto. Il mio corpo era scosso da qualche singhiozzo. Avevo freddo alle mani e alle dita dei piedi. Perlomeno non era difficile disporli uno accanto allaltro in lunghezza. Lunico problema era sapere fino a dove sarebbe dovuta arrivare la catasta. Dopo che li ebbi messi tutti in fila, mi alzai e con le mani lungo i fianchi ripresi a osservarlo come prima. Quel guizzo che aveva nello sguardo era scomparso. Lo vidi subito quando mi lanci una rapida occhiata con la coda dellocchio. Questo per non stava necessariamente a significare che sarebbe successo qualcosa, bastava solo che io non dicessi n facessi nulla che potesse irritarlo. Al contempo rodevo pensando alla partita. Doveva essere gi cominciata da un pezzo. Se nera dimenticato, ma io non potevo ricordarglielo, vista la situazione. Le fitte di freddo alle dita dei piedi e delle mani si fecero sempre pi acute. Pap continu a tagliare la legna. Si ferm e si pettin i capelli allindietro con quel suo gesto tipico che consisteva nel gettare la testa di lato e passarsi la mano in contemporanea.
Ci avevano appena assegnato una casella postale a Pusnes, il che voleva dire che non ci recapitavano pi le lettere nella nostra cassetta che si trovava insieme alle altre, ma soltanto il giornale, e che quindi pap doveva recarsi l in auto a ritirare la posta. Il sabato prima ero andato con lui e in quelloccasione si era lisciato i capelli usando lo specchietto, ci aveva messo forse un minuto intero, aveva dato dei leggeri colpetti alla sua chioma folta e lucida prima di scendere. Non lavevo mai visto fare una cosa simile. E, quando era entrato, una donna si era girata a guardarlo. Lei non sapeva che uno che lo conosceva era seduto in macchina e stava seguendo tutto con lo sguardo. Ma perch si era girata? Lo conosceva? Io non lavevo mai vista prima. Forse era la mamma di qualcuno che frequentava la sua classe?
Sistemai i nuovi pezzi di legna che aveva gettato. Continuavo a contrarre le dita dei piedi dentro gli stivali senza che servisse a nulla, pungevano.
Stavo per confessargli di avere freddo e inspirai profondamente, ma mi trattenni. Mi voltai nuovamente a guardare la pozzanghera lucida che non si sarebbe dovuta formare in quel punto. Notai la bolla grande e trasparente che rompeva in continuazione la superficie proprio sopra il tombino arrugginito. Quando mi voltai, Steinar stava sopraggiungendo lungo la strada. Sulle spalle aveva la fodera di una chitarra mentre avanzava con la testa china in avanti: i capelli lunghi e neri che gli arrivavano sotto le spalle si muovevano appena avanti e indietro.
Ehil Knausgrd! esclam passando.
Dopo essersi raddrizzato, pap gli fece un cenno con la testa.
Ehil, rispose.
Fuori a spaccare la legna, vedo! continu Steinar senza rallentare.
Eh s".
Pap riprese il lavoro. Io feci qualche passo avanti e indietro, avanti e indietro.
Smettila, disse pap.
S, ma ho freddo".
Mi guard con espressione gelida.
Hai fveddo? disse.
I miei occhi si riempirono nuovamente di lacrime.
Non devi farmi il verso".
Ah s, non devo favti il vevso?
NO! gridai.
Si irrigid. Lasci cadere lascia e venne verso di me. Mi prese per un orecchio e cominci a torcerlo.
Mi stai rispondendo?
No, dissi guardando per terra.
Torse con pi forza.
Guardami quando ti parlo!
Alzai la testa.
Non ti permettere mai pi di rispondermi, sono stato chiaro?
S, dissi.
Moll la presa e dopo essersi girato appoggi un altro ciocco sul ceppo. Piangevo cos forte da non riuscire quasi a respirare. Pap continu come se niente fosse. Adesso mancavano soltanto un paio di pezzi di legna e poi aveva finito.
Ritornai alla catasta dove appoggiai sugli altri quelli nuovi. Contraevo e stendevo in continuazione le dita dei piedi dentro gli stivali. Il pianto cess, soltanto di tanto in tanto ci fu qualche strascico sotto forma di singhiozzi inopportuni e del tutto incontrollabili. Mi asciugai gli occhi sulla manica, pap lanci altri quattro pezzi di legna, mentre li mettevo a posto fui sopraffatto da un pensiero che mi permise di liberarmi da quel supplizio. Non avrei visto la partita alla televisione. Sarei andato dritto in camera mia e avrei lasciato che lui e Yngve se la vedessero da soli.
S.
S.
Ecco fatto, disse lanciando gli ultimi quattro pezzi. Adesso abbiamo finito".
Lo seguii senza dire una parola, mi tolsi gli stivali e la giacca e misi tutto a posto, salii le scale e capii dai suoni provenienti dal soggiorno che Yngve era l seduto a guardare la partita, me ne andai in camera.
Mi accomodai dietro la scrivania facendo finta di leggere.
Se soltanto lui avesse capito il messaggio.
E fu cos. Qualche minuto dopo apr la porta.
La partita  cominciata. Vieni".
Non ho voglia di vederla, dissi senza incrociare il suo sguardo.
Adesso vuoi fare anche il testone?
Entr nella stanza, mi afferr per un braccio e mi sollev di peso.
Dai, vieni disse. Mi lasci il braccio.
Rimasi in piedi fermo dovero.
IO NON VOGLIO VEDERE LA PARTITA! esclamai.
Senza dire una parola mi strinse nuovamente il braccio e mi trascin piangente fuori dalla stanza, attraverso il corridoio e in soggiorno, dove mi scagli sul divano accanto a Yngve.
Adesso te ne stai seduto qui e vedi la partita con noi, disse. Capito?
Avevo pensato di tenere gli occhi chiusi se mi avesse costretto, adesso non osavo.
Aveva comprato un sacchetto di canditi alla menta e uno di caramelle mou ricoperte di cioccolato. Le caramelle mou erano i dolciumi che preferivo in assoluto, ma anche i canditi alla menta erano buoni. Come sempre aveva appoggiato le confezioni sul tavolino accanto a lui. Ogni tanto ne lanciava uno a me e uno a Yngve. Fece cos anche quel giorno. Ma io non li mangiai, li lasciai intatti davanti a me. Alla fine reag davanti a quel comportamento.
Mangia le caramelle".
Non mi vanno".
Si alz.
Adesso vedi di mangiarle, disse.
No, risposi scoppiando nuovamente a piangere. Non voglio. Non voglio".
Adesso le MANGI! Mi afferr per un braccio e me lo strinse.
Non-le-voglio, singhiozzai.
Dopo avermi appoggiato una mano sulla nuca, la premette in avanti, a pochi centimetri dal tavolino.
Sono l, continu. Le vedi? Le devi mangiare. Adesso".
S, dissi e lui moll la presa. Rimase in piedi sopra di me fino a quando non ebbi scartato quella ricoperta di cioccolato e lavevo messa in bocca.
Il giorno dopo saremmo andati a Kristiansand a trovare i nonni paterni. Lo facevamo spesso le domeniche in cui lo Start giocava in casa. Prima andavamo da loro e poi Yngve, pap e il nonno si recavano a vedere la partita, a volte anche la mamma, mentre io, che ero troppo piccolo, rimanevo con la nonna.
Sia la mamma sia pap indossavano abiti un po pi belli del solito. Pap aveva una camicia bianca, una giacca di tweed marrone con le toppe dello stesso colore sui gomiti e un paio di pantaloni di cotone marroncino chiaro, la mamma aveva un vestito blu. Io e Yngve indossavamo una camicia e pantaloni di velluto a coste. Marroni quelli di Yngve, blu i miei.
Fuori era nuvoloso, ma le nubi erano di quel tipo grigiastro e leggero che impedivano s la visuale del cielo, ma non erano portatrici di pioggia. Lasfalto era asciutto e grigio, la ghiaia asciutta e bluastra e i tronchi dei pini che si stagliavano immobili in cima alla zona residenziale erano asciutti e rossastri.
Yngve e io eravamo seduti dietro, mamma e pap davanti. Pap si accese una sigaretta prima di mettere in moto. Io ero dietro il suo sedile, cos non poteva vedermi nello specchietto se mi chinavo di lato. Quando arrivammo allincrocio che si trovava sotto il pendio che portava al ponte, congiunsi le mani e dissi dentro di me:
Caro Dio, fa in modo che oggi non andiamo a sbattere.
Amen.
Facevo sempre quel tipo di preghiera ogni volta che dovevamo percorrere in auto tratti pi lunghi perch pap guidava forte, viaggiava sempre al di sopra dei limiti di velocit, superava sempre le altre automobili. La mamma diceva che era bravo a guidare, e in effetti lo era anche, ma ogni volta che lauto accelerava e noi ci spostavamo sullaltra corsia per sorpassare, venivo sopraffatto dal terrore.
Velocit e rabbia erano strettamente collegate. La mamma guidava con cautela, era premurosa, non le importava se lautomobile davanti a lei procedeva piano, ma rimaneva pazientemente in coda. Era cos anche a casa. Non si arrabbiava, aveva sempre tempo per aiutare, non si curava delle cose che si rompevano, perch tanto poteva succedere, le piaceva parlare con noi, era interessata a quello che dicevamo, serviva spesso cibo che non era assolutamente indispensabile, come waffel, panini dolci, cioccolata calda, pane appena sfornato, mentre pap, dal canto suo, cercava di ripulire le nostre vite da tutto quello che non aveva alcuna rilevanza specifica nei confronti della situazione contingente: si mangiava perch bisognava mangiare, e il tempo che impiegavamo nel farlo non aveva nessun valore in s; quando guardavamo la televisione, guardavamo la televisione e non dovevamo parlare, n fare altro; quando camminavamo in giardino dovevamo seguire le pietre del lastrico, era quello il motivo per cui erano state messe l, mentre il prato in s, cos grande e invitante, non andava calpestato, n ci si poteva correre o sdraiarsi sopra. Che io e Yngve non facessimo mai una festa di compleanno a casa, faceva parte della stessa logica, non era necessario, una torta con la famiglia dopo cena era sufficiente. Che ci fosse vietato portare gli amici in casa, anche questo rientrava nello stesso ordine di idee, perch mai saremmo dovuti stare dentro, dove non avremmo fatto altro che creare confusione e mettere in disordine, quando esisteva laria aperta? Che i nostri amici avrebbero potuto riferire a casa come era da noi giocava anchesso una certa importanza e in realt apparteneva alla stessa logica. Questo in verit spiegava tutto. Ci era proibito toccare qualsiasi attrezzo di pap, poteva trattarsi del martello, delle viti, della pinza o della sega, di una pala per spalare la neve o di una scopa, ci era anche proibito far da mangiare in cucina, non potevamo neppure tagliarci una fetta di pane, n accendere la televisione o la radio. Se ci fosse stato permesso, la casa sarebbe stata messa a soqquadro mentre cos come erano pianificate le cose tutto era in ordine cos come doveva essere e quando veniva usato, da lui o dalla mamma, avveniva in modo metodico e mirato. La stessa cosa riguardava la guida, pap correva per arrivare il pi presto possibile, con il minor numero possibile di ostacoli, da un punto a un altro. In questo caso da Tromya a Kristiansand, la citt natale di questo insegnante di scuola media trentenne.
Il tempo non scorre mai cos velocemente come durante linfanzia, unora non  mai cos breve come in quei momenti. Tutto  aperto, si corre veloci da una parte, si corre veloci dallaltra, si fa una cosa, se ne fa unaltra, e poi, quando il sole  tramontato, ci si ritrova l al crepuscolo con la sensazione che il tempo sia come una sbarra che  scesa di colpo: oh no, sono gi le nove? Eppure il tempo non scorre mai cos lentamente come durante linfanzia, mai unora  cos lunga come in quei momenti. Sparisce lo spazio aperto, spariscono le possibilit di correre da una parte, di correre dallaltra, sia che si tratti di un pensiero racchiuso nella mente o avvenga nella realt fisica, ogni minuto  paragonabile a una sbarra, il tempo si trasforma nello spazio in cui si rimane imprigionati. Esiste qualcosa di peggiore per un bambino dello starsene seduti in unauto per unora intera, lungo un percorso che conosce a memoria, in viaggio verso qualcosa che attende con gioia? In un abitacolo pieno del fumo delle sigarette che i suoi due genitori fumano e con un padre che sibila la propria irritazione ogni volta che uno cambia posizione e per sbaglio tocca con il ginocchio il sedile in cui  seduto?
Oh, con quanta lentezza passava il tempo. Oh, con quanto ritardo apparivano fuori dal finestrino i diversi punti di riferimento. Su per la salita dal centro di Arendal, attraverso le zone residenziali fino a raggiungere il ponte per Hisy, attraverso tutto linterno dellisola, davanti al sanatorio per malattie nervose di Kokkeplassen dove lavorava la mamma, gi per la discesa e davanti ai negozi, su per il ponte sopra il fiume Nidelva e poi per quelle pianure infinite fatte di case e boschi e campi in direzione di Nedenes. Non eravamo neanche a Fevik! E da l cera ancora un bel pezzo prima di arrivare a Grimstad, per non parlare di quanto cera da Grimstad a Lillesand e da Lillesand a Timenes, e da Timenes a Varoddbroa, e da Varoddbroa a Lund
Sedevamo taciturni sui sedili posteriori osservando il paesaggio variegato e irregolare attraverso cui si snodava la strada. Superando stretti con scogli e isolotti, dentro boschi fitti, lungo fiumi e rapide, zone residenziali e aree industriali, fattorie e prati, tutto cos noto che in qualsiasi momento sapevo che cosa sarebbe venuto dopo. Soltanto quando passavamo davanti allo zoo, ci svegliavamo dal nostro letargo perch poteva capitare che uno o due animali spuntassero da dietro i reticolati alti e lunghi, completamente gratis! Poi, quando lo avevamo superato, sprofondavamo nuovamente nel nostro torpore. Per unora sedevamo immobili sui sedili posteriori, unora di tempo infinita, prima che la citt cominciasse a prendere forma intorno a noi e il punto di gravit tra limminente visita al nonno e alla nonna e il viaggio in auto si spostasse di baricentro. Guidare dentro la citt era come guidare dentro il tempo, le lancette riprendevano a ticchettare, cera il negozio Oasen, vicino abitavano nostro cugino Jon Olav e nostra cugina Ann Kristin, i figli della sorella della mamma, Kjellaug, e di suo marito Magne; l cerano i castagni che costeggiavano la via, dietro di essi le case in muratura alte e sporche, l cera la farmacia, l il chiosco Rundingen, l cera il semaforo, l cera il negozio di musica, l cerano le abitazioni di legno bianche, la strada stretta e poi, sulla sinistra, appariva di colpo la casa gialla della nonna e del nonno.
Pap la super proseguendo gi per la discesa per un breve tratto prima di rifarla in retromarcia e imboccare il vicolo opposto. Solo allora poteva risalire il vialetto breve e ripido.
Il volto della nonna apparve alla finestra della cucina. Quando fummo scesi dalla macchina, parcheggiata a pochi centimetri di distanza dal portone di legno laccato del garage con i suoi inserti in ferro battuto neri, mentre salivamo la scala in muratura dipinta di rosso, lei apr la porta.
Eccovi qui! esclam. Entrate!
E noi entravamo in quel piccolo ingresso: Non vedevo lora di vedervi, ragazzi!.
Abbracci a lungo Yngve mentre lo cullava leggermente avanti e indietro. Lui scost appena il viso, ma si vedeva che gli piaceva. Poi abbracci a lungo me mentre mi cullava leggermente avanti e indietro. Anchio scostai appena il viso, ma piaceva pure a me. La sua guancia era calda e la nonna aveva un buon odore.
Forse abbiamo visto un lupo dentro lo zoo! le dissi quando mi lasci.
Davvero! esclam ridendo mentre mi scompigliava i capelli con la mano.
Non  vero, ribatt Yngve.  successo soltanto nella fantasia di Karl Ove".
Davvero! esclam la nonna scompigliandogli i capelli con la mano. Comunque  proprio bello vedervi, ragazzi!
Appendemmo le giacche nel vestibolo allinterno dove cera un guardaroba incassato nella parete, camminammo sulla moquette blu e salimmo le scale. Al primo piano sulla destra cera il soggiorno buono, la cucina era a sinistra. Quel soggiorno veniva usato soltanto la vigilia di Natale e in altre occasioni solenni. Lungo la parete pi corta cera il pianoforte, su cui erano appoggiate tre foto raffiguranti i figli con in testa il cappello da studente con la tesa e la nappina appesa a un cordino, sopra di esse erano appesi due quadri. Sulla parete pi lunga erano disposti degli armadietti di colore scuro con le ante di vetro in cui erano esposti alcuni souvenir provenienti dai loro viaggi, tra cui una gondola che si illuminava e una teiera di vetro giallastro dal beccuccio terribilmente pronunciato, cosparsa di qualcosa che immaginavo fossero diamanti e rubini. In fondo alla stanza cerano due divani neri in pelle, tra di loro un armadio angolare decorato con ornamenti floreali tipicamente norvegesi, davanti a essi un tavolino basso. Dalle grandi finestre si vedevano il fiume e la citt sottostante. Durante una normale visita, come quella, non entravamo in quel soggiorno, ma infilavamo la porta a sinistra che dava sulla cucina. Poi cerano gli altri due soggiorni, e quello pi in basso era collegato con quello bello da una porta a soffietto che si trovava in cima a una piccola scala. Met della parete era occupata da una finestra attraverso la quale si vedeva prima il giardino e poi il fiume che si espandeva nel punto in cui sfociava nel mare e ancora pi in fondo si stagliava allorizzonte il faro bianco di Grnningen.
In quella casa albergava un buon odore che non proveniva soltanto dalla cucina, dove la nonna stava preparando le polpette di carne in salsa marrone, una pietanza in cui primeggiava, ma anche per via dellaroma che sembrava essere presente in modo costante e persistente sotto tutti gli altri, la fragranza dolciastra e leggermente fruttata che io collegavo a quella casa quando la sentivo in altri ambiti, per esempio quando la nonna e il nonno venivano da noi perch era come se si portassero dietro quel profumo che sembrava impregnato nei loro indumenti, lo notavo non appena mettevano piede nellingresso di casa nostra.
Allora? esord il nonno quando entrammo in cucina. Cera traffico per strada?
Era seduto sulla sua sedia, le gambe leggermente divaricate, con indosso un cardigan grigio e sotto una camicia azzurra. La pancia gli pendeva sopra la vita dei pantaloni di color grigio scuro. Aveva i capelli neri pettinati allindietro, a eccezione di un ricciolo che cadeva sulla fronte. Una sigaretta spenta e mezza consumata gli pendeva dalle labbra.
No, niente di particolare, gli rispose pap.
Com andata ieri con la schedina? domand il nonno.
Non un granch, disse pap. Ne ho azzeccate sette".
Io dieci su una colonna e dieci su unaltra, comment il nonno.
Niente male".
Ho sbagliato la sette e la undici, spieg il nonno. Irritante lultima. Hanno segnato quando era gi finito il tempo regolamentare!
S, disse pap. Lho sbagliata anchio".
Avete sentito che cosa ha detto di recente un allievo a Erling? intervenne la nonna alle prese con i fornelli.
No. Cosa? rispose pap.
Quando la mattina  entrato in classe, il suo allievo gli ha chiesto: Hai vinto al Totocalcio?. No, ha risposto Erling, perch? Sembri cos felice, gli ha detto".
La mamma scoppi a ridere. Sembri cos felice! ripet.
Pap sorrise.
Non volete una tazza di caff? sugger la nonna.
S, grazie, volentieri, disse la mamma.
Allora spostiamoci in soggiorno, continu la nonna.
Possiamo andare di sopra a prendere dei giornalini? chiese Yngve.
Ma certo, rispose la nonna. Per non mettete in disordine!
No, disse Yngve.
Muovendosi con cautela, perch neanche quella era una casa in cui si poteva correre, ritornammo in corridoio e salimmo fino al secondo piano. Oltre alla camera del nonno e della nonna in quella specie di soffitta cera una stanza piuttosto spaziosa dove lungo la parete cerano scatoloni di cartone contenenti vecchi giornalini degli anni cinquanta risalenti allinfanzia di pap. Cerano anche altre cose, tra cui un vecchio mangano con cui si stiravano le tovaglie e le lenzuola, una vecchia macchina da cucire, alcuni vecchi giocattoli tra cui una trottola di stagno e un qualcosa che doveva rappresentare un robot, dello stesso materiale.
Ma erano i fumetti quelli che ci attiravano. Non ci era permesso di prenderli in prestito e portarceli a casa, dovevamo leggerli l, cosa che facevamo ogni tanto da quando arrivavamo a quando ce ne andavamo. Armati di una pila in ogni mano andammo a sederci al piano di sotto e non alzammo gli occhi fino a quando il cibo non fu pronto in tavola e la nonna ci invit ad accomodarci.
Finito di mangiare la nonna lav i piatti mentre la mamma li asciugava in piedi accanto a lei. Seduto al tavolo il nonno leggeva il giornale, pap si mise davanti alla finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi sopraggiunse la nonna che gli chiese se usciva con lei in giardino perch voleva mostrargli qualcosa. La mamma e il nonno rimasero seduti al tavolo chiacchierando un po, ma perlopi rimanendo in silenzio. Mi alzai per andare in bagno. Il gabinetto si trovava al pianterreno, non mi piaceva, mi ero trattenuto parecchio, ma adesso non ce la facevo pi. Fuori in corridoio, gi lungo la scala di legno scricchiolante, lungo il pavimento coperto di moquette del vestibolo, quasi circondato dalle tre stanze vuote che si celavano dietro le porte chiuse. Entrai nel bagno. Era buio, tremavo dentro di me aspettando che trascorresse quella manciata di secondi prima che si accendesse la luce. Ma anche con la luce accesa avevo paura. Pisciai lungo il bordo cos che quel suono scrosciante che si levava quando il getto toccava lacqua sul fondo della tazza non mimpedisse di sentire gli altri. Mi lavai anche le mani prima di tirare lo sciacquone perch nello stesso istante in cui abbassavo la leva che si trovava sul lato della vaschetta dovevo affrettarmi a uscire da l il pi velocemente possibile dal momento che il brusio che si levava era cos forte e cos sgradevole che non ero capace di rimanere in quella stanza. Rimasi in piedi per un paio di secondi pronto con la mano stretta intorno a quella sfera piccola e nera. Poi la abbassai prima di precipitarmi in corridoio, anchesso altrettanto lugubre visto che ogni cosa che cera sembrava emanare silenziosamente la propria essenza, poi infilai le scale, dove naturalmente non potevo correre, con la sensazione che l sotto qualcosa mi seguisse. Quello stato danimo durava fino a quando non entravo in cucina e la presenza degli altri contribuiva a dissipare quella sensazione.
Nel vicolo allesterno la fiumana di persone dirette allo stadio aveva preso consistenza e poco dopo anche pap, la mamma e Yngve si prepararono. Il nonno ci andava sempre in bicicletta e quindi partiva alcuni minuti dopo gli altri. Indossava un cappotto grigio, una sciarpa color ruggine, un berretto grigiastro e i guanti neri, lo vidi dalla finestra mentre spingeva la bicicletta lungo la discesa. La nonna and a prendere dal freezer alcuni panini dolci che avremmo mangiato quando gli altri fossero tornati a casa e li appoggi sul ripiano della cucina.
Mi guard con espressione astuta.
Ho qualcosa per te, disse.
Che cosa?
Aspetta e vedrai. Copriti gli occhi con le mani!
Eseguii mentre la sentivo rovistare nei cassetti. Si ferm davanti a me.
Adesso puoi guardare! disse.
Era una barretta di cioccolato. Una di quelle triangolari, rare e cos buone.
 per me? domandai. Tutta?
S, rispose.
E Yngve?
No, questa volta no. Lui  andato a vedere la partita. Anche tu devi divertirti!
Grazie tante, dissi prima di strappare limballaggio di cartone in modo che apparisse la barretta impacchettata nellalluminio.
Ma non dire niente a Yngve, aggiunse strizzandomi locchio.  il nostro segreto".
Mi misi a sgranocchiarla mentre lei faceva un cruciverba.
Tra non molto avremo il telefono, dissi.
Ah s? Allora potremo parlarci".
S. A dire il vero prima di noi c una lunga lista di persone in attesa, ma ce lo metteranno lo stesso perch pap  in politica".
Scoppi a ridere.
In politica, ma senti, comment.
S? Non  cos?
S, s, lo .  divertente andare a scuola?
Annuii.
S, molto".
Qual  la cosa che ti piace di pi?
Lintervallo, risposi perch sapevo che cos si sarebbe messa a ridere o perlomeno avrebbe sorriso.
Finito di mangiare il cioccolato e mentre la nonna era immersa nel suo cruciverba, salii in soffitta per andare a prendere alcuni giocattoli.
Dopo un po lei mi guard per chiedermi se non volevamo uscire anche noi per andare a vedere la partita. Volevo andarci. Ci vestimmo, and a prendere la bicicletta in garage, mi sedetti sul portapacchi, lei si accomod sul sellino, ma tenendo un piede per terra, si gir verso di me.
Sei pronto? mi domand.
S, risposi.
Tieniti forte, si parte!
Mi strinsi a lei, mise in movimento la bicicletta con il piede, lo appoggi sul pedale, percorse velocemente la leggera discesa, gir a destra e cominci a pedalare.
Sei comodo? mi chiese e io annuii fino a quando mi venne in mente che non poteva vedermi, cos dissi:
S, sto benissimo.
Ed era cos. Era bello stringerla, era divertente andare in bicicletta con lei. La nonna era lunica persona che toccava me e Yngve, lunica che ci abbracciava e che ci accarezzava sulle braccia. Era anche lunica che giocava con noi. In effetti pap lo faceva a Natale, ma si trattava sempre di cose che voleva fare lui e che noi facevamo, come giocare a Master Mind o a scacchi o a dama cinese o a yatzy o a rubamazzetto o a poker con i fiammiferi. Anche la mamma partecipava, ma con lei realizzavamo pi cose, o sul tavolo della cucina di casa o nel laboratorio di Kokkeplassen, ed era divertente, s, ma non come con la nonna, che desiderava fare quello che facevamo noi e seguiva interessata quando Yngve per esempio le mostrava un esperimento con il suo piccolo chimico o mi aiutava quando stavo facendo un puzzle.
Le ruote girarono sempre pi lentamente fino a quando si fermarono del tutto e la nonna scese dalla bicicletta per spingerla fino in cima alla salita.
Rimani pure seduto se vuoi, disse.
Cos feci mentre guardavo la citt e la nonna spingeva la bicicletta, con un po di fiatone. Quando arrivammo in cima, lei si risedette sul sellino, davanti a noi cera una leggera discesa che conduceva fino allo stadio. Da laggi si lev allimprovviso un grande gemito, come di un animale enorme e poi applausi. Pochi suoni erano cos irresistibili. La nonna scese con la bici fino a unestremit dello stadio, poi la appoggi alla parete in legno e mi permise di stare in piedi sul portapacchi per qualche minuto mentre lei mi teneva in modo che io potessi vedere dentro il campo e quello che stava succedendo. La distanza era abbastanza grande, non riuscivo a cogliere tutti i dettagli, a eccezione delle maglie gialle e di quelle bianche che si stagliavano sul verde dellerba, e tutta quella gente che circondava il campo da gioco, una massa nera e ondeggiante, ma questo non mi imped di avvertire latmosfera che cera, di assorbirla, quella che nei giorni a venire avrei coltivato nel mio intimo.
Tornati a casa si mise a preparare quello che avremmo mangiato prima di partire e non molto tempo dopo la porta dellingresso si apr, era il nonno, lespressione del suo viso era arcigna, e la nonna disse quando la vide: Perso?.
Lui annu prima di sedersi al suo posto, lei gli vers il caff. Non riuscii mai a capire che tipo di rapporto di forza esistesse tra il nonno e la nonna. Da un lato lei lo serviva in tutto e per tutto, gli preparava tutti i pasti, lavava i piatti e si occupava di tutti i lavori di casa, come se fosse la sua serva, daltro canto era spesso arrabbiata o irritata con lui e in quel caso lo sgridava oppure lo prendeva in giro, in modo tagliente e spesso con scherno, mentre lui non diceva molto, non rispondeva. Perch non ne aveva bisogno? Se io e Yngve eravamo presenti durante quelle schermaglie, la nonna ci faceva spesso locchiolino, come per dire che non stavano facendo sul serio, oppure ci usava per accanirsi contro di lui, per esempio nel dire il nonno non  neanche capace di cambiare una lampadina, mentre il nonno, da parte sua, si limitava a guardarci, a sorridere e a scuotere la testa per via della nonna. Altre forme di vicinanza e intimit oltre a quella verbale, o di quella che si vedeva quando lo serviva, tra di loro non le vidi mai.
Hanno perso, ho sentito? disse nuovamente la nonna quando mamma, pap e Yngve stavano salendo le scale dieci minuti dopo.
S. Solo ci che si  perso lo si possiede in eterno, cit pap. Cosa ne pensi, pap?
Il nonno borbott qualcosa.
Quando quella sera ce ne andammo, partimmo con un sacchetto di plastica pieno di prugne e uno di pere, oltre a uno pi piccolo di panini dolci. Il nonno ci salut quando eravamo ancora di sopra, era riluttante ad alzarsi e a lasciare il suo posto, mentre la nonna, che ci segu fino alla porta, abbracci a lungo ognuno di noi, poi, uscita sulla scala, agit la mano fino a quando non pot pi vederci.
La cosa abbastanza strana era che il ritorno sembrava sempre pi corto dellandata. Amavo viaggiare avvolto dalloscurit, con il cruscotto illuminato, le voci attutite che provenivano dai sedili anteriori, il bagliore dei lampioni sotto cui passavamo ci inondava simili a onde o risacche di luce, i tratti di strada immersi nel buio che spuntavano ogni tanto dove tutto ci che si vedeva, tutto ci che esisteva, erano lasfalto illuminato dai fari delle auto e quella parte di paesaggio che appariva di colpo nelle curve. Chiome dalbero improvvise, rocce improvvise. Poi cera sempre quella gioia particolare nellarrivare a casa, anchessa avvolta nelle tenebre, sentire i passi sulla ghiaia e il suono secco delle portiere, il tintinnare del mazzo di chiavi, la luce dellingresso che rivelava la presenza di tutti quegli oggetti noti. Le scarpe con i fori per le stringhe simili a occhi, la linguetta come una fronte, lo sguardo freddo degli interruttori bianchi sopra il battiscopa alla parete, lappendiabiti nellangolo quasi girato di spalle. E in camera: le penne e le matite che infilate nel portamatite parevano un gruppetto di adolescenti, alcune di loro chine sul bordo con fare insolente, pronte in qualsiasi momento a sputare per ostentare il proprio disinteresse per tutto e tutti. Il piumone e il cuscino che giacevano perfettamente stesi e lisci davano limpressione che nessuno potesse toccarli, simili a un sarcofago o alla capsula di una nave spaziale, oppure riproducevano il calco dei miei ultimi movimenti, felici di poter cambiare forma, ma senza pretendere in quel senso nulla di propria iniziativa. Lo sguardo immobile delle lampade. La bocca del buco della serratura, gli occhi delle due viti della placca di metallo, il naso lungo e stranamente posizionato della maniglia.
Mi lavai i denti, augurai la buona notte a mamma e pap ad alta voce e mi misi a letto con lintenzione di leggere una mezzora. Avevo due libri preferiti che cercavo di mettere in quarantena abbastanza a lungo in modo da poterli rileggere come se si trattasse della prima volta, ma non ci riuscivo mai, spesso succedeva che andassi a ripescarli molto tempo prima. Uno era Le avventure del dottore Dolittle, parlava di un medico che era in grado di parlare con gli animali e che un giorno era partito con loro per un lungo viaggio in Africa, dove dopo essere stato braccato e catturato da alcuni ottentotti finalmente aveva trovato quello che cercava, e cio il rarissimo animale dalle due teste spingitira. Laltro era Gangles, che raccontava di una bambina capace di stare in equilibrio sullacqua delle fontane e che si lasciava spingere dai getti verso lalto. Dopo molte peripezie era approdata in mezzo al mare dove faceva lequilibrista sugli spruzzi dacqua che uscivano dallo sfiatatoio di unenorme balena. Quella sera presi un altro libro dalla pila, e cio La piccola strega, che narrava di una strega che era troppo piccola per partecipare al sabba delle streghe a Bloksberg, ma che era riuscita a intrufolarsi lo stesso a quel raduno. Faceva molte cose proibite, come compiere stregonerie di domenica, che erano quasi impossibili da leggere, stavo con il fiato sospeso, non avrebbe dovuto farlo, sarebbe stata scoperta cosa che in effetti accadde, ma alla fine riusc a cavarsela piuttosto bene. Lessi qualche pagina, ma dal momento che conoscevo bene la storia mi misi invece a guardare le illustrazioni. Quando ebbi finito di sfogliare il libro, spensi la luce, appoggiai la testa sul guanciale e chiusi gli occhi.
Mi ero quasi addormentato, probabilmente stavo gi dormendo perch di colpo fui riportato al mio letto e alla mia stanza, quando suonarono alla porta.
Din-don.
Chi diavolo poteva essere? Non suonava mai nessuno a casa nostra, a parte quando arrivavano ospiti che stavamo aspettando, che nove volte su dieci erano la nonna e il nonno, oltre a qualche raro venditore o a un paio di amici di Yngve. Ma nessuno di loro avrebbe suonato a quellora di sera.
Mi misi a sedere sul letto. Sentii la mamma attraversare il corridoio e scendere le scale. Voci fioche che provenivano da sotto. Poi risal, scambi qualche parola che io non compresi con pap, ridiscese, e doveva essersi infilata la giacca e le scarpe perch subito dopo sentii chiudere la porta dingresso e poi il rombo del motore della sua auto.
Ma che diavolo? Dove stava andando adesso? Erano quasi le dieci!
Alcuni minuti dopo anche pap scese le scale. Ma non usc, si diresse nel suo studio. Quando lo sentii, mi alzai, aprii con cautela la porta e sgusciai attraverso il corridoio dentro la stanza di Yngve.
Era sdraiato a letto e stava leggendo. Era ancora vestito. Mi sorrise quando mi vide e si tir su a sedere.
Vieni qui con indosso soltanto le mutande? disse.
Chi  che ha suonato?
La signora Gustavsen, credo. E tutti i figli".
A questora? Come mai? E perch la mamma  andata via in auto? Dov sparita?
Yngve si strinse nelle spalle.
Credo che li abbia accompagnati da qualche parente".
Perch?
Gustavsen  ubriaco. Non lo hai sentito sbraitare contro di loro un attimo fa?
Scossi la testa.
Stavo dormendo. Ma cera anche Leif Tore? E Rolf?
Yngve annu.
Cazzo, esclamai.
Tra poco pap torna sicuramente su, meglio che vai a dormire. Adesso lo faccio anchio".
Okay. Buonanotte".
Buonanotte".
Quando entrai nella mia camera, scostai la tendina e guardai in direzione della casa dei Gustavsen. Non riuscivo a vedere niente di insolito. Perlomeno allesterno tutto era calmo.
Non era la prima volta che il signor Gustavsen beveva, era una faccenda nota. Una sera di quella primavera era corsa voce che fosse ubriaco, cos tre o quattro di noi ci eravamo intrufolati nel loro giardino e ci eravamo appostati davanti alla finestra del soggiorno a guardare dentro. Ma non cera niente da vedere. Era seduto completamente immobile sul divano con lo sguardo fisso davanti a s. Altre volte lo avevamo sentito urlare e imprecare, attraverso le finestre aperte e fuori sul prato. Leif Tore rideva di tutto questo. Ma forse adesso si trattava di altro? Perch scappare da lui, questo non lo avevano mai fatto.
Quando mi svegliai, era mattina. Qualcuno era in bagno, lo sentivo, probabilmente Yngve, e dalla strada, lungo quel muro alto tre metri che costeggiava la propriet dei Gustavsen e faceva da sostegno al prato, si sent il rombo dellautomobile della mamma. Oggi avrebbe cominciato presto al lavoro. Yngve chiuse la porta del bagno, and in camera sua per uscirne subito dopo e scendere le scale.
La bicicletta!
Che fine aveva fatto la sua bicicletta!
Mi ero completamente dimenticato di chiederglielo.
Ma doveva essere quello il motivo per cui stava uscendo cos presto: non poteva andare a scuola in bici e quindi gli toccava recarsi a piedi.
Dopo essermi alzato, mi diressi in bagno con gli indumenti sottobraccio, mi lavai nellacqua che anche quella mattina Yngve si era ricordato di lasciarmi, mi vestii e andai in cucina, dove pap aveva preparato tre fette di pane imburrate che aveva gi disposto su un piatto al mio posto a tavola, oltre a un bicchiere di latte. La confezione di latte, il pane e il companatico erano gi stati messi via. Lui era seduto in soggiorno ad ascoltare la radio e fumare.
Fuori pioveva. Una pioggia regolare e fitta che di tanto in tanto veniva strappata via da un colpo di vento e andava a picchiare sulle finestre producendo un suono simile al tamburellare delle dita.
...
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...
FINE Parte 1.